Saranno mica troppi 521 vini a marchio europeo?

14 settembre 2012
[Angelo Peretti]
Bisogna ficcarselo in testa: per l’Unione europea i vini a denominazione di origine sono tutti dop. Sono, insomma, a denominazione d’origine protetta, come l’olio, come i formaggi, come le castagne e via discorrendo. Siamo noi italiani che ci intestardiamo a chiamarli doc e docg, con le denominazioni che sono di volta in volta controllate, oppure controllate e garantite (d'altra parte siamo anche il paese dove l'olio fatto con le olive non si chiama mica solo olio d'oliva, ma bisogna definirlo perfino extravergine, sennò non è detto che venga dalla polpa del frutto dell'olivo). E ne abbiamo tante, ma proprio tante di dop del vino: sono, in tutto, ben 403, e se proprio proprio vogliamo suddividerle all’italiana, allora dico che 330 sono doc e 73 docg. Ma non è mica finita. Qui da noi i vini a indicazione geografica continuano essere siglati come igt, ma per l’Europa sono igp, come gli altri prodotti agricoli. E anche di questi, comunque, ne abbiamo un bel po’: sono 118. In tutto, fra dop e igp (ossia, per dirla all'italiana, doc, docg e igt), di marchi europei di tutela sul vino ne abbiamo 521: saranno mica un po' tanti, che ne dite?
I dati li ha snocciolati Giuseppe Martelli, direttore di Assoenologi e presidente del Comitato nazionale vini, in un recente convegno a Soave. E ha aggiunto che i dop rappresentano il 37% del vino globalmente prodotto in Italia, e agli igp va una quota ulteriore del 33%. Soltanto al 30% (per fortuna) si attribuisce il solo nome di “vino”, che è la nuova definizione, non tanto fantasiosa, del vecchio “vino da tavola”, che come tale non può più essere citato.
Insomma: abbiamo un bel guazzabuglio di vini a marchio di tutela comunitario, e non credo ci sia tanta gente in giro che se li ricorda tutti i nomi delle nostre doc, docg, igt, ossia dop e igp, del vino. E probabilmente di queste denominazioni ce n’è anche più d’una che è solo sulla carta, e di vino reale in giro non ce n’è un goccio.
Siamo stati bravi a rendere complicatissimo il nostro patrimonio enologico. Il che non aiuta a venderlo, il vino. Se ci si mette anche il fatto che da noi si beve sempre meno (mezzo bicchiere a testa, contro i due bicchieri degli anni Settanta), allora c’è da confidare solo nell’export. Già, ma come fai a rendere appetibile all’estero una simile proliferazione di marchi e marchietti, di nomi e nomuncoli?
Siamo stati bravi a farci del male da soli. Del resto, siamo il paese dei millanta piccoli campanili, e dei millanti piccoli politici eletti all’ombra dei campanili, e il risultato eccolo qui.

3 commenti:

  • Mike Tommasi says:
    14 settembre 2012 alle ore 07:59

    Angelo hai ragione. In Italia bastano 0 DOCG, una trentina di DOP, e 20 IGT regionali. E basta. Il resto è confusione e suicidio commerciale per quanto riguarda l'export.

  • Angelo Peretti says:
    14 settembre 2012 alle ore 09:00

    Forse 30 sono un po' pochi, ma il concetto è quello.

  • Stefano Menti says:
    14 settembre 2012 alle ore 10:35

    Concordo con voi.

    I nostri importatori mi dicono che quando iniziarono l'attività d'importazione, le DOC erano poche, le più storiche.

    Ora ce ne sono molte e fatta eccezione per le denominazioni importanti, le altre a loro non servono molto.

    Se poi aggiungiamo che ora i controlli per la certificazione non vengono più fatti semi gratuitamente dalle Camere di Commercio ma dai vari enti, Valore Italia, Siquria e altri a pagamento, la denominazione diventa un aggravio sul costo.

    Da tenere conto che la Repressione Frodi non è andata in pensione, c'è ancora, quindi sono due controllori per un unico contribuente.
    Abbiamo creato posti di lavoro ma non lavoro. E lo stipendio dei posti di lavoro va a carico del prodotto vino.
    Quindi un solo reddito, quello delle imprese vinicole, dà stipendio a molti soggetti.
    Risultato aggravio per il compratore.

    Se oltre a questo aggiungiamo che molti consorzi stanno applicando il decreto erga omnes, ovvero si dovrà pagare la quota sociale retroattivamente anche se non fai parte del consorzio, diventa un ulteriore costo per il produttore che andrà a ritorcersi sul consumatore.

    Per tutte queste motivazioni e per il fatto che la DOC garantische che il vino venga da una determinata zona (ORIGINE), che abbia al minimo un certo grado alcolico e una certa acidità, e non garantisce che il vino abbia una certa qualità, abbiamo deciso di comune accordo con i nostri clienti, che non produrremo più vino DOC ma solo VINO (il vecchio vino da tavola).

    Fino a che non ci tasseranno anche questo.

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