[Angelo Peretti]
Ha fatto parlare nei giorni scorsi sul web la notizia che una nota enoteca romana si è vista appioppare una multa - e magari anche una denuncia - perché sugli scaffali aveva in vendita dei vini presentati come "naturali". Il primo annuncio l'ha dato Marco Bolasco, direttore di Slow Food Editore, non su siti istituzionali della chiocciolina golosa, bensì sul suo blog Cibario. Il titolare dell'enoteca gli ha scritto così: "Ciao Marco, ti contatto per informarti di quanto mi è successo la scorsa settimana: sono venuti 2 funzionari del ministero delle politiche agricole per contestarmi la vendita sugli scaffali dei vini 'Naturali'. Hanno redatto un verbale al quale seguirà una sanzione e forse una denuncia penale. L’oggetto della vicenda è che non si possono mettere in evidenza vini senza una certificazione. Solo quelli con i vari bollini di controllo si distinguono"
Su vari siti si è levato il grido: al complotto, al complotto! perché gli agenti si sarebbero presentati su espressa segnalazione, e dunque vi sarebbe chi trama contro i produttori biodinamici et simili. C'è stato anche chi, fra i blogger, si è autodenunciato affermando che anch'egli pubblicizza i vini "naturali", e dunque - a suo dire - vorrebbe anch'egli essere "arrestato" (a proposito: è bene scrivere di vino, non "pubblicizzare" il vino). Ma non è così.
Mi si permetta di dire tre cose.
La prima: mi dispiace per l'enoteca, che certamente - vista la reputazione - non puntava a frodare nessuno e ora rischia una sanzione - temo - per frode in commercio.
La seconda: per favore, finiamola con lo sport italiano del vedere complotti ovunque e con l'altra moda di stare con chi va di moda.
La terza: il problema non è scrivere o parlare di vini "naturali", il problema è vendere un prodotto che si chiama "vino" proponendolo come ricadente in una categoria merceologica - i "vini naturali" - che non esiste, e che dunque è fuori dalle norme, e le norme vanno rispettate, da tutti (o almeno così la pensa un vecchio, nostalgico liberale come me).
C'è però - di fondo - anche un quarto problema: la vogliamo piantare con quest'astrusa definizione dei "vini naturali" che fanno sembrare "innaturali" tutti gli altri? Il prodotto "naturale" della vigna è l'uva, non il vino. Il prodotto "meccanico" dell'uva spremuta è il mosto d'uva, che a sua volta si trasforma "naturalmente" in aceto se non si frappongono "innaturali" interventi umani. Tutto il vino che esiste al mondo è dunque "non naturale", oppure tutto il vino al mondo è "naturale", fate un po' voi. Chi il vino lo fa con il massimo rispetto della vigna e le minime intrusioni in cantina ha tutto il mio rispetto, ed ha anche buona parte dei miei quattrini, visto che il vino glielo compro e glielo ricompro, perché preferisco che la chimica sia più lontana possibile da quel che bevo e che mangio. Però, cari "naturalisti", mettetevi d'accordo e trovate un altro nome e fatelo registrare e poi sottoponetevi a tutte le certificazioni del caso, perché anche il mercato non è "naturale" e ha regole che vanno rispettate, da tutti (o almeno così la pensa - ripeto - un vecchio, nostalgico liberale come me, che ama bere vino, e preferisce che il vino sia il più vicino all'uva d'origine e magari pensa anche che pagare le tasse sia un dovere sociale e altre arcaiche astrusità del genere).

Straquoto, Angelo!
Io mi sono consumata le dita a forza di applaudire . Santo Subito Angelo Peretti
claudia
Sto ottenendo la certificazione al biologico appunto perché non mi sentivo di dire che il mio vino era "naturale" senza che non lo fosse anche per la legge italiana. Ho sempre spiegato il mio modo di operare ma sentivo che mi mancava qualcosa.
Applauso per Angelo, in completo accordo.
Pienamente d'accordo.
L'unico dubbio è sulle certificazioni.
Molti piccoli produttori non se lo possono permettere.
E poi, non che se ne senta così la mancanza.
Ho visto alcune etichette che riportano gli ingredienti, almeno uno sà con precisione cosa beve.
La cosa migliore sarebbe conoscere il produttore e, finalmente, fidarsi di qualcuno.
Saluti.
Angelo, complimenti per la chiarezza, concordo su tutto, senza eccezioni.
Davide non ho ben compreso la tua affermazione e nel dubbio preferisco sottolineare che: quando avrai ottenuto la certificazione al biologico potrai dire e scrivere di produrre "vino ottenuto da uve provenienti da agricoltura biologica ", ma per questo non potrai "dichiarare" di produrre vino naturale , se non rischiando quanto successo all'enoteca di Roma. @Daniele : di recente un amico produttore di Asolo Docg ha affermato che la certificazione gli costa, per 11 ha di vigna, 500€ , non mi sembra un costo proibitivo, piuttosto tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, ovvero il dichiarare di produrre "biologico" è un conto, il farlo e poi essere soggetti a controlli che certifichino il tutto è un'altra cosa, e questo vale per tutti i tipi di certificazioni, sia a livello industriale, che agricolo, ed il costo normalmente non è nella certificazione in sé, ma in quello che operativamente l'azienda deve fare per ottemperare a quanto richiesto per certificarsi. Per quanto riguarda le etichette, se non esiste una norma di riferimento valgono ben poco. Con cordialità. Giovanni Palazzi.
purtroppo le norme in Italia sono fatte talvolta per essere infrante. Da produttore certificato vi dico, la certificazione è una cavolata e non da nessuna garanzia a voi consumatori. Mi dispiace deludervi ma si tratta solo di burocrazia. Noi abbiamo cambiato 2 enti certificatori, nella speranza di ricevere qualche controllo del vigneto o dell'uva ma non abbiamo mai visto nessuno! Solo quando si tratta di pagare sono pronti ad inviarti la raccomandata!! Ritengo che l'unica via per uscire da questo stallo e dare un minimo di "garanzia" a chi beve il prodotto siano i quantitativi reali di anidride solforosa totale e gli INGREDIENTI IN ETICHETTA, (vi siete mai chiesti perchè il vino è l'unico alimento che non li ha??). Poi che si chiami "Naturale", "Vero", "biodinamico" (anche questo fuorilegge per altro), "freewine" o "vino artigiano" chi se ne importa
Alessandro, per un' azienda in regola e che lavora in un certo modo può essere che la certificazione sia una cavolata burocratica, per un produttore con intenti poco chiari, per non dire truffaldini, certamente no, e anche le verifiche relative probabilmente sarebbero più approfondite. Sul "chi se ne importa" del come lo si chiami, mi spiace deluderla e le dico che anche a fronte di un etichetta con ingredienti (già mi immagino le discussioni tra produttori sul come dovrebbe essere fatta e su chi dovrebbe controllarla) a me importa molto, e penso di non essere l'unico .
Giovanni Palazzi.
mi dispiace ma continuo a pensare che gli enti certificatori trattino noi e tutte le altre aziende allo stesso modo; guardano al guadagno monetario, senza sbattersi di controlli che gli renderebbero la vita complicata. Supponiamo che io sono uno studente e pago profumatamente i miei insegnanti perchè loro controllino i miei compiti. Questi, pur di avere guadagno,non esiteranno a promuovermi anche nel caso io non sia un secchione. Lo stesso vale per gli enti certificatori a mio avviso. Fin tanto che noi produttori paghiamo gli enti il gioco sarà facile, specialmente per i meno onesti. Non so se riesco a spiegarmi ma a mio avviso ci vorrebbe un'altra formula per tutelare fino in fondo il consumatore.
Alessandro
Sono d'accordo con Alessandro circa gli ingredienti in etichetta.
Mi sono sempre chiesto perché si debba scrivere "contine solfiti" quando si hanno più di 10 mg/lt di solforosa totale e non quanta ce ne sia effettivamente nel vino.
Due vini con la scritta "contiene solfiti" possono essere uno con 11 e l'altro con 200 di solforosa totale; io da consumatore vorrei saperlo.
Inoltre prediligerei i vini con ingredienti tipo: uva e solfiti piuttosto che quelli fatti con: uva, solfiti, gomma arabica, acido citrico, acido malico, albumina, pvpp, caseina, lieviti selezionati, attivanti, enzimi pectolitici, manno proteine, tannino di quercia, scorze di lievito, tannino d'uva, CMC, rame e qualcos'altro che si trova in buona parte dei vini in commercio, se non la maggioranza.
La certificazione bio certifica che non usi diserbi e non usi sistemici in vigna; è già qualcosa. E certifica inoltre che hai contenuti di solforosa totale massima inferiore ai convenzionali, ma sempre limiti molto altri.
Per il resto, in cantina, con il vino biologico (ora c'è il vino biologico e non più il vino da uve biologiche) si può usare tutto quello che si usa nel convenzionale.
@Daniele confermo anch'io come Giovanni che il costo della certificazione è basso. Non così basso come dice lui, comunque per 7,5 ettari io spendo circa 700 € l'anno. E puoi chiedere un contributo alla EU di 525 € /ettaro, che quindi ripaga i tuoi sforzi economici nel non usare il diserbo.
Alcune regioni, come la Toscana, pagano al produttore bio l'80% dei costi di certificazione.
@Giovanni hai perfettamente ragione. Volevo dire che molti produttori si professano biologici anche se non hanno la certificazione e io non mi sento di dirlo finchè, appunto, non sarò biologico anche per legge italiana.
Concordo sugli ingredienti in etichetta senza fare però ancora più confusione nella testa del consumatore. Un'analisi su ogni vino imbottigliato, tipo quelle dell'acqua, con scritto le quantità dei vari prodotti trovati potrebbe essere un'inizio.
Con il nuovo regolamento sul vino biologico sono state ammesse in totale 40, se non sbaglio, sostanze. In convenzionale sono molte di più. E' ancora mooooolto di manica larga questo nuovo regolamento ma già nel 2015 lo ridurranno. Si parte sempre dal primo passo per fare una maratona.
@Alessandro Gli enti certificatori effettivamento di controlli, almeno a me, ne fanno 1 massimo 2 all'anno e controllano quelle 2 cosine che devi fare. Ad una azienda agricola che conosco molto bene un paio d'anni fa hanno bloccato la certificazione perchè dalle analisi fogliari hanno trovato un prodotto non consentito. Dunque qualche controllo lo fanno.
@Stefano Da quello che mi risulta anche la regione Veneto, con la misura 132, paga al produttore il 100% dei costi della certificazione per un massimo di 3mila€ l'anno.
@Davide Interessante
Scusate il ritardo, ma ero in giro e non sono così tecnologico per seguire la discussione fuori casa.
Grazie per le precisazioni dei produttori.
Alcuni mi avevano riferito di costi sostanziosi per la certificazione, probabilmente era una scusa.
Gli enti certificatori dovrebbero controllare, quello che riporta Alessandro è grave.
Sono comunque convinto che è meglio conoscere e fidarsi del produttore.
Oltre agli ingredienti in etichetta, sarebbe interessante avere la quantità di solforosa, ultimamente mi da problemi anche bevendo poco.
Non ho ancora capito, e qualcuno forse ne sà di più, come mai nel vino è obbligatorio scrivere CONTIENE SOLFITI, quando in altre bevande ce n'è di più ma non lo si scrive.
Grazie a tutti per le informazioni preziose.
Saluti.
Buongiorno caro sig. Peretti. Mi permetta di intervenire in questo dotto dibattito nella veste di osservatore (mai potrei permettermi di più, essendo un semplice degustatore di vini senza pretese di ambire anche solo lontanamente ad essere un esperto). Nel suo post lei scrive "il problema è vendere un prodotto che si chiama "vino" proponendolo come ricadente in una categoria merceologica - i "vini naturali" - che non esiste, e che dunque è fuori dalle norme, e le norme vanno rispettate, da tutti (o almeno così la pensa un vecchio, nostalgico liberale come me)." Ira, poichè anche io mi considero un "vecchio, nostalgico liberale" le chiedo: non sarebbe più corretto dire che "se una categoria merceologica non esiste" allora una definizione come "naturale" può essere utilizzata senza infrangere leggi? Ovvero: se per dirsi "dottore" è necessario essere laureati, non è altrettanto vero che per dirsi "naturali" si debba avere una particolare condizione o diploma di naturalità... Almeno finchè una qualche legge o norma non interverrà a sostenere il contrario. Grazie per la sua cortese attenzione ed ospitalità!
Le categorie merceologiche sono normate (ed è giusto che sia così, a tutela del compratore) e il vino si chiama vino. Il vino naturale non esiste come categoria merceologica e quindi non può essere venduto come tale, semplicemente.