La Fivi sostiene i sabotatori dei vigneti Ogm

29 aprile 2012
[Angelo Peretti]
La Federazione italiana dei vignaioli indipendenti, la Fivi, le cose le fa, ma poco gli dà enfasi. Così capita di non sapere moltissimo di quel che fa. La novità è che sulla pagina Facebook della Federazione e poi anche sul suo sito ho trovato questa notizia: "La Fivi supporta i Falciatori Volontari di Colmar che si oppongono alle viti Ogm". Titolo che incuriosisce, ammettiamolo, perché tira in ballo i vignaioli italiani, le viti transgeniche e questi da me sconosciuti Falciatori Volontari. E dunque, incuriosito, ho letto. E quel che ho letto, come inizio, è questo: "Il 15 agosto 2010 a Colmar, in Alsazia, un gruppo di 62 vignaioli volontari ha distrutto 70 viti transgeniche piantate in pieno campo in un terreno dell’Inra (Institut National de la Recherche Agronomique) per un programma di ricerca. I Falciatori di Colmar sono stati condannati per il loro gesto e il processo d’appello si terrà il 20 e 21 giugno 2012 alla Corte d’Appello di Colmar. La Fivi si associa alla raccolta fondi per sostenere la multa di 57.000 euro che questi vignaioli dovranno pagare e invita chiunque abbia a cuore un’agricoltura pulita, sostenibile e libera da Ogm, a fare altrettanto".
Insomma: alcuni vigneron transpalpini sono passati dalle proteste alle vie di fatto, e per questo sono stati sanzionati, e ora i vignaioli italiani vogliono dar loro la mano per pagare l'ammenda e sostenere gli oneri processuali.
Giusto? Sbagliato? Le leggi ci sono e bisogna rispettarle. A meno che siano leggi ingiuste, e allora si fa obiezione di coscienza. L'azione dei sabotatori francesi del vigneto Ogm rientra rientra nella casistica dell'obiezione di coscienza? Mi par di capire che chi ha agito a Colmar è convinto di sì, al punto che nel "manifesto" dei Falciatori Volontari si legge questo lungo interrogativo, che fa riflettere: "Quando il governo incoraggia gli interessi privati o lascia che si impongano a spese di tutti e della terra; quando la legge privilegia l’interesse particolare a detrimento dell’interesse generale e la giustizia criminalizza quelli che, in coscienza, hanno osato infrangerla; quando i cittadini hanno, invano, utilizzato tutti i mezzi democratici esistenti per allertare i loro concittadini e il governo di questo pericolo, cosa resta a loro disposizione per contribuire al rispetto inevitabile del principio di precauzione iscritto nella Costituzione?"
Poi, proseguendo, è anche scritto che i Falciatori Volontari "si impegnano a neutralizzare la disseminazione nell’ambiente di piante geneticamente modificate", e questo "impiegando le forme di disobbedienza civile non violenta" e poi anche che "si auto-organizzano nelle azioni che rivendicano" e "assumono personalmente le conseguenze civili e penali dei loro atti portati avanti nel quadro di azioni collettive". A fronte di tutto questo, "una solidarietà attiva è posta in essere al fine che alcuni non paghino per tutti con la propria persona o coi propri beni".
Evidentemente, alla Fivi le ragioni dei Falciatori Volontari francesi devono essere sembrate condivisibili, se ha deciso di lanciare una sottoscrizione a loro favore.
Chi volesse saperne di più può andare a leggere il sito della Fivi, oppure direttamente il sito del Comitato si sostegno ai 62 Falciatori. Siccome il processo d'appello ormai è alle porte, se qualcuno vuol stare dalla loro parte è probabilmente meglio che si muova presto.

6 commenti:

  • Gianpaolo Paglia says:
    29 aprile 2012 alle ore 16:50

    Qualche giorno fa stavo pensando che forse avrei potuto iscrivermi alla Fivi, nonostante che alcuine cosa che loro sostengono, civilmente, siano contro i miei convincimenti (come il sostegno all'attuale assetto dei diritti di reimpianto).
    Ecco, adesso sono sicuro che non mi iscrivero mai ad una associazione che non solo è ideologicamente contraria alla ricerca scientifica, ma che sostiene chi con atti di violenza e prevaricazione entra nei campi speerimentali e li distrugge.
    Veramente un episodio triste.

  • Angelo Peretti says:
    29 aprile 2012 alle ore 16:59

    Gianpaolo, io ritengo che la Fivi costituisca, potenzialmente, un considerevole patrimonio per i vignaioli italiani. Se non fosse questa la mia convinzione non me ne occuperei così assiduamente. Credo però stia pagando alcuni, diciamo così, peccati di gioventù. Uno è probabilmente questo, e per le motivazioni che esponi tu. Un altro è, a mio avviso, e ne ho discusso con Charrère, consentire che si creino strutture locali che agiscono "ad escludendum" nei confronti di altri vigneron, avendo, localmente, titolarità esclusiva del marchio collettivo. Spero che queste posizioni possano essere riconsiderate e corrette, a beneficio dei vignaioli italiani. E continuo in ogni caso a dar fiducia a Charrère e alla Fivi, non senza mettere in luce quelle che a mio avviso possono apparire delle distonie rispetto all'obiettivo generale.

  • Anonimo says:
    30 aprile 2012 alle ore 10:10

    Concordo con la posizione di fondo di Angelo, avvalorata anche da alcune scelte poco felici operate in Veneto. Per quanto riguarda invece l'azione francese, plaudo ai colleghi d'oltralpe che hanno con coraggio sostenuto la loro idea e ne hanno assunto le conseguenze. Non mi paiono terroristi, hanno provato tutto senza ottenere alcun ascolto. Oppure vogliamo far finta di non vedere come siano piuttosto in ballo gli interessi delle industrie chimiche o pseudo-scientifiche che stanno già distruggendo l'ambiente e la vita nelle vigne? Fortuna che ci sono ancora vignaioli come quelli francesi.
    Mario Plazio

  • gianpaolo says:
    30 aprile 2012 alle ore 20:14

    La cosa da notare e' che se venissero prodotti dei cloni di vite resistenti alla peronospora e all'oidio, sarebbero proprio le aziende che producono chimica ad essere scontente. Tanto piu' che qui si trattava di campi sperimentali dell'INRA, ovvero di ricerca pubblica, non ricerca privata.

  • Anonimo says:
    2 maggio 2012 alle ore 10:30

    E’ da pochissimo tempo che conosco FIVI, esattamente da inizio dicembre 2011, quando a Piacenza ebbi modo di visitare l’interessate “mercato dei vini”. La percezione che ebbi allora fu quella che Fivi fosse una federazione di vignaioli –produttori che vendevano il vino prodotto esclusivamente da uve provenienti dai propri vigneti, partecipando attivamente alla filiera produttiva. Poi visitando il mercato incontrai degli amici produttori che , per certo, imbottigliavano vino proveniente da uve acquistate, pensai che ci fosse un piccolo limite tollerato. Successivamente un amico aderente mi disse che il limite esisteva ed era del 51% ovvero dovevano produrre più del 50% del vino con uve coltivate e vinificate nella propria azienda . Ora leggendo nello statuto apprendo che “ Le aziende vitivinicole che abbiano titolo per dichiarare in etichetta "Imbottigliato dal produttore all'origine" sono comprese fra quelle che possono far parte della Federazione”, tale dicitura a quel che ne so, può essere utilizzata da aziende che imbottigliano in prevalenza vino proveniente da propria produzione, il che vuol dire che se imbottigliano il 49% di vino proveniente da uve acquistate ( o sembrerebbe addirittura vino acquistato da terzi) e il 51% di propria produzione hanno titolo per scrivere “imbottigliato all’origine” e quindi, per aderire a Fivi. Angelo, sono un po’ confuso, tu che ne pensi?
    Un cordiale saluto.
    Giovanni Palazzi.

  • Angelo Peretti says:
    2 maggio 2012 alle ore 11:46

    Giovanni, concordo con te: effettivamente, il limite del 51% mi pare un po' troppo a maglie larghe, anche se capisco che, almeno nella fase iniziale, la Fivi aveva bisogno soprattutto di "fare gruppo", e quindi di tenere le porte aperte.
    Il limite, a mio avviso, dovrebbe essere maggiore, ovviamente con deroghe ampie (amplissime) in casi di avversità: purtroppo, quando grandina, per esempio, chi vuol tenere in piedi economicamente l'azienda deve per forza comprare, e in quei casi non devono esserci limiti.
    Detto questo, credo che sarebbe bene che la Fivi facesse una riflessione sul proprio statuto: insisto che a mio avviso stride la compresenza di regole a maglia larga a livello nazionale per l'acquisto quando poi si ha il caso di qualche struttura locale dove invece è previsto l'impedimento a entrare nella Fivi a quei piccoli vignaioli che non accettino di uscire dal relativo consorzio di tutela. Mi sembrerebbe più logico il contrario.
    Come ho detto, ritengo siano "peccati di gioventù". Ma una riflessione invito a farla.

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