Il vino non è diverso dalla carta igienica

2 maggio 2012
[Angelo Peretti]
Il vino non è diverso dalla carta igienica. Lo dice Annette Alvarez-Peters e temo abbia ragione. Lei non è mica una qualunque: giusto per essere chiari, secondo la classifica della rivista britannica Decanter, questa signora è la sesta persona in ordine di importanza nel settore del vino a livello mondiale. Se ne occupa per la Costco: lei è la responsabile del segmento vino. La catena annualmente fattura solo in vino qualcosa come un miliardo di dollari. Un miliardo di dollari, capito? E vende di tutto: tanto per dire, in listino c'è roba come Château Mouton Rothshild and Château Pétrus.
La notizia l'ho letta oggi sulla rivista on line The Drinks Business. Parlando alla rete  televisiva Cnbc, Annette Alvarez-Peters è stata chiara: il vino è "just a beverage", ha detto, è solo una bevanda, e "no different than toilet paper", non è diverso dalla carta igienica. Ha aggiunto: "Is wine more special than clothing? Is it more special than televisions? I don’t think so". E cioè: "Il vino ha qualcosa di più speciale dell'abbigliamento? Di più speciale dei televisori? Io non credo". E quando il conduttore (che era Carl Quintanilla, uno che ha vinto l'Emmy award) le ha fatto notare che, insomma, qualcosa di diverso c'è, perché la scelta di un vino ha un carattere molto, molto personale, lei, la terribile donna del vino della Costco, ha replicato che sì, magari c'è gente che può vederlo sotto questa luce, "ma a fine giornata è soltanto una bevanda, e allora o vi piace o non vi piace". Più chiaro di così?
Più chiaro di così, intendo, per chi si illude che i grandi gruppi di distribuzione attribuiscano al vino quei valori immateriali che stanno a cuore ai wine lover, agli appassionatissimi del vino. Nossignori: la stragrande maggioranza della gente il vino lo beve senza porsi tante domande, e il business lo si fa vendendogli il vino-bevanda che più li soddisfi. Credo dunque che, sotto questo punto di vista, la Alvarez-Peters abbia perfettamente ragione. E la sua affermazione, apparentemente un po' cruda, probabilmente serve a riportare tutti coi piedi per terra. Per lei l'importante è fare l'interesse della Costco, qualunque cosa debba comprare o vendere per conto della Costco: è così che stanno in piedi i colossi. Dunque, tra vino e carta igienica non c'è davvero differenza. La poesia è solo uno scaffale del reparto libri.

17 commenti:

  • Anonimo says:
    2 maggio 2012 alle ore 19:12

    Gente che la pensa diversamente fattura più di lei ;)

  • Rinaldo says:
    2 maggio 2012 alle ore 19:31

    gli consiglierei alla signora e ai suoi seguaci, di leggersi Roma Caput Vini di Giovanni Negri http://avvinatorebloggato.blogspot.it/2012/01/roma-caput-vini.html
    ...così senza impegno...tanto per mettere meglio a fuoco (..che l'angolo visuale loro distorce parecchio).
    siamo sull'orlo del baratro, proprio perchè economia e finanza sono diventate priorità assolute (vedi la recente uscita del Fondo Monetario Internazionale, sui "pericoli" per l'economia globale, derivanti dall'aumento dell'aspettativa di vita).
    ...decimateci!
    la signora qui sopra è della stessa pasta.

  • Angelo Peretti says:
    2 maggio 2012 alle ore 19:31

    Credo tu sia stato tratto in inganno da una mio errore, che ho corretto meno rapidamente di quanto tu abbia fatto con il commento: si parla di un miliardo di dollari di fatturato annui solo nel settore vino. Un miliardo (non un milione, come avevo, chissà perché, scritto). Mica scherzi.

  • Angelo Peretti says:
    2 maggio 2012 alle ore 19:33

    Rinaldo, credo non si possa banalizzare il ruolo dei grandi retailer globali: di vino se ne fa talmente tanto che in qualche maniera bisognerà pur venderlo, e questi lo vendono. L'alternativa è estirpare le vigne, ma per farci cosa al loro posto?

  • Rinaldo Marcaccio says:
    2 maggio 2012 alle ore 19:47

    ...mi sembra che l'uscita della signora sia una provocazione bella e buona, per farsi pubblicità lei.
    perciò tendo a snobbare queste affermazioni, che in sostanza lasciano il tempo che trovano.
    tuttavia, nonostante la vacuità di tali affermazioni, mi indigno di fronte al cinismo e mi metto sulle barricate!
    ...non so voi...

  • Rinaldo Marcaccio says:
    2 maggio 2012 alle ore 20:05

    aggiungerei che fare vino, non è come fare lavatrici.
    vedo che molti, provenendo da altri settori dell'economia, si mettono a fare vino, pur non avendo alcuna base. pensando di copincollare qui le loro prerogative e il loro background.
    in questo caso le cose sono due: o s'innamorano (e allora si salvano), oppure solo col business non vanno da nessuna parte e anzi rovinano ciò che di buono è stato creato da chi il vino lo fa anche (ma non solo) per passione.

  • Anonimo says:
    2 maggio 2012 alle ore 20:08

    condivido al 1000x1000 le riflessioni di Rinaldo, anch'io credo nelle persone, nel loro lavoro, nel vivere la vita con qualità, piacere, volontà, voglia di far bene e star bene con se stessi e con gli altri, il vendere il prodotto è importante ma prima viene la qualità del prodotto; non mi piace quel che ha detto questa signora, non mi piace il suo mondo; sulle barricate ci sono anch'io!
    Alessandro

  • Angelo Peretti says:
    2 maggio 2012 alle ore 20:09

    Vediamo quanti saltano sulle barricate: dai che c'è posto!

  • Rinaldo Marcaccio says:
    2 maggio 2012 alle ore 23:42

    Aggiungerei che fare vino non è come fare lavatrici.
    Noto cioè una tendenza diffusa, da parte d’imprenditori o comunque professionalità le più diverse, provenienti da svariati settori dell’economia, ad intraprendere nel mondo del vino pur non avendo basi sufficienti ; confidando sulle qualità o risorse personali e sul background acquisito nell’attività d’origine.
    Succede allora che due sono le cose: o s’innamorano (e allora si salvano), oppure evitano coinvolgimenti emotivi o passionali, tralasciano completamente gli aspetti valoriali legati al vino ritenuti superflui, puntano esclusivamente sulla loro forza e capacità di leggere il mercato(guardano cioè esclusivamente al business, operando secondo un’ottica strettamente imprenditoriale). In questo secondo caso rischiano nel medio/lungo periodo, di fare solo danni al settore e rovinare ciò che di buono i viticoltori animati da grande passione (..ma ovviamente non soltanto quella) hanno finora costruito; perchè vanno ad esercitare concorrenza sui prezzi a discapito della qualità, proprio nei loro confronti.
    Ecco, questa logica del mercato dominus, spero che abbia tutte le difficoltà del mondo a penetrare in questo settore e diventarne il totem: perché ciò segnerebbe un inesorabile declino, come dimostrano le vicende dell’economia attuali.
    Rilevo però come spinte e pressioni verso quella direzione, non manchino affatto, al di là delle affermazioni della signora qui presente.
    Leggasi questo post di Vincenzo Bonomo: http://giornalevinocibo.com/2012/05/02/liberalizzazione-del-diritti-dimpianto-dei-vigneti-no-grazie/

  • Stefano Menti says:
    3 maggio 2012 alle ore 06:17

    Il tema è interessante ma per me scontato.

    C'è chi affronta la vita con stile culturale e chi con stile scientifico.

    Come dice Rinaldo, l'apetto scientifico in finanza ci ha portato alla crisi. L'aspetto scientifico a mio parere ma non solo, sta rovinando il pianeta.

    Io ho scelto la strada culturale e sto bene. Cercherò di sensibilizzare chiunque abbia voglia di ascoltarmi.

  • carlo sitzia says:
    3 maggio 2012 alle ore 06:59

    Il vino che mi piace e che bevo deve avere un'anima. L'anima non è carta igenica.Il resto dello scaffale non mi interessa........

  • Angelo Peretti says:
    3 maggio 2012 alle ore 07:26

    Sì, d'accordo con tutti voi che avete commentato: ma noi che nel vino cerchiamo l'anima, be', temo proprio che siamo una minuscola minoranza. La stragrande maggioranza di chi compra il vino nelle grandi catene di distribuzione ritengo voglia semplicemente una bevanda, e il problema è tutto lì.

  • Luca Menegotto says:
    3 maggio 2012 alle ore 11:56

    Mah... io sono perplesso: la bevanda è qualcosa che mi disseta, il vino è qualcosa che mi da piacere, se buono. Mai usato un vino per dissetarmi. Mai provato piacere a usare la carta igienica. E mi piacerebbe chiedere alla signora: se è davvero solo una bevanda, come fa lei a convincere le persone ad acquistare certi prodotti di alta gamma che tratta al posto di una comune bottiglia di Coca Cola? Il prezzo è ben differente e il profitto probabilmente e' piu' elevato.

  • Anonimo says:
    3 maggio 2012 alle ore 20:11

    il profitto è palese uccide l'anima delle cose e delle persone soprattutto; cmq, mi hanno colpito le grandi catene di vendita in america piene di bevande, si, ma il vino c'è da tutti i prezzi e non sta vicino agli scaffali di carta igienica anche della più preziosa. Resto convinto che da parte nostra dobbiamo andare avanti sulla qualità e fare proseliti, piuttosto riducendo la quantità di vino prodotto, soprattutto di quello da scaffali.. mi sbaglierò.
    Alessandro

  • Angelo Peretti says:
    3 maggio 2012 alle ore 22:28

    @Luca. La griffe a volte gratifica più del piacere sensoriale: c'è gente che "beve" le etichette, quelle care.

  • Rinaldo Marcaccio says:
    11 maggio 2012 alle ore 17:00

    ...bisogna che mi decida a mettere i rotoli di carta igienica in cantina. :-))

  • Angelo Peretti says:
    12 maggio 2012 alle ore 18:58

    Eggià, Rinaldo...

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