[Angelo Peretti]
L'aveva detto Carlin Petrini. L'aveva detto ai vignaioli che s'erano trovati alla presentazione di Slow Wine, la guida ai vini di Slow Food, un anno e mezzo fa. Aveva detto: "Fate il vino come piace a voi" e mi era sembrato un invito bellissimo, una delle cose più belle che io abbia sentito dire a Carlin. Un inno all'autonomia, alla libertà, al piacere. "Fate il vino come piace a voi": è l'ammonimento che - unico - può portare, a mio avviso, all'esaltazione autentica del terroir, che è prima di tutto passione, sentimento, orgoglio, e poi anche una congerie d'altri saperi e di requisiti naturali e tecnici. Ma a distanza d'un anno e mezzo cos'è rimasto di quell'ammonimento? Quanti sono i vigneron di casa nostra che possono francamente, onestamente dire d'averlo seguito? O piuttosto non si continua a fare i vini che piacciono a quell'illusorio attrattore che è "il mercato", quand'invece non esiste "il" mercato, me esistono tanti e tanti e tanti segmenti diversi di mercato? O piuttosto non si seguita a fare i vini che piacciono ai distributori, agli agenti, ai clienti più performanti?
Be', non lo so. Non so dare una risposta. Epperò ho letto con soddisfazione - tanta - la nota che Gianpaolo Paglia ha pubblicato qualche giorno fa sul blog del suo Poggio Argentiera, facendo i "bilanci di metà anno" della sua attività di vignaiolo e produttore.
Probabilmente con l'invito di Carlin lui non ci ha a che fare. Però di fare i vini come piacciono a lui ce l'ha in testa. E per questo ha deciso di cambiare rotta, in quelle plaghe maremmane dove - sull'onda dei Supertuscans imperanti - tutti, chi più chi meno, cercavano la marmellata acolica o giù di lì. Scrive: "Quando nel 2008 decidemmo di dare una sterzata al metodo di produzione e allo stile dei vini di Poggio Argentiera e Antonio Camillo sapevamo che era una scommessa a rischio, i cui effetti si sarebbero visti a distanza di qualche anno, come sempre avviene in agricoltura, e nel vino in modo particolare".
Cercavano di dissuaderlo dal cambiare. "In tanti mi hanno detto letteralmente 'ma tu sei matto', 'lo hai sempre venduto bene, e questo non è lo stile di vino che ci si aspetta dalla Maremma'." Cose del genere. E credo che i suoi dubbi fossero parecchi. "Mettiamoci dentro - scrive Paglia - anche la crisi mondiale, il calo dei consumi, il calo delle presenze nei ristoranti, lo spread, e tutto quello che c’è intorno. Ci sarebbe da farsi tremare i polsi nel cambiare uno stile di produzione che alla fine era consolidato, colladauto e commercialmente funzionante. Ma come continuare a fare vini che non ci piacerebbe bere? Impossibile".
Ecco, è questo che mi piace: "Come continuare a fare vini che non ci piacerebbe bere?" Bellissimo.
E com'è andata la sfida? Be', a legger lui è andata benone: scorte esaurite, domanda in crescita sia in zona che all'estero. Il trucco è quello: "Fate i vini come piace a voi". E se son buoni, se il produttore stesso ama berli, se ci crede fino in fondo, allora si sappia che "un pubblico che cerca e che apprezza altro esiste, eccome". Lo dice Gianpaolo Paglia. Lo dico anch'io.

Grazie Angelo per le tue parole. Vorrei soltanto dire che il mio post non nasce tanto per autocelebrare il nostro lavoro, anche se per dire la verita' credo che le notizie positive vadano sempre date perche' contribuiscono ad autoalimentare un senso di fiducia in chi lavora con noi sul mercato. L'intento principale e' quello di mettere un piccolo cuneo di dubbio in chi produce e fa vino in Maremma, sul fatto che si puo' dare una lettura piu' personale, autentica e ardita del territorio, senza che questo comporti perdite, anzi, con buona probabilita' di avere maggior successo.
Questa situazione mi viene rappresentata da molti amici e colleghi, che letteralmente mi hanno detto "bravo, lo vorrei fare anche io ma ho paura". Poco tempo fa un piccolo coltivatore, che fa poche decine di migliaia di bottiglie di morellino mi disse, commentando sul fatto che l'annata 2009 (quella del capatosta in commercio) aveva prodotto dei Sangiovesi scarichi di colore, e quindi aveva deicso di non imbottigliare ma di vendere il vino sfuso. Indipendentemente dalla qualita' del vino, che per me in quella vendemmia e' ottima, ma solo per il colore!
Questo ci fa capire quanto il condizionamento delle menti fatto da un certa visione del vino "regalataci" in questi anni, possa orientare in modo perverso le scelte di produzione. Ed e' questo meccanismo che andrebbe rotto, ed io credo che il modo migliore per farlo sia tramite esempio.
già, il colore. Su mia proposta al prossimo Salone del Gusto di Torino terrò un laboratorio sui "rossi chiari" del mondo. E' ora di proporre con più convinzione il messaggio che la qualità del vino non si misura con il pantone dei colorifici.
Maurizio, quando scrissi il mio Elogio del Vinino, ossia il manifesto dei vini da bere, pensavo esattamente a questo. Evviva i rossi chiari: il "mio" Bardolino lo voglio così, e dalle mie parti avanti anche col Tai Rosso e con la Schiava.
Sono d'accordo sulla sostanza del post e dei commenti. D'altro canto non penso che sia un dato di partenza "il vino come piace al produttore", ma spesso un traguardo cui il produttore arriva dopo una percorso di ricerca. Anche un Gravner, quando ha iniziato, si è dapprima mosso in direzione super tecnologica, solo dopo è "tornato indietro". Leggevo di Mauro Mascarello che nel 67 quando ha preso le redini dell'azienda ha passato parecchi anni a sperimentare...
Poi il discorso dei vinini lo vedo slegato. Spesso si tratta di interpretare correttamente il vitigno e il territorio e anche in questo caso il gusto del produttore/vignaiolo potrebbe essere in contrasto, non per ragioni market driven, ma proprio per sue convinzioni personali.
E' un equilibrio sottile quello che porta a fare scelte sul tipo di vino e nello stesso tempo a rispettare il terroir (vigna-uomo-clima).
Sicuramente richiede coraggio da parte del produttore, ma anche una certa umiltà.
Credo sia giusto fare il vino con passione e con amore!
Per esperienza, purtroppo, sono arrivato alla considerazione che ad alcuni produttori bisognerebbe far assaggiare i loro vini anonimizzati, oppure offrire loro la partecipazione ad un corso di degustazione.
L 'affermazione "Il mio vino è genuino e lo faceva così anche mio nonno!",non deve diventare regola generale, altrimenti ci ritroviamo in circolazione bottiglie di vino che difficilmente trovano estimatori tra i palati più allenati!
Prosit!