[Angelo Peretti]
Di solito su quest'InternetGourmet non pubblico comunicati stampa. Tuttavia, stavolta faccio uno strappo alla regola. Perché ho ricevuto un comunicato del Consorzio di tutela dell'Orvieto, e dell'Orvieto si sta dibattendo su queste pagine web, e dunque può essere interessante vedere cosa ne pensi l'ente consortile. Di fatto, viene confermata la riduzione della resa in vigna, tenendola anche per quest'anno a 90 quintali per ettaro, come l'anno passato. Soluzione che peraltro non fu salvifica, visto che i prezzi non si sono mossi verso l'alto. Poi, si dice che si farà maggiore promozione, e questa può essere cosa buona, se accompagnata anche da un'effettiva, percepibile crescita identitaria della denominazione (attenzione: non è solo questione di qualità organolettica, è questione di riconoscibilità). Ma poi leggo anche che si sta realizzando un intervento che in genere vedo come il fumo negli occhi: si chiede la docg - la denominazione d'origine controllata e garantita - per l'Orvieto Superiore. E normalmente, appunto, sono del tutto contrario a simili soluzioni, perché esaltare il Superiore significa implicitamente gridare al mondo che tutto il resto è "inferiore", e i danni in genere non tardano a farsi sentire. Ne sa qualcosa il "mio" Bardolino, che ci ha messo dieci anni a tirarsi su. E comunque, anche là dove si è chiesta la docg per il Superiore - vedi appunto il Bardolino o il Soave - la tipologia ha finito per essere relegata a quote assolutamente marginali se non addirittura insignificanti (intorno all'1% o anche meno): più i danni che i benefici, insomma.
Comunque, in bocca al lupo.
Di seguito il comunicato stampa.
ORVIETO – Ad ampia maggioranza l’assemblea dei soci del Consorzio Vini di Orvieto, nella riunione dello scorso 28 giugno, ha confermato anche per la vendemmia 2012 la riduzione della resa a 90 quintali di uva per ettaro relativamente alle tipologie “Orvieto” e “Orvieto Classico”.
L’iniziativa, proposta dal consiglio, è stata largamente illustrata dal presidente Luigi Barberani nell’introduzione ai lavori. Dopo un’analisi dei mercati mondali del vino in cui sono state valutate le prospettive a medio e lungo termine, il presidente è passato ad analizzare più nello specifico il posizionamento dell’Orvieto.
Se infatti, a fronte di un forte aumento dei costi di produzione in agricoltura, il vino si è salvato dalla caduta generalizzata dei prezzi, facendo registrare al contrario aumenti fino al 22,8%, l’Orvieto in questo quadro ha rappresentato un’eccezione in negativo. La sua rimuneratività, purtroppo, è addirittura diminuita, a causa della scarsa intesa tra i produttori e a dispetto della riduzione della resa 2011 che aveva portato in equilibrio domanda e offerta.
In questo scenario, il Consorzio Vini ha ritenuto opportuno confermare la riduzione della resa già stabilita per la vendemmia 2011 a 90 quintali di uva per ettaro. Una strategia sostenuta dalla necessaria ricerca della qualità e dalle statistiche aggiornate sulle giacenze e sull’imbottigliato.
“Non basterà questa sola iniziativa pur valida e indispensabile, a rilanciare il vino di Orvieto – afferma il presidente del Consorzio, Luigi Barberani – è necessario, con il contributo di tutti, un progetto per la promozione che possa riqualificare almeno la parte migliore della produzione, aumentando la presenza del nostro vino nelle enoteche e nella ristorazione, senza per questo abbandonare del tutto la grande distribuzione.
Alcune iniziative in corso – prosegue Barberani - vanno in questa direzione come la richiesta di riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata e Garantita (Docg) per la tipologia “Superiore” che abbiamo deciso lo scorso anno. Altre sono in cantiere. Come la possibilità di ottenere la menzione “Riserva” per gli Orvieto invecchiati, visto che una parte della produzione sta valorizzando con grandi risultati la caratteristica della longevità del nostro vino.
Dal punto di vista della promozione, continueremo ad essere presenti nelle manifestazioni del territorio confermando la sinergia che lega vino e turismo. A questo proposito – conclude Barberani - anche il prossimo Giubileo straordinario concesso dal Vaticano per gli anni 2013 – 2014 sarà un’occasione per dare nuovo e più forte impulso al binomio città e vino”.

Poi sembra che ce l'abbia con l'Orvieto ed invece voglio mettere subito in chiaro la mia solidarieta' per tutte quelle aziende che pur lavorando bene non riescono, per motivi vari, ad ottenere riconoscimento per il proprio lavoro, ne economico ne di pregio.
Detto questo, e' secondo me un caso interessante perche' mostra in modo trasparente una mentalita' diffusa nel mondo produttivo del vino italiano.
Per es.: "La sua rimuneratività, purtroppo, è addirittura diminuita, a causa della scarsa intesa tra i produttori e a dispetto della riduzione della resa 2011 che aveva portato in equilibrio domanda e offerta. " Ma e' possibile che la remunerativita' sia diminuita per la scarsa intesa tra produttori? O non sara perche' invece il vino Orvieto non si vende bene o non spunta dei prezzi decenti sul mercato? Vuoi vedere che al consumatore, cioe' colui che in ultima analisi deve acquistare quella bottiglia, dell'accordo tra i produttori e di tutta la filiera produttiva non gliene possa fregare di meno?
Altra frase: "...progetto per la promozione che possa riqualificare almeno la parte migliore della produzione, aumentando la presenza del nostro vino nelle enoteche e nella ristorazione, senza per questo abbandonare del tutto la grande distribuzione."
Quello che colpisce e' "la parte migliore della produzione" e "senza abbandonare la distribuzione". Non deve essere il consorzio a giudicare quale sia la parte migliore della produzione, ma deve mettere in piedi un progetto di promozione credibile esaltando le caratteristiche migliori, e lasciando che sia poi il mercato a fare le scelte. Anche nello champagne esistono dei prodotti risibili dal punto di vista qualitativo, la gente sa distinguere. L'altra frase riguarda la grande distribuzione, come se quasi ci si debba scusare che un vino di numeri piuttosto rilevanti venga venduto li'. Io ne farei invece un punto di forza, operando a fianco della grande distribuzione per alzare l'immagine del prodotto, proponendo promozioni ad hoc all'interno dei supermercati. Il 70% del vino si vende li', e' inutile utilizzare la GDO come uno zerbino sotto il quale nascondere la polvere, facendo finta che il mercato di qualita' si fa solo nelle enoteche e nei ristoranti. Proprio perche' una denominazione e' forte in quel settore, che lo sproni a fare un salto di qualita' che possa beneficiare entrambe le parti. Senza per questo dimenticare l'Horeca (e non il contrario).
Manca nei Consorzi, e ovviamente non solo nell'Orvieto, una mentalita' di attacco dei mercati, si preferisce giocare di rimessa, sempre sul filo dell'ipocrisia verbale e sempre nella speranza che producendo meno si venda meglio. Sarebbe il caso che si attuassero delle azioni un po piu' coraggiose, meno legate ad un vecchio modo di pensare che in questo mondo nuovo sono destinate ad avere sempre meno spazio e meno successo.
In bocca al lupo.
Gianpaolo, sono, ancora una volta, totalmente d'accordo con te. La cosa si fa preoccupante.
Io credo che se invece di perdersi in elucubrazioni complicate, si usasse semplicemente il buon senso, e la fiducia nel mercato, che non e' un insieme impersonale di speculatori, ma e' fatto dalle stesse persone che frequentiamo e vediamo ogni giorno, la nostra mamma, il vicino di casa, noi stessi, le cose potrebbero essere allo stesso tempo piu' semplici e piu' efficaci.
E io so che tu lo sai :)
Anch'io sono d'accordo con Gianpaolo.
Penso che il problema di molti consorzi è che chi li dirige o i consulenti ai quali si affidano, non conoscono realmente il mercato del vino.
A proposito dei supermercati e del 70% del vino che si vende li', anche il 70% dei cattolici credenti non mette mai il naso fuori dalla chiesa della propria parrocia, eppure ci sono dei duomi, delle cattedrali, dei santuari, dei complessi architettonici stupendi, he varrebbe la pena di visitare e che rimangoo in memoria per sempre. Come i vini che non si trovano al supermarket, veri gioielli eologici. Ricordo anora l'Orvieto abboccato 1978 dell'allora giovanissimo enotecnico del Castello della Sala in Ficulle, il buon Cotarella, con il pate' di milza fresco. Un vino che ho ribevuto 10 anni dopo, che meritava davvero encomi. Abbiamo pochi bianchi che dovrebbero riportare "riserva" in etichetta e a buona ragione, tra cui Verdicchio, Orvieto ed altri dell'Italia Centrale, dell'Alto Adige e della Sardegna.
Ci mandavano al catechismo e lo facevamo controvoglia. Tra una distrazione ed una disattenzione ci siamo convinti che spesso la soluzione di un problema e' la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Nel mondo del vino, la moltiplicazione delle tipologie. Cercate di spiegare ad un americano la differenza tra Orvieto e Orvieto Classico: vi ridera' in faccia. E pensate quando si vedra' proporre al ristorante un "Orvieto Classico Superiore Riserva Docg". Tranquilli, non succedera': sara' il ristoratore stesso a tagliare il nome utilizzando un'espressione piu' sbrigativa (qui in Usa ormai e' tutto "Prosecco" in barba al proliferare dei distinguo e delle tipologie.
Ci fosse uno cui viene in mente che solo parlando del suo luogo di origine, di Orvieto, e della storia che c'e' dietro sarebbe sufficiente far volare di nuovo questo nostro gioiello enologico. Invece no, tutti li' a roteare il bicchiere per trovarci gli stessi sentori di mela golden e di anans che individuiamo nel vino dell'ultima arrivata delle cantine australiane.
Perche' mai non riusciamo a valorizzare i nostri vini attraverso quel patrimonio unico ed irripetibile che hanno alle spalle?
Se la citta' di Orvieto, cosi' com'e', fosse in Argentina, in California, in Sudafrica, pensate davvero che per poter vendere il suo vino si aggrapperebbe a quattro stantii aggettivi come classico, superiore e riserva?
@Stefano Milioni. Grandissimo intervento, e non poteva essere altrimenti.
A proposito delle nostre cervellotiche "qualificazioni" guardate come il giornalista Eric Pfanner cerca faticosamente di spiegare quelle del Soave in un articolo pubblicato sul New York Times il 17 Agosto.
Non a caso inizia con la parola "Confusingly", confusamente.... e chiude adombrando il sospetto che la qualificazione "Superiore" stia ad indicare, più che una più alta qualità, un prezzo più elevato.
"Confusingly, Soave comes with several quality designations, including ordinary Soave, as well as wines labeled as Classico or Superiore. The former refers to wine grown in hillside vineyards, which have more potential than the flatlands used for ordinary Soave. The latter overlaps somewhat with Classico, but also specifies certain winemaking practices that are aimed at lifting the quality — or, perhaps more to the point, the price."