Coltivate il dubbio

5 aprile 2013
[Angelo Peretti]
Un paio di settimane fa, un giovane che si sta avvicinando con fervore ai mille misteri e ai mille piaceri del vino (e prima o poi, se non è artificioso e modaiolo, s'imbatterà anche nei dispiaceri e nella disillusione, è inevitabile) mi ha chiesto, quasi che io fossi una sorta di guida spirituale (brutta cosa, quando ti si approcciano così: vuol dire che sei invecchiato), quale sia il segreto. Quale sia, intendeva, la via per meglio comprendere il vino e il suo mondo e i suoi fascinosi arcani. Credo d'averlo deluso rispondendogli: "Coltiva il dubbio". Ma è esattamente quanto penso e la regola cui m'attengo. Coltivo il dubbio. Dubito di tutto quel che mi si racconta, di quanto vedo, di quanto annuso, di quanto assaggio. Dubito per tenere sgombra la mente dai pregiudizi onnipresenti (ah, quante sovrastrutture ci carichiamo inconsapevolmente addosso ogni giorno!) e dalle malie seduttive della comunicazione, che spesso offusca l'intelletto e che sovente è la leva modulata con sapiente disinvoltura anche dai vignaioli che più t'appaiono scevri dall'inganno. Dubito perché so che comunque chi fa vino non è un poeta o un artista, ma un imprenditore che in qualche modo ci deve campare. Dubito e cerco di mettere sempre in dubbio quanto mi viene narrato, perfino quanto di primo acchito percepisco. Dubito e mi tengo il dubbio per me. Mi chiedo se davvero mi stia piacendo quel vino, oppure se sia un riflesso condizionato da quanto mi è stato detto, da quanto ho letto, dal mito, dalla simpatia o dall'antipatia. Provo a tenere sgombri - e allenati - la mente e i sensi. Per godermi il vino così com'è. Perché ho una regola sola: c'è il vino che mi piace, c'è il vino che non mi piace. E non ha nessuna voglia di codificare il perché quel tal vino mi piaccia e quell'altro no. Mi basta così.

6 commenti:

  • luigi fracchia says:
    5 aprile 2013 alle ore 09:25

    Perfetto coltivare il dubbio ma siamo sicuri che il gusto sia un senso esclusivamente biologico e non antropologico e quindi necessariamente e indissolubilmente legato all'esperienza e ai condizionamenti socio-culturali?
    Per me la domanda è retorica perchè sono sicuro che senza influenze esterne il gusto non esiste ma è figlio dei temi, dei luoghi e della società.

  • Robji_M says:
    5 aprile 2013 alle ore 12:58

    @Luigi, il gusto esiste ed è quello che ha permesso all'umanità di riconoscere ciò che è dannoso da ciò che non lo è (es.: piante velenose).
    Quello che ha deciso, nei secoli, la cultura è ciò che si considera buono e ciò che non lo è. Direi che la differenza è sostanziale.
    Questo è però lo stesso tranello in cui sta cadendo chi vuole semplicemente dare nuove regole al gusto e NON liberarlo da esse.

  • maupas says:
    5 aprile 2013 alle ore 15:00

    Parole sante quelle di Angelo. Coltivare il dubbio vuol dire rimettersi sempre in discussione e per questo occorre avere grande intelligenza e capacità di porsi continuamente in gioco, senza condizionamenti e asservimenti più o meno volontari.
    Non è facile, ma coltivare il dubbio aiuta a decidere: lo pensava anche Socrate 2500 anni fa.

  • Angelo Peretti says:
    6 aprile 2013 alle ore 10:51

    @Luigi. Sì, credo che il gusto abbia una matrice antropologica. Per questo parlo sempre di giudizi soggettivi.

  • Angelo Peretti says:
    6 aprile 2013 alle ore 10:52

    @Robji. Liberare il gusto è una bella sfida. Equivale a liberare la mente.

  • Angelo Peretti says:
    6 aprile 2013 alle ore 10:53

    @Mauro. Socrate non fece una bella fine: incrocio le dita. In ogni caso, sì: bisogna rimettersi sempre in gioco.

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