Espressioni, gli Amaroni della Cantina di Negrar

2 maggio 2012
[Mario Plazio]
Sono stati presentati nel corso del Vinitaly i cinque Amaroni del progetto Espressioni della Cantina sociale della Valpolicella. Potendo contare su un patrimonio di vigneti vasto e completo  che copre tutto il territorio della Valpolicella Classica, la Cantina di Negrar ha voluto ricercare e identificare le caratteristiche specifiche di ciascuna delle valli veronesi. Il progetto è degno di lode e i risultati non mancano di interesse. Le identità di ogni singolo terroir sono state ben interpretate e i vini riescono piuttosto bene a trasferire quelle che sulla carta sono le specificità di ciascuna zona. Nell’insieme i vini colpiscono per la massa tannica e l’importante contenuto alcolico. Non sarebbe una cattiva idea cercare di attenuare la potenza della struttura, a tutto vantaggio della bevibilità e di una ulteriore comprensione del territorio. A parte questo aspetto, va detto che non si è insistito su affinamenti troppo invasivi, il legno è molto discreto e non aggiunge inutili tannini a quelli che già ci sono. Quindi grandi strutture, ma anche ricerca della purezza del frutto. Queste le impressioni sulle cinque etichette, tutte prodotte nella vendemmia 2005.
1. Castelrotto. Coi minuti si ripulisce dalle scorie del legno per porgere una bella amarena. In bocca la materia è più sottile ed evoluta, cosa che favorisce la percezione dell’alcol. Semplice e gradevole, è tra i più bevibili, pur mancando della complessità dei migliori. 83/100
2. Villa. Intrigante ed austero, coi minuti diventa sempre più complesso. Particolari gli aromi di carruba, fico e pepe, e poi anche mare. Resta comunque fine. Potente e rotondo, si allarga e presenta dei tannini robusti ma maturi. Coerente in tutto lo sviluppo, potrebbe essere il più longevo. 89/100
3. San Rocco. E’ quello più scomposto, inizia bene ma poi diventa più evoluto e leggermente vegetale. Sensazione di amaro in bocca, con tannini ficcanti. Ha una discreta finezza, compromessa però dal senso di non perfetta definizione. 84/100
4. Mazzurega. La nota di legno scompare e si raffinano gli aromi. Menta, erbe, pepe e anche timidi fiori. Al palato è presente, sapido e largo, con finale tannico cui manca un pizzico di frutta. Morbido e avvolgente, ha però una bella dimensione. 88/100
5. Monte.  Non il più aperto, va cercato e questo non è assolutamente un difetto. Menta secca, frutta, poi anche sentori marini. Elegante in bocca, ha tannini sottili e maturi, con una acidità ben calata nella struttura. Il più fine e meno alcolico, nonostante sia quello con maggior residuo zuccherino. 90/100

4 commenti:

  • Anonimo says:
    2 maggio 2012 alle ore 12:13

    Sì, ottimi, ma per favore, gli Amarone...
    Come non si scrive i Baroli o i Fiani d'Avellino !
    Anche la forma vuole la sua parte.

  • Angelo Peretti says:
    2 maggio 2012 alle ore 12:59

    Ciao "non so chi tu sia". Ci ho pensato, prima di pubblicare quel titolo, e l'ho cambiato una, due, cinque volte, mutando la i in e e la e in i. Poi ho scelto il plurale. In effetti, sotto un certo profilo stride, e l'osservazione che proponi è del tutto pertinente. Ma in origine "amarone" era una specifica, non una denominazione. C'era insomma il Recioto che diventava "amarone". Per capirci, come dire rosato: non si dice "i rosato", ma i rosati. Normalmente, tuttora nella parlata veronese si dice Amaroni, al plurale, e a me piace quest'accezione dialettale, per cui ho deciso di mantenerla. Così come mi viene spontaneo dire i Prosecchi, e non i Prosecco, e la motivazione è abbastanza simile. Anomalie linguistiche venete, che conservo, cocciutamente, nonostante i dogmi grammaticali. In fondo, anche la forma dialettale vuole la sua parte, almeno per me.

  • Anonimo says:
    7 maggio 2012 alle ore 10:37

    Concordo con te, Angelo. Oltre a quello che scrivi, credo che la dizione al plurale vada anche nel senso di una pluralità di espressioni che è quello di cui parla l'articolo. Sbaglio o ultimamente siamo più attenti alla veste che al contenuto? Segno dei tempi.
    Mario Plazio

  • Angelo Peretti says:
    7 maggio 2012 alle ore 12:02

    Ma sì, la forma ai nostri giorni equivale spesso alla sostanza, e spesso la supera. Detto questo, l'obiezione sul plurale del nome di un vino ci sta tutta, così come credo ci stia la mia risposta.

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