[Angelo Peretti]
Qualche giorno fa, il 23 d'aprile, Riccardo Ricci Curbastro, presidente della Federdoc, la federazione che riunisce i consorzi di tutela italiani del settore del vino, ha inviato agli associati una circolare preannunciando l'imminente varo di "un’azione politica e mediatica in tutta Italia che ci aiuti a tenere alta la tensione nei confronti della Commissione" sulla questione dei diritti d'impianto dei vigneti. La Commissione è quella europea, ovviamente.
La questione cerco di riassumerla in poche righe. Attualmente, se io volessi piantare vigne, non potrei farlo senza aver acquistato i "diritti d'impianto" da qualcuno che abbia rinunciato a mantenere un vigneto di suo. Insomma: gli ettari di vigna in Italia devono rimanere quelli, e se voglio piantare una nuova vigna, chessò, in Veneto, bisogna che venga a mancare una vigna, chessò, in Sicilia, e che io, veneto, paghi il diritto d'impianto al siciliano che me lo vende. Ho citato Veneto e Sicilia non a caso: con questa misura, infatti, c'è stato negli ultini anni un continuo flusso di "carte" da sud verso nord.
Nel 2008, l'Unione europea ha deciso che questo sistema non poteva più andare avanti e ha stabilito che il sistema dei diritti d'impianto doveva finire nel 2015, con possibile prolungamento fino al 2018 per quegli stati che ne avessero fatta richiesta. E poi basta. Solo che adesso è scoppiata la rivolta, e da più parti si chiede invece il mantenimento del sistema dei diritti d'impianto. E Federdoc è fra quelle "più parti" che si battono perché il metodo attuale non venga abolito.
"In queste settimane - scrive il presidente di Federdoc - la discussione sul futuro dei diritti di impianto dei vigneti ha subito un’accelerazione dovuta alla nomina e in seguito alla prima riunione del Gruppo di riflessione di Alto Livello per i Diritti di Reimpianto voluto dalla Commissione europea". Del gruppo fa parte lo stesso Ricci Curbastro in qualità di presidente dell'Efow, ossia l'European Federation of Origin Wines, che mette insieme i rappresentanti delle doc italiane, francesi, spagnole, portoghesi e ungheresi.
Di fatto, perché l'Unione europea torni sui propri passi occorrerebbe che la Commissione europea varasse una nuova proposta legislativa e che questa venisse approvata dal Consiglio con 255 voti su 345 e, contestualmente, dai rappresentanti di almeno 14 stati membri dell'Unione. Oppure servirebbe una proposta del Consiglio e del Parlamento europeo, ma in questo caso sarebbe necessaria l’unanimità del Consiglio. Mica facilissimo. Però i francesi, gli italiani e tanti altri ci stanno lavorando, e pare che il consenso stia nettamente crescendo, al punto che - cito Ricci Curbastro - "nel Parlamento europeo c’è al momento un largo consenso al mantenimento dei diritti di impianto". In più, "sempre il Parlamento ha già annunciato per mezzo del relatore della Riforma della Pac, il francese Michel Dantin, che vi sarà in discussione una mozione in questo senso nella proposta di revisione della Pac". E insomma, proprio la riforma della Pac, ossia la Politica agricola comune dell'Unione europea, potrebbe essere l'ultimo treno che passa dalla stazione comunitaria prima del 31 dicembre 2015, la "data ultima" (salvo proroga al 2018) del sistema dei diritti d'impianto. "La posizione che terremo a livello di lavori del Gruppo di Alto Livello che terminerà i propri lavori nell’ottobre 2012 - afferma Ricci Curbastro - è quella di una necessità di mantenere una regolazione a livello comunitario del potenziale viticolo per tutti i paesi e per ogni vino (dop, igp e senza indicazioni geografiche). Se la Commissione europea si dimostrerà ricettiva un dispositivo legislativo specifico potrà essere inserito nella riforma della Pac in discussione". Certo, il percorso non è privo di ostacoli, perché le Commissione, come correttamente annota il presidente di Federdoc, ha dato vita al Gruppo di riflessione "pur mantenendo una posizione negativa sul mantenimento dei diritti". Vedremo.
Intanto, se le mie informazioni sono corrette, proprio oggi, in Ungheria, della medesima questione dibatterà anche un altro interlocutore dei legislatori europei, ossia la Cevi, la Confédération Européenne des Vignerons Indépendants, di cui fa parte anche la Fivi, la Federazione italiana dei vignaioli indipendenti. Nell'ambito della Cevi, la Federazione italiana ha un ruolo di rilievo, visto che il suo presidente, il valdostano, Costantino Charrère, è il responsabile delle iniziative politiche e sindacali della Confederazione. La posizione della Fivi e della Cevi - me l'ha ricordato lo stesso Charrère, che ho incontrato a Trento sabato scorso - sono chiare: i diritti d'impianto vanno mantenuti, pena l'impoverimento della filiera e il tracollo dei piccoli vignaioli. Del resto, cosa ne pensi la Cevi lo si può leggere sul sito internet della Confederazione, dove è scritto che "il sistema dei diritti di impianto non solo agisce come una salvaguardia contro gli squilibri economici, ma è anche garante di investimenti sostenibili nel settore vitivinicolo europeo". E dunque, "le tre ragioni fondamentali per cui la Cevi chiede il mantenimento dei diritti di impianto" sono queste: i diritti di impianto sono uno strumento necessario per la stabilizzazione economica; i diritti di impianto evitano la delocalizzazione dei vigneti; i diritti di impianto evitano l'impoverimento del settore".
Tutti d'accordo dunque?
No. Intanto, ricordiamoci che la nuova Organizzazione comune di mercato (Ocm) comunitaria comunque prevede che il sistema dei diritti d'impianto debba cessare: questa è la norma, e semmai bisogna pensare a cambiare la norma (ma non ci poteva pensare prima che la norma venisse approvata? dico io). Poi, non pare che nel mondo produttivo la pensino tutti alla stessa maniera. Per esempio, gli industriali spagnoli del vino - e con correttezza lo evidenzia anche Ricci Curbastro nella sua missiva - sono per "una completa liberalizzazione, senza regole comunitarie, al limite sotto il controllo delle sole filiere vitivinicole locali (dop per dop)". E anche il settore industriale italiano sembra, per il momento, tentennare.
Come la penso io? Be', come la penso l'ho già detto nel maggio dello scorso anno, e continuo ad avere dei dubbi grandi così. Il fatto è che, se la riforma europea ha indubbiamente matrici neoliberiste che non possono trovare la mia condivisione, nello stesso tempo sono contrario a qualunque norma di stampo protezionista, e la richiesta del mantenimento tout-court dei diritti d'impianto mi pare che porti purtroppo in questa direzione. Non credo che l'idea degli industriali spagnoli sia così fuori dal mondo: che ciascuno, a casa propria, dentro alle proprie denominazioni d'origine, sia libero di regolarsi, e dunque di decidere se si devono bloccare o no gli impianti. Insomma: perché tra scelte liberiste e opzioni protezioniste non si potrebbe cercare una terza via? E la via potrebbe essere che le scelte tornino in mano ai territori. Si chiama principio di sussidiarietà, ed è uno dei principi su cui regolo la mia vita.

Concordo circa le sue perplessità, e mi stupisce che un grande produttore come Fausto Maculan si schieri nelle fila dei protezionisti. Ma come, mi si è raccontato, e con buona ragione, che vino significa vigna, territorio e persone, e ora si teme la liberalizzazione? Senza contare che già l'idea della trasferibilità delle aree a vigneto, che non conoscevo, mi sa di presa in giro.
Forse sbaglio io, visto che la gran parte dei produttori, e anche quelli di altissimo profilo qualitativo, è per il mantenimento del sistema dei diritti d'impianto. Ma la cosa non mi pare giri per il verso giusto. Sarei per una mediazione.
Tu sai come la penso, quindi non mi dilungo pero' dico questo:
- non si parla di poltiche neoliberiste, ma semplicemente liberiste, ovvero non protezionistiche. Ma vi fa davvero paura la liberta'. Almeno proviamola, una volta. In questo paese si e' vista poco o nulla
- ma sopratutto, quali sono le ragioni vere per il mantenimento del sistema dei diritti? Quelli che sono a favore non riescono che a mettere insieme un accozzaglia di luoghi comuni sull'agricoltura industriale contro quella...agricola? Sai quanto gliene importa agli industriali di mettersi a fare una vigna quando si puo' comprare vino sfuso per due soldi dalle vigne esistenti. E se poi fosse anche? Il motivo, dateci un motivo per proibire, per andare contro all.Art 41 della costituzione che sancisce la liberta' d'impresa.
So bene come la pensi, Gianpaolo. E mi domando se siamo rimasti gli ultimi due liberali che bazzicano intorno al mondo del vino italiano.
Mi domando se dovrei scrivere sulle mie bottiglie questa frase anni '70: "proibito proibire"
Gianpaolo, non lo so: forse è proibito scriverlo...