[Angelo Peretti]
Oh, bene! Adesso il tema della Tav e del suo passaggio devastante dalle terre del Lugana è diventato d'attualità e ci si impegnano anche i politici. Leggo sui giornali locali che si stanno muovendo due leghisti: nel Veneto l'onorevole Montagnoli, primo firmatario di una risoluzione della Commissione trasporti della Camera che vorrebbe impegnare il Governo a studiare un tracciato alternativo per l'alta velocità tra Brescia e Verona, e in Lombardia il consigliere regionale Marelli, autore di una mozione. Mi verrebbe da esclamare: finalmente!
Sì, finalmente, perché il problema non è nato ieri. Magari ci si poteva anche muovere prima che l'acqua toccasse il culo. O forse i tempi non erano maturi, chissà. Io, per esempio, ne scrissi nel 2005 sulla rivista di Slow Food. Nel 2005, mica ieri. Possibile si sia dovuto aspettare il 2012 per una mobilitazione della politica e (forse) delle istituzioni?
A proposito: quando uscì il mio pezzo, nel 2005, ricevetti dei complimenti, ma anche qualche rampogna. Mi si accusava di mettere in cattiva luce il Lugana parlando di queste cose: pensate un po'. Quei mugugni mi stanno sul gozzo da allora, e dunque permettete: adesso mi tolgo questo sassolino dalla scarpa.
Il pezzo di allora lo riprendo qui sotto, giusto per cavarmi una sodisfazione: evidentemente, sono nato postumo.
Alta insensibilità
Il progresso, sempre la solita storia. Fermarlo non si può. Neppure discuterne. Avanti tutta, in velocità. Anzi, ad alta velocità, come il supertreno che dovrà unire la vecchia Europa a quella nuova, sul Corridoio 5, da Lione a Kiev. Costi quel che costi. E tra i costi della linea ad alta velocità che si va finendo di progettare nella tratta fra Milano e Verona rischiano d’esserci anche una terra, un vitigno e un vino che portano tutt'e tre lo stesso nome: Lugana.
La zona è bella e turistica. Sud del lago di Garda. Un fazzoletto un po' lombardo e un po' veneto, tra Desenzano, Lonato, Pozzolengo e Peschiera. In mezzo c’è Sirmione, "perla delle isole e delle penisole", per dirla con Catullo, che ci abitava un paio di migliaia d'anni fa. Una piana fra la riva del Benaco, il Mincio, le colline moreniche mantovane e la Valtenesi. In macchina, la si attraversa in dieci minuti, lungo l'autostrada che la sfregia nel mezzo come una cicatrice. Qui c'era una palude boscosa, la silva Lucana. Gli alberi vennero abbattuti per ragioni militari: servivano ai Visconti per deviare il Mincio e allagare Mantova, che resisteva.
La bonifica cominciò in età veneziana. Restano le argille: durissime, piene di crepe quando c'è il sole, simili a sabbie mobili quando piove. Sopra ci sono le vigne di trebbiano di Lugana, varietà autoctona, che ne trae tipica mineralità quasi d’idrocarburi. Il vino è in continua crescita qualitativa.
I tecnici sono categorici: per far passare le rotaie del supertreno serve cavar via 70 ettari di vigneto, il 10% di tutto quel che esiste in Lugana. Un’altra manciata d’ettari di vigna dovrà lasciar posto al deposito di macchinari e combustibili. Ottanta ettari eliminati su 700 totali. Un’enormità. In più, scartabellando, si è scoperto che, oltre alla linea ferroviaria, s’insedieranno alcuni enormi cantieri. Uno – 85 000 metri quadri – è a ridosso dell’acquedotto di Peschiera. Nel progetto originale queste ferite non sono segnate. Le vedi sulle planimetrie che possono avere, su richiesta specifica, solo i comuni. Con questi, si arriva a far fuori il 22% dei vigneti totali del Lugana. Un disastro.
I fautori dell’opera non si scompongono. Lo studio d'impatto ambientale ha avanzato una curiosa teoria salvifica per le grandi aree a cantiere: quella che, asportando l’attuale terreno coltivato, conservandolo a margine e riposizionandolo a lavori finiti per ripiantarci di nuovo le vigne, tutto tornerà come prima. In fondo, che c'entrano col vino milioni di anni di lavorio dei mari che depositarono limi, dei ghiacciai che costruirono morene, delle piene lacustri che modellarono la piana? Che importa di secoli d’interazione fra suolo, clima, vigna, uomo, ambiente? Il terroir lo puoi smontare e rimontare a piacimento: così pensa la nuova scienza. Piuttosto, si potrebbe immaginare di piantar vigne su altri terreni della Lugana, fin qui scampati alle lottizzazioni, ma pure lì il treno fa scempio, pretendendo il tributo di ben 100 ettari anche di quest'area potenzialmente coltivabile.
Con le vigne, se ne andrà per sempre un'altra parte della memoria dei luoghi. La linea di alta capacità - è questa la definizione canonica - chiederà il sacrificio di alcune cascine, che verranno demolite. Dieci solo nel comune di Desenzano. A Pozzolengo sarà abbattuto un cascinale di valore storico e architettonico. Risale al Seicento. Le travi che reggono il solaio sono enormi: forse alberi strappati all’antica selva. Restano perfettamente integre le pietre intagliate che servivano a delimitare gli spazi delle vacche nelle stalle: sono in marmo rosso di Verona, ultime testimonianze di una civiltà contadina travolta dal boom del turismo, dall'avanzata dell'urbanizzazione residenziale, dal proliferare dei capannoni e dei centri commerciali.
Possibile non ci sia una soluzione alternativa? Ci hanno provato in molti a spiegare che sì, un'altra possibilità c'è: spostare la linea di qualche centinaio di metri e farla passare sotto le colline moreniche, in galleria. Ma fino a oggi la risposta è stata la stessa: no. Inutile persino votarsi ai santi. Il treno passerà accanto al Santuario del Frassino. La tradizione vuole che lì la Vergine sia apparsa a un vignaiolo, nel 1510. Nemmeno la Madonna ha potuto deviare il tracciato.
Inutili gli appelli del comitato che in Lugana e sulle vicine colline moreniche vorrebbe creare un parco. La richiesta di tutela dell’area ha ricevuto il sostegno dell’astronoma Margherita Hack, del poeta Andrea Zanzotto, dello scrittore Mario Rigoni Stern. Anche di Roberto Vecchioni, professione cantautore ed ex insegnante di liceo a Desenzano, lo stesso dov'era stato commissario d'esami Carducci. I posti, e il vino di Lugana, Vecchioni li conosce. Li ha descritti così: "Casali sparsi, vie di ciottoli, filari ininterrotti di alberi, macchie di ulivi, di rosmarino, roseti, querce storte e imponenti, locande che ti appaiono improvvisamente e ti siedi, bevi del Lugana freschissimo, chiacchieri, giochi, ti rialzi e ti si sperde lo sguardo fino a incontrare laggiù in mezzo al lago due vele innamorate che danzano in cerchio".
Inascoltato resta il monito delle associazioni di categoria. C'è un protocollo d’intesa firmato a Brescia e a Verona dall'Unione e dalla Confederazione Agricoltori e dalla Coldiretti. Vi si denuncia che "saranno gravissimi i danni all’economia delle aziende vitivinicole locali, al turismo in generale, ma soprattutto all'enoturismo e inevitabilmente all’immagine del Lugana". Si domanda di utilizzare la galleria. Lettera morta. Il Consorzio di Tutela del Lugana insiste nel documentare al ministero come la peculiarità di questo vino sia data dal suolo e dalle sue rare, uniche formazioni argillose d’epoca wurmiana, che insieme al clima e al vitigno "conferiscono al prodotto finale peculiarità organolettiche con caratteri assolutamente esclusivi e non ripetibili su terreni limitrofi o comunque diversi". Il problema è lì.
Non c'è dubbio: chi ama il vino e la biodiversità, fa il tifo per la galleria. Alzare un calice di Lugana può essere il segno della resistenza.

Secondo me quando il problema non diventa odierno, politici ma anche cittadini non lo ritengono una preoccupazione.
Molti a parlare male dei Valsusini, e ora che succederà?
Vero, Stfano, questo è il problema dell'Italia. Mi sbaglio: questo è "un" problema dell'Italia. E chi parla per tempo rischia sempre di fare la figura antipaticissima del grillo parlante, snobbato da tutti e spiaccicato con un colpo di scarpa sul muro.