A santa Caterina...

25 novembre 2012
[Angelo Peretti]
A santa Caterina ci no à stupinâ stupìna. Quello che sembra un incomprensibile scioglilingua è invece un modo di dire delle mie parti. Dell’alto Garda, intendo. O meglio, dovrei usare il verbo all'imperfetto: era un modo di dire. Perché lo si usava soprattutto in passato. Fino alla prima guerra mondiale, quando sulla riviera gardesana (o meglio, sulle riviere, di Verona, di Brescia e un pocetto anche di Trento) si producevano i limoni, esportati in mezz’Europa. Significava che il 25 di novembre, giorno di santa Caterina d’Alessandria, chi non aveva ancora provveduto a chiudere per bene con la stoppa anche le minime connessure delle serre dei limoni (l’operazione è detta in dialetto stupinâr) doveva affrettarsi a farlo, perché il gelo incombeva, e il Garda ha sì un clima mite, ma le ore di ghiaccio possono arrivare, e se arrivano senza aver protetto i limoni, allora addio piante.
Di serre di limoni ne sono rimaste pochissime. Purtroppo. Gli alberi dei limoni sono morti quando gl'italiani e gli austriaci hanno cominciato a farsi la guerra: le assi che servivano a costruire le gigantesche serre vennero requisite per farci le trincee. Arrivò la gelata, e addio limoni. E come se non bastasse ci fu anche una malattia che fece il resto. Il paesaggio del Garda, così, è cambiato.
Adesso in un paese vicino a casa mia, qui sul Garda, il giorno di santa Caterina si fa invece la festa dell'olio nuovo. Si mangia la bruschetta. Pane scaldato sulla piastra o sulla griglia, per chi vuole una strofinata d'aglio, olio extravergine di quello appena fatto e un po' di prezzemolo. Mi piace la bruschetta con l'olio nuovo. Senza aglio: io non lo tollero.
L'obiezione è perché io scriva di queste cose, qui. Probabilmente è solo per la malinconia. O la nostalgia. Chissà.

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