Duca Enrico, dell'eleganza siciliana

28 novembre 2013
[Angelo Peretti]
La prima volta che ebbi nel bicchiere il Duca Enrico fu una folgorazione. Accadde un bel po' di anni fa. Ricordo che ero al ristorante Vecchia Lugana, mito della gastronomia d'allora in riva al lago di Garda. Pierantonio Ambrosi, patron del locale, mi versò un bicchiere di quel rosso siciliano, di cui avevo letto grandi elogi, ma che non avevo ancora assaggiato. Ne rimasi affascinato, mi si aprì uno scenario di velluti e di fiori e di frutti morbidamente maturi. Lo rammento come fosse ora, uno di quei vini che ti si stampano nella memoria.
Tre o quattro anni fa comprai su eBay, da un'enoteca tedesca - pensa un po' - a prezzi più che accettabili (era una sorta di svendita) tre bottiglie di Duca Enrico di annate passate, ed erano un 1993, un '95 e un '96. Una sorta di mini verticale. Le ho stappate da poco. Hanno raccontato di un cambio di passo, nel vino e nell'enologia italiana, avvenuto a cavallo proprio di quelle annate, e quasi simbolicamente confermato, quel cambio, anche dalla diversa etichetta, esordendo la nuova, dal fondo grigio e non più avoriato, proprio con l'annata del '96 (e anche fino al '95 era un rosso "da tavola", mentre dal '96 è diventato un igt Sicilia).
Gli è che il '95 entusiasma per finezza, per eleganza, per uno stile che vorrei dire "classico", mentre il '96, più che apprezzabile comunque, sembra andare in un'altra direzione, quella della maggiore concentrazione, dello stile più orientato a quell'opulenza che è stata portata al successo dagli americani.
Aggiungo una nota riguardo al vitigno. Nessuno dei presenti ricordava quale fosse esattamente, né avevamo guide o manuali, né nella mia cantina c'è linea sufficiente per attivare gli smartphone. Ebbene, tutti noi - proprio tutti, ed eravamo un buon manipolo - per via di quella prugna tanto nitidamente espressa abbiamo pensato - lo confesso - al cabernet sauvignon, e ad un cabernet davvero in stile bordolese pre e post Parker. Invece ho poi visto che è nero d'Avola. E dunque abbiamo preso lucciole per lanterne. Il sito internet "dedicato" al Duca Enrico racconta così: "La nascita di questo Nero d'Avola, la cui prima vendemmia risale al 1984, ha rappresentato, per l'enologia, un vero e proprio punto di svolta. All'inizio degli anni '80, la Duca di Salaparuta maturato il proposito di studiare un nuovo prodotto, capace di raggiungere le più alte espressioni qualitative, decise di investire in ricerca e sperimentazione per individuare le zone ed i sistemi di coltivazione di viti e vitigni, e per sviluppare e affinare metodi di vinificazione che potessero condurre la Casa Vinicola al traguardo prefissato. Fu allora subito evidente che i migliori risultati venivano espressi dalle potenzialità del Nero d'Avola, principe di vini e vitigni siciliani, coltivato nella tradizionale forma ad alberello, in un territorio particolare: la piana di Gela". Ecco, prendo per buono questo testo, e passo a qualche breve nota aggiuntiva sulle tre bottiglie.
Duca Enrico 1993 Duca di Salaparuta
Poco s'è potuto capire, ché evidentemente il tappo non aveva tenuto e il vino era ormai in stato ossidativo, peggiorato poi via via nel bicchiere. In ogni caso, quel poco di frutto che s'è salvato a bottiglia appena aperta ti fa pensare che fosse un bel vino. Peccato.
Duca Enrico 1995 Duca di Salaparuta
Uno di quei rossi che bevi e che poi, a bottiglia finita, ti fanno venire nostalgia, e vorresti ritrovare prima o poi. Austero e mediterraneo. Frutto maturo e tannino ben saldo. Beva spettacolare, eleganza avvincente. Fiori secchi, spezie, capperi. Chiusura "acida" tipica dei grandi vini.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Duca Enrico 1996 Duca di Salaparuta
Più carico del predecessore già nel colore, e poi anche nel frutto e nella polpa. All'olfatto conferma l'eleganza della precedente annata. Il palato coglie invece una maggiore morbidezza, una più accentuata dolcezza di frutto. Lo stile appare diverso. Bel vino, ma preferisco il '95.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

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