Anch'io preferisco i vini meno costosi

3 dicembre 2013
[Angelo Peretti]
Ecco, ci siamo. Se ne accorgono anche all’estero. L’era del vinone non è ancora finita, certo, ma il cambiamento è in atto e il vinino, la sua naturale antitesi, torna a piacere. Lo dico dopo aver letto un bell’articolo di Carol Emmas su Harpers, Regno Unito. Titolo: “Why I sometimes prefer cheap wine”, ossia “Perché a volte preferisco il vino più a buon mercato”. Dice: “Io preferisco il vino a buon mercato. Eccoci qua, l’ho detto. È come se fossi a testa bassa a mormorare parole di vergogna in un confessionale”. Già, perché ancora oggi sembra una bestemmia dire che invece dei vini più strutturati, potenti, palestrati e costosi si preferiscono i vini più snelli, diretti, immediati ed economici. E invece, signori miei, quelli che chiamo i vinini, ossia i vini semplici ma per nulla banali, ecco che sono qui che rimettono fuori la testa, dopo la collettiva ubriacatura planetaria per i vinoni.
Il fatto è, ricorda Carola Emmas, che alla London Wine Academy hanno organizzato una degustazione comparativa alla cieca per i loro studenti alle prime armi, e ben otto su dieci hanno preferito una bottiglia di vino da 4,99 sterline ad una – stessa uva - da 19.99. L’obiezione è: ma questi erano, appunto, alle prime armi. “Pero – dice lei – io non sono alle prime armi e so apprezzare un buon vino, ma qui sta il punto, non sempre, ma molto spesso, preferisco le versioni più economiche alle più costose”. Perché i vini – buoni – meno costosi, in genere sono “giovani, freschi, innovativi”. E più facili da bere. E poi l’altro tipo di vino, il vinone, “a volte è così sovra-elaborato che mi sento quasi depressa a berlo”.
Tutto questo, secondo la wine writer britannica, perché “con il netto miglioramento realizzato in vigna e nei metodi di produzione, molti produttori stanno puntando commercialmente sul loro vino più semplice, dal buon frutto, perché non hanno più nulla da dimostrare, se non i risultati delle loro vendite”. Anche se c’è tuttora chi si illude che “più il vino ha sapore e peso e più è di spaventosa intensità, più si giustifica il prezzo”. Invece no, si sbagliano. “Quello che personalmente preferisco – dice Carol Emmas - è un vino che ricordi un buon frutto succoso, che abbia un equilibrio di sapori, e un'espressione chiara e naturale dell'uva (delle uve), cose che nel mercato di oggi è più facile che vengano da un vino entry-level, piuttosto che da un vino costoso”.
Opperbacco, ecco: io la penso proprio così quando parlo di vinino. Anch'io preferisco i vini meno costosi.

6 commenti:

  • Gianpaolo says:
    3 dicembre 2013 alle ore 09:17

    sono d'accordo. Penso che nell'ultima decade abbiamo scambiato la concentrazione per la qualita' di un vino. E' certamente piu' facile "pesare" un vino, specialmente per palati "vergini" tra l'altro abituati a sapori forti e abbondanti consumati durante tutta la giornata (ormai si mangia sempre), che coglierne le sfumature di complessita', eleganza, armonia. Ormai per me, salvo dovute eccezioni, un vino che non si fa bere bene e senza sforzo non puo' essere considerato un vino di grande qualita'. Bisogna ovviamente fare attenzione a non cadere nell'estremo opposto, e far passare per vini di alta qualita' vini semplici e senza prestese, anche se godibili e buoni nella circostanza. E' una cosa che richiede un pochino piu' di attenzione e sopratutto di educazione, ma ne val la pena.

  • Marco says:
    3 dicembre 2013 alle ore 09:40

    Ma nessuno preferisce il vino buono a prescindere dal prezzo?
    E che il prezzo entri in gioco in seconda battuta?

  • Percorso Primaro says:
    3 dicembre 2013 alle ore 11:19

    Buongiorno Angelo, come sai l'argomento mi è sempre stato a cuore.
    Che il mercato anglofono e i suoi gusti abbiano sempre condizionato nei secoli gli stili produttivi a livello internazionale, è cosa risaputa. Ci sarà sempre da distinguere il consumo quotidiano di qualità, qualora un individuo lo preveda accanto al cibo, a quello legato a occasioni importanti o per diletto. Gli inglesi, secondo il mio parere s'intende, con il concetto di "claret" hanno definito questo primo "stile di consumo". Noi ci abbiamo provato con "vinino", che magari suona male all'udito, visto che si sa siamo pure fortemente esterofili, ma come idea non ci siamo tanto lontani...
    A presto

    Mirco

  • Angelo Peretti says:
    3 dicembre 2013 alle ore 20:10

    @Gianpaolo. D'accordissimo con te. Su tutto. Anche (e soprattutto) sul monito finale.

  • Angelo Peretti says:
    3 dicembre 2013 alle ore 20:13

    @Marco. D'accordo, si parli di vino. Ma il prezzo non è una variabile indipendente. Credo che chi, come me, ha l'opportunità di assaggiare un grande numero di vini debba tenerne conto per dare indicazioni a chi vuole acquistare. Altrimenti continuiamo ad accreditare il concetto che solo il vino "griffato" - e dunque caro - può essere "grande". Il che è dare un'idea distorta del pianeta vino.

  • Angelo Peretti says:
    3 dicembre 2013 alle ore 20:14

    @Mirco. Grazie. Claret forever (come sai, io amo i vecchi Bordeaux, che erano i Claret per antonomasia).

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