Bordeaux: la voglia di farsi del male

7 gennaio 2012
[Angelo Peretti]
A volte c'è voglia di farsi del male, nel mondo del vino. Certo, criticare è cosa buona e giusta, e se si vede che da qualche parte si stanno facendo delle forzature, bisogna dirlo. Ma a volte si esagera. Parrebbe questo il concetto che Denis Saverot esprime nell'editoriale del numero di dicembre della Revue du Vin de France. Parlando di Bordeaux. Perché, dice, "in virtù di un paradosso molto francese, quello di Bordeaux è diventato il più criticato dei vigneti francesi. Vini troppo cari, gusto standardizzato, un ritardo sulla coltivazione 'bio', le accuse sono così vivide che ci si dimentica perfino che il nome stesso di Bordeaux altro non è, per molti nel mondo, che l'altro nome del vino".
Ha ragione, accidenti: non me ne voglia chi adora la Borgogna, ma per me il vino rosso è quello di Bordeaux. Perché, sì, come dice Saverot, quello è il vigneto "più copiato, quello classificato da più tempo, il crogiolo dei cru più cari, la patria di vitigni ormai mondiali". E questi meriti vanno riconosciuti. Così come va capito, dico io, che sono le quotazioni stratosferiche dei grandi bordolesi, e la loro celebrità, a far reggere il mercato, da quelle parti.
Però, lo ammetto, da fan dei rossi bordolesi lo dico anch'io che c'è qualcosa che non mi torna più da quelle parti: tanto alcol, tanta materia. Preferivo la beva e la finezza del passato. Tant'è che preferisco comprare, se posso, le annate fino all'83, all'85, ché poi anche a Bordeaux si son parkerizzati, ed hanno cercato più polpa, più concentrazione. La soluzione, per me, è quella di comprare le bottiglie delle annate più magroline, che hanno più beva e costano molto, molto meno. Io faccio così, e non me ne pento.

17 commenti:

  • Anonymous says:
    7 gennaio 2012 alle ore 11:37

    Direi che 'soprattutto' a Bordeaux si sono parkerizzati!
    Proprio perché godono (godevano?) di quella fama indiscussa sono forse stai anche i primi ad essere deformati da un certo mercato..
    Se vuoi si può aggiungere un altro merito alla zona: è dove è nata l'enologia moderna, con vantaggi (l'averci aperto ad un mare di conoscenze) e svantaggi (l'aver standardizzato vigneti e cantine).
    Andrea

  • Anonymous says:
    8 gennaio 2012 alle ore 09:45

    da amante di bordeaux, devo dire che sono d'accordo con te, almeno per quanto riguarda le bottiglie che bevo con più piacere. dal '90 in poi il vero problema non credo che sia stata soltanto la parkerizzazione come normalmente si intende, ma più che altro la ricerca estenuante della perfezione, dalla vigna (uve perfette e maturissime, quindi alcol e concentrazioni un tempo impensabili) alla cantina (mai una sbavatura o un tannino fuori posto). i vecchi, invece, malgrado il loro "bret", erano più "veri" e comunicativi. alessandro masnaghetti

  • Anonymous says:
    8 gennaio 2012 alle ore 09:47

    ah, dimenticavo, quanto alle annate magroline - lo scrivo da tempo - vale anche per i vini itaiani. spesso ci sono più anima, più carattere e più vitalità. masna di nuovo.

  • Andreas März says:
    8 gennaio 2012 alle ore 11:18

    Caro Angelo, caro Alessandro, finalmente non mi sento più solo con il mio eretico dubbio sulle "le annate magroline". E se venisse fuori che le annate difficili, con troppo poco sole, temperature troppo basse, con problemi in vendemmia... con acidità un po' troppo alta e tannini un po' troppo crudi, con corpi più nervosi che muscolosi, sono le annate che durano meglio nel tempo? È un mio dubbio da tanto tempo che viene nutrito ogni volta che bevo una bottiglia di Barbaresco o un Barolo di un'annata sfigata degli anni 90. Di sicuro so soltanto che le diverse "annate del secolo" degli anni 2000 hanno da essere fatto fuori subito perché perdono velocemente il loro smalto. Purtroppo la prova definitiva non si può fare, abbiamo snobato le varie 91, 92, (93), 94, ecc... le nostre cantine sono ancora piene di 88, 89, 90... (parlo di Langa ovviamente). Molto cordialmente Andreas

  • Anonymous says:
    8 gennaio 2012 alle ore 11:37

    ciao andreas, d'accordissimo. ho fatto le stesse prove e ho avuto le stesse sensazioni anche sulle annate più recenti (chianti e brunello compresi)... e ne ho scritto... ma te invece di leggermi mangi brigidini tutto il giorno. :-) saluti dalla balena (aka masna).

  • Stefano Menti says:
    8 gennaio 2012 alle ore 13:48

    @Andreas, secondo me le annate sfigate sono le opere d'arte dei bravi vignaioli.

    Penso ai Soldera di annate giudicate non buone per il brunello, beh i suoi brunelli sono sempre buoni ma migliori nelle annate giudicate difficili.

  • Anonymous says:
    8 gennaio 2012 alle ore 17:34

    Sono d'accordo, negli anni più difficili i produttori sono costretti a dare il meglio. E' un mio pensiero anche che la pianta abbia un che di magico, una reazione al clima che va intuita ed interpretata per l'appunto dai vignaioli più sensibili. Ecco allora che esce il terroir, lì si può fare la differenza. L'assaggio delle annate "sfigate" di Barolo, ma anche di Bordeaeux, mi conforta che queste spesso sono più interessanti di quelle tanto celebrate.
    Mario Plazio

  • Angelo Peretti says:
    8 gennaio 2012 alle ore 19:57

    Alessandro, Andreas, grazie dei vostri interventi, illuminanti, soprattutto vista la vostra grande esperienza. Io continuo a cercare i vini magrolini e me li gusto con grande piacere. Magari, chissà, avremo modo di bercene qualche bottiglia. Ovviamente saranno invitati anche Stefano e Mario.

  • Stefano Menti says:
    9 gennaio 2012 alle ore 06:32

    Non mancherò. Grazie.

  • ambra tiraboschi says:
    9 gennaio 2012 alle ore 13:22

    mi manca competenza per parlare di annate difficili di bordeaux ma abbiamo affrontato lo stesso problema con il lugana 2010
    ed in effetti sono le vendemmie di cui a casa si parla di più

  • Angelo Peretti says:
    9 gennaio 2012 alle ore 13:28

    Come il '96, Ambra

  • Andreas März says:
    9 gennaio 2012 alle ore 16:07

    haha, quindi tutti d'accordo nell'evitare le grande annate! Oppure - proposta più seria - smettiamo, noi giornalisti, di dare troppo valore all'annata. Purtroppo abbiamo troppa influenza sui consumatori. Tutte le annate sono buone se il produttore è capace!
    Poi: con questi maledetti autunni caldi si è scombussolato completamente la classificazione dei cru. Proprio le migliori posizioni fino a 1999, oggi spesso danno dei vini surmaturi, piacevoli sicuramente, ma con poco carattere e poca longevità.
    Pensavamo di sapere, ma ci scopriamo più ignoranti di prima... (ovviamente parlo solo per me). Andreas

  • Angelo Peretti says:
    9 gennaio 2012 alle ore 18:26

    Andreas, sì, credo che un esame di coscienza vada fatto. E comunque hai ragione: tutte le annate sono buone se il produttore lavora bene. Per me, il produttore migliore è quello che fa sentire l'annata, e dunque ogni annata è quella buona.

  • Anonymous says:
    10 gennaio 2012 alle ore 17:44

    Se fai un fischio quando organizzate qualcosa,Angelo,qualche Barolo 93-94 io l'ho ancora;e un salto da Bassano lo faccio volentieri.Visto che tu...
    Marco

  • Campagnola Fernando says:
    10 gennaio 2012 alle ore 18:26

    Da produttore posso dire che non è vero che i produttori danno il massimo nelle annate difficili, i bravi produttori danno il massimo sempre.
    Secondo me non è corretto neanche parlare di annate difficili o annate facili ma semplicemente di annate diverse, e i bravi produttori sono quelli che riescono a dare la loro impronta ma saprattutto quella dell'annata nei vini che fanno senza compromessi.

  • Stefano Menti says:
    11 gennaio 2012 alle ore 06:50

    @Fernando, infatti io volevo dire che nelle annate difficili esce il grande vigneron, quello che lavora sempre bene sia in vigna che in cantina e, quando ci sono le annate difficili, gli altri segnano il passo e lui... stupisce.

  • Angelo Peretti says:
    11 gennaio 2012 alle ore 09:48

    Esatto

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