[Angelo Peretti]
Ho assaggiato e in qualche caso anche bevuto dei bei vini, e a volte dei gran bei vini, alla seconda edizione della rassegna Arrivano i VIgnaioli, allestita a Riva del Garda dai Vignaioli del Trentino, che sono in tutto una quarantina. Non c'è dubbio: prese una per una, a sé stanti, le bottiglie dei vigneron tridentini sono in genere ben fatte, talvolta eccezionalmente ben fatte, e vien voglia di portarsene a casa e di metterle in cantina e di stapparle con gli amici e insomma di bersele. Prese una per una, dico, perché invece tutte insieme ti fanno andare via un po' confuso, e cerco di spiegare perché, anche se in parte l'ho già detto l'anno passato, ma repetita juvant, spero, o forse serve solo a farmi guardare in cagnesco, chissà.
Parto dal solito concetto: in Trentino si vive una certa dicotomia tra vino dell'enorme sistema delle cooperative e vino dei vignaioli. Però l'anno scorso dicevo che avevo l'impressione che il modello di riferimento delle prime abbia finito, col tempo, per permeare anche la maniera di pensare il vino dei secondi. Intendo che se le cooperative hanno puntato a fare dei vini tagliati su misura sul cosiddetto mercato, fondando dunque la produzione soprattutto sul piano enologico, o forse tecnologico, i vignaioli alla fine hanno fatto grosso modo lo stesso, pur indirizzandosi all'altissima qualità: di fatto, anche loro sono stati e sono molto, forse troppo attenti all'impostazione agronomica e soprattutto cantiniera, alla ricerca quasi ossessiva di uno stile personale, aziendale, e in tutto questo rischia di finire in secondo piano l'identità territoriale.
Secondo: altra ossessione trentina, sia in campo cooperativo che nel contesto dei piccoli produttori, mi pare che sia quella per il vitigno. Si parla di marzemino, di teroldego, di pinot grigio, di cabernet, di nosiola, di merlot, di muller thurgau, di questa o quell'uva, e si arriva anche a fare sperimentazioni strepitose (sì, strepitose, credetemi) su questo o quel vitigno, ma anche in questo caso a finire in subordine è l'identità territoriale. Qual è la nosiola del Trentino? Quella simpaticamente beverina dei Pisoni? Quella secchissima e longeva di Castel Noarna? Quella succosa di frutto e densa di mineralità di Giuseppe Fanti? Quella appassita, ma secca e morbida di glicerina della Pravis? Quella passito e dolce del Vinsanto di Gino Pedrotti? Son tutti vini che, presi uno per uno, per il rispettivo ambito, mi piacciono eccome! Però qual è la nosiola? E lo stesso ragionamento lo potrei fare per il Teroldego, il Marzemino, quel che si vuole. Sono vini nei quali leggo lo stile aziendale, leggo se vogliamo anche il vitigno, sono vini che bevo stravolentieri, ma non ne capisco l'identità trentina.
A cos'ha portato questa duplice ossessione per la tecnica - sia agronomica che enologica - e per il vitigno? Ad avere piccole aziende che fanno tanti, troppi vini, e sono vini marcatamente "aziendali", personalissimi, solitari. Singolarmente avvincenti, d'accordo, ma singolarmente.
Non mi si dica che son campanilista se uso l'esempio veronese, ma è giusto, appunto, per fare un esempio: un esempio di un approccio diverso, intendo. Prendiamo la Valpolicella e la zona del Bardolino: ci si fanno vini rossi con i medesimi vitigni, corvina e rondinella. Eppure, al di là della valutazione dei singoli risultati in bottiglia, l'interpretazione di quei vitigni risponde a logiche di territorio: rossi tipicamente lacustri, beverini e freschi nella doc del Bardolino, rossi montanari, più densi e polposi in Valpolicella. A Soave e nel Custoza il vitigno che prevale è la garganega, ma da una parte, a Soave, è la garganega mediata dai suoli vulcanici e dall'altra quella che alligna sulle morene glaciali, e dunque Soave e Custoza hanno imprinting diversi. Insomma: sono vini che possono piacere o meno, ma la zona, il territorio, si avvertono. Ecco, questo non mi par di trovarlo nei vini del Trentino. E invece mi piacerebbe che i vini della Piana Rotaliana avessero un loro stile inconfondibile, quelli della Val di Cembra un loro assetto leggibile e via discorrendo.
Ecco, questo dell'identità territoriale è l'ultimo sforzo, ma è quello definitivo. Che non significa appiattire le identità personali e aziendali, ma interpretarle avendo a mente, per primo, il territorio. Vitigno e agronomia ed enologia dovrebbero diventare solo strumenti a disposizione di artigiani che parlano del loro territorio facendoci vino. Ecco, allora il Trentino dei vignaioli diventerebbe grandissimo. Forse unico.
Che farei se fossi in loro? Intanto prenderei queste mie parole e le butterei via: sono pareri del tutto personali, e loro son liberi di fare quel che gli pare, accidenti! Poi, però, mi metteri attorno a una tavola e comincerei, periodicamente, ma assiduamente, a stappare e bere vini di altre terre, vini che abbiano impronta territoriale. A stapparli e berli, mica ad analizzarli. Per assimilare un unico concetto: l'appartenenza. E il primo che durante la bevuta domanda una sola informazione tecnica paga la cena per tutti, come castigo.

Interessante commento e da me condiviso in gran parte. Tuttavia qui si dà un compito ben difficile a questi bravi vignaioli. La mia idea è che, in sedicesimo, il suo articolo sottolinea una delle specificità che talvolta diventa un difetto ahimè di noi Trentini ed è quello di essere (o almeno spesso di sentirci) troppo bravi per copiare qualcosa. Per cui veniamo su perfetti e solitari: il nostro vero emblema forse non sono le Dolomiti ma ... le piramidi di Segonzano.
Saluto, Primo Oratore
Bella la simbologia della piramide di Segonzano. Io credo che i vignaioli in realtà siano pronti al cambio di passo: sono ottimista.
Mi scusi, secondo lei quale dovrebbe essere l'identità dei vini trentini? Lo chiedo perché dal suo articolo non riesco a capire.
Il mio modesto parere da tecnico é il seguente: nei vini trentini le note varietali sono ben distinguibili nonostante le varie interpretazioni, che a mio modo di vedere sono solo una ricchezza in grado di soddisfare tutti i gusti. Ad esempio il marzemino: c'é una parte di mercato che lo preferisce fresco e beverino, altri apprezzano maggiormente le versioni strutturate ottenute con parziale appassimento delle uve, ma in entrambi icasi la nota del marzemino si riconosce. A mio parere il problema di identità non esiste
Cordiali saluti
Vittorio Merlo
Invece, Vittorio, mi permetta di dire che il problema è esattamente nelle parole che scrive. La questione non è se nel Marzemino si riconoscano o meno le note varietali. La questione è se nel Marzemino si riconosca Isera. Ho detto che nell'interpretazione tecnica i vignaioli trentini sono certamente all'avanguardia, così come lo sono in ampia misura le cooperative trentine. È l'identità territoriale quella che invece a mio avviso non traspare, e questa non deriva dal vitigno. Lei mi chiede quale sia. Ovvio che non lo so: se non c'è, come faccio a conscerla? Sta ai vignaioli che vivono quotidianamente il territorio individuarla e trasferirla nel vino. Basta un giro, che so, nella zona del Barolo o a Chateauneuf du Pape, giusto per fare due esempi, per capire cosa intendo.