Punteggi del vino: i francesi ora la pensano così

10 maggio 2012
[Angelo Peretti]
Si discute con insistenza sui punteggi dei vini. Se servano ancora oppure no. Ovvio che si son formati più partiti: quelli che li difendono a prescindere, quelli che li metterebbero al rogo, quelli che cercano una mediazione, quelli che niente voti ma solo descrizioni evocatrici. Alla questione ha dedicato il servizio portante anche La Revue du Vin de France sul numero di maggio: "Débat. Pour ou contre la notation du vin?" si chiede in copertina. E ascoltare il parere dei francesi mi pare interessante almeno per due motivi: perché i primi a classificare i vini sono stati loro e poi perché i vini che più di tutti giocano le loro chance anche sulla base dei punteggi sono i bordolesi venduti en primeur.
So bene che non si deve mai cominciare a leggere un romanzo dalla fine, ma stavolta non posso certo riassumere pagine e pagine di servizio, e dunque mi limito a riportare, pari pari, la conclusione dell'indagine della Revue, che ha ascoltato alcuni tra i più autorevoli critici del vino. Eccola qui la fine del servizio: "Alla conclusione di di questa inchiesta, suggeriamo di tener conto dei seguenti punti. 1) Evocare la qualità di un vino con un punteggio è difficile quanto farne rivivere un sapore con un descrittore aromatico. La somma dei due processi può essere considerato come il sistema meno peggio. 2) L'evoluzione dei modelli di consumo e di comunicazione permettono ai punteggi, per la prima volta nella storia dell'umanità, si diventare un'avventura personale o almeno locale. 3) Diverse questioni rimangono sul tappeto: la democratizzazione dei punteggi risponde alle esigenze dei consumatori neofiti del pianeta? soddisfa le galassie dei commercianti e dei produttori? sarà, infine, all'altezza di rispondere a quella passione per le gerarchie che il vino, come tutti i prodotti nobili, fin dai tempi più remoti, ha sempre suscitato?"
Per quanto mi riguarda, mi riconosco parecchio nel secondo punto. Credo che i punteggi aiutino. Credo nel contempo che sia ora di finirla di applicare il medesimo criterio di valutazione a prescindere dal tipo di vino o dalla zona d'origine. Insomma: non è corretto, a mio avviso, assegnare punteggi solo tenendo conto della "quantità" dei parametri organolettici. Non è la quantità ciò che conta. Dunque, la valutazione - qualunque sia la scala utilizzata - deve diventare relativa, tenendo conto di criteri soggettivi o territoriali.
Cerco di spiegarmi con un esempio. Se usando l'attuale, rigida scala parametrale di stampo parkeriano (non quelle Oiv, Ais, Onav, che ragionano in maniera ancora diversa, e addirittura peggiore a mio avviso) assegno un punteggio, che so, di 85 centesimi sia a un Bardolino che a un Amarone, significa, tecnicamente, che ho a che fare con un eccellente Bardolino e con un Amarone sopra la media, ma non memorabile. Però lo capisco io che sono un addetto ai lavori, mentre non è assolutamente chiaro, ed è anzi fuorviante, per il lettore no specializzato, che non comprende (e come potrebbe?) che quell'85 è un punteggio d'eccellenza nel caso del Bardolino e un discreto voto, non d'eccellenza, per un Amarone. Dunque, la scala deve essere a mio avviso relativizzata, tenendo conto della singola denominazione, e facendo sì che l'eccellenza o la mediocrità siano riferiti alla singola denominazione, all'interno della medesima tipologia di vino. Un po' quel che faccio coi miei faccini: i tre faccini li assegno a un vino che mi piace tantissimo, a prescindere che sia leggero o strutturato, giovane o invecchiato. Mi piace tantissimo all'interno della sua tipologia, della sua denominazione. Considerato il mio soggettivo criterio di piacevolezza. Perché, ammettiamolo, di oggettività assoluta, nella valutazione organolettica di un vino, non ce n'è e non ce ne può essere: anche il più preparato dei degustatori alla fine è costretto a fare i conti, che lo voglia o no, con la propria soggettività, o quanto meno col proprio umore della giornata, che è, appunto, soggettivo. Per fortuna.

6 commenti:

  • Mario Crosta says:
    10 maggio 2012 alle ore 18:29

    Quando sento certi commenti sparati con vera e propria arroganza e certe valutazioni superficiali e snob del frutto di un onesto, ma faticoso, lavoro, mi immedesimo spesso nel vino, sì, lo ascolto e lo sento borbottare "ma chi siete voi che mi giudicate, quando dovrei essere io, in realta', a giudicarvi per le cazzate che dite?"

  • Angelo Peretti says:
    12 maggio 2012 alle ore 19:05

    Spesso capita che il vino si incavoli, e gli è lecito farlo.

  • Andrea Tibaldi says:
    14 maggio 2012 alle ore 08:43

    > non è assolutamente chiaro, ed è
    > anzi fuorviante, per il lettore no
    > specializzato, che non comprende (e come
    > potrebbe?) che quell'85 è un punteggio
    > d'eccellenza nel caso del Bardolino

    Mah, non mi sembra una cosa così fantascientifica da spiegare e capire. Il neofita vede due vini con lo stesso punteggio, confronta il prezzo, e subito si rende conto di come stanno le cose. A questo punto possiamo iniziare a dibattere la questione prezzo. Comunque sono d'accordo sul discorso che non si possono confrontare vini di differenti tipologie. Io ho appena finito il corso ONAV e lì questa cosa te la spiegano, cioè che un Nebbiolo non lo puoi penalizzare per colore o per intensità di aromi non eccelsa, ecc.
    Il problema sarebbe risolto se fosse trasparente il metro di giudizio di chi dà i voti. Nel caso di Parker questo è successo. In Francia come sono messi? Si conoscono i metri di giudizio dei vari valutatori? Sono diversi tra loro?

    PS: per piacere, basta con la menata che non si possono stroncare i vini perché chi li ha fatti ha faticato tanto. Allora diamo i 3 bicchieri al tavernello perché dà lavoro a tante persone.

  • Angelo Peretti says:
    14 maggio 2012 alle ore 08:57

    @Andrea. Probabilmete mi sono spiegato io. Ovvio che a parità di punteggio il lettore guarda il prezzo, ma questo all'interno di una medesima denominazione o tipologia. Tuttavia, se il punteggio viene assegnato, indifferentemente dalla tiòologia, sulla base del "quanto" un certo vino possiede in termini di concentrazione - come normalmente avviene - vengono create di fatto delle barriere di punteggio tra le diverse tipologie di vino, per cui un ottimo vino della denominazione più "leggerina" avrà lo stesso punteggio di un vino mediocre di una denominazione più "cicciona". A quel punto, il prezzo non c'entra: semplicemente, il vino "leggerino" viene considerato mediocre come quello "ciccione", il che è fuorviante. Io credo che la scala parametrale debba necessariamente tener conto della denominazione e della tipologia di vino. Deve essere insomma relativa e non assoluta.

  • Mario Crosta says:
    18 maggio 2012 alle ore 22:36

    "non si possono stroncare i vini"
    I vini non sono fatti per essere stroncati o medagliati. Sono fatti per essere venduti e quindi piacere a chi li compra. Per qualita' e basta oppure per prezzo e basta, oppure per un conveniente rapporto tra qualita' e prezzo. Lungi da me le menate. E' che volevo sottolineare che molti cosiddetti "giudici" le sparano tanto grosse che anche il vino piu' squadernato potrebbe menargli qualche botta, ben assestata, in testa (se ce l'hanno, poi, quel che normalmente intendiamo per "testa").
    La verita' e' sempre relativa, come scrive bene Angelo. E i giudizi sono sempre soggettivi. In certi momenti, in certi posti, con certe compagnie e certe pietanze, non c'e' Gaja che tenga e ben venga piuttosto sor Lini, Oreste. No?

  • Angelo Peretti says:
    19 maggio 2012 alle ore 07:28

    Condivido, Mario. Grazie.

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