[Angelo Peretti]
Uno degli obiettivi dell'euro era tenere sotto controllo l'inflazione in Europa. Il problema è che oggi, mettendo insieme gli effetti della duplice crisi - prima finanziaria e poi economica - con l'eccessivo rigore nordico e l'endemica inefficienza mediterranea, il muro contro cui rischiamo di andare a sbattere è la deflazione. Per deflazione s'intende il calo generalizzato dei prezzi. Se questo calo è dovuto a fattori "stagionali", legati a un temporaneo aumento dell'offerta o alla contrazione del costo delle materie prime, be', la cosa è positiva per i consumatori. Se invece il calo è costante e deriva dal fatto che la gente non consuma più, magari perché ha meno soldi in tasca, allora è un bel guaio, perché la crisi economica rischia di farsi ancora più seria. Con l'aggravio che chi i soldi ce li ha non li spende comunque: perché mai dovrei comprare oggi una casa, una macchina, una fornitura di vino se la mia aspettativa è che da qui a due o tre mesi i prezzi siano scesi ancora?
Ecco, il vino. Mi pare che il rischio deflazione lo stia correndo anche il vino, a livello globale. I buyer mi sembrano attendisti, e mica solo perché in alcune parti d'Europa e del mondo sono calati i consumi. No, credo che siano attendisti anche perché si aspettano che i prezzi calino ancora, e la mia sensazione è che ci sia chi lavora in questa direzione. C'è chi parla apertamente di un obiettivo di prezzo globale all'ingrosso - per grandi volumi, ovvio - intorno all'euro a bottiglia, a prescindere da dove provenga il vino, e se sia bianco o rosso. Ovvio, vino da consumo, da scaffale. Mica le griffe. Ma le griffe sono un'assoluta minoranza, rispetto alla massa del vino in commercio.

Purtroppo gli intenditori di vino, quelli che cercano di capire attraverso studio, ricerca ecc di cosa parlano, sono una vera minoranza dei consumatori. Oramai la globalizzazione ha prodotto la deflazione culturale anche in campo enologico e nel mercato del vino: l'importante é che costi poco e magari sia accompagnato da adeguata pubblicità, oppure abbia un nome altisonante. La pubblicità, si diceva un tempo, é "l'anima del commercio" non sempre della qualità. Occorrerebbe che i tanti quanto inflazionati cosiddetti comunicatori anziché correre dietro sempre ai soliti noti facessero più cultura senza lasciate l'ultima parola alle guide, anche queste un'operazione commerciale più o meno mascherata, che, fatte rare eccezioni, valgono in termini di affidabilità quanto gli oroscopi. Poi ci chiediamo perché i francesi, guardando gli incassi sul vino, rimangono sempre dei grandi maestri e gli italiani (sempre con le dovute eccezioni) gli eterni scolari.
Interessante tema.
Interessanti considerazioni, sia quelle di Angelo che quelle di Gastrosofia.
Ne parlammo e scrivemmo ancora in passato con Angelo, circa quello che Gastrosofia ammonisce agli italiani.
Quando la crisi arrivò nel 2008, il vino ne risentì l'anno seguente. Cosa successe: calo dei consumi, delle vendite, la concorrenza che abbassa i prezzi pensando di recuperare le quantità di vendita perduta (soprattutto parlo di mercato interno ed europeo).
Invece le vendite diminuirono e diminuirono.
Noi decidemmo di non calare i prezzi. Cercammo di ottimizzare il ns. ufficio acquisti e iniziammo imbottigliando solo le vasche migliori. Le altre le vendemmo all'ingrosso a prezzi sotto costo ma... senza nome nell'etichetta.
Risultato: sono tre anni che vendiamo in bottiglia tutto il prodotto della ns. azienda; sono quattro anni che continuiamo ad aumentare sensibilmente i ns. listini con conseguente aumento del fatturato e dei margini.
La risposta francese è marketing e metodologia: conoscere un mercato, stilare una strategia, seguirla senza abbandonare la meta.
Alla fine la costanza e la serietà pagano.