Conta che il vino sia imbottigliato all'origine?

9 ottobre 2012
[Angelo Peretti]
La domanda è certamente provocatoria, ma anche intrigante, e suona grosso modo così: "Il fatto che il vino sia imbottigliato all'origine interessa davvero a qualcuno?" A lanciarla è stato nientemeno che Matt Kramer, editorialista di Wine Spectator e arguta penna della scrittura a soggetto vinicolo (la sua pagina è la prima che vado a leggere quando m'arriva il mensile). L'ha fatto in giugno sull'edizione on line della rivistona americana (e poi la cosa è stata ripresa sulla rivista cartacea in ottobre), e sono fioccati i commenti da parte dei lettori. Ma, attenti: commenti pro e commenti contro. Con i contro che non sono pochi, anzi. Molti, infatti, hanno detto grosso modo (sintetizzo) che no, il fatto che il vino sia fatto da un vignaiolo che usa l'uva del suo vigneto non è poi così importante, perché invece quel che conta è che il vino sia buono, e la garanzia della bontà al consumatore gliela dà la marca aziendale, l'affidabilità del produttore, a prescindere da dove abbia preso l'uva che ha utilizzato. "Il focus è sul risultato", titola lapidariamente uno degli interventi (sul cartaceo).
Roba da lasciar basito chi ha un'idea romanticamente terroirista del vino, ma questa è l'America, e il romanticismo del vecchio mondo vinicolo europeo non attecchisce ovunque. Qui da noi, in Italia come in Francia, l'essere vignaiolo a pieno titolo costituisce un valore, e il vignaiolo, secondo il mantra della Fivi, è chi "coltiva le sue vigne, imbottiglia il proprio vino, curando personalmente il proprio prodotto" e poi "vende tutto o parte del suo raccolto in bottiglia, sotto la sua responsabilità, con il suo nome e la sua etichetta". Bene, questo è il vignaiolo, siamo d'accordo. Ma in uno dei commenti che ho letto su Wine Spectator si obietta questo: "Non sono sicuro del perché ci sia questa convinzione che chi è un ottimo coltivatore di vigne sia anche un grande produttore di vino. E viceversa. Anche se sono correlati, i due profili sono abbastanza differenti. Dopotutto, non mi aspetto che un cuoco allevi gli animali e coltivi le verdure che usa in cucina". Già.
Mi ha poi colpito un altro commento, che mi fa capire che una riflessione la dovrebbe fare nel nostro vecchio continente, perché oggi in Europa il fatto che quel certo vino sia imbottigliato all'origine da quel dato vigneron è considerato molto importante, ma ci si dimentica che a far la fortuna dei vini francesi e italiani sono stati quasi sempre in passato (per secoli) i négociant, gli imbottigliatori di valore che andavano (e vanno) a selezionare i migliori lotti, le migliori botti, e le compravano, e le portavano nelle loro cantine, e poi le imbottigliavano a marchio proprio.
Sissignori, occorre rifletterci.

4 commenti:

  • Stefano Menti says:
    9 ottobre 2012 alle ore 06:45

    Io in Germania trovo aceto balsamico di Modena, con tanto di bandierine italiane e poi leggi che è stato imbottigliato in Spagna.

    Scrissi una lettera al consorzio dell'Aceto Balsamico e loro mi risposero:

    "sia così gentile da controllare se è scritto imbottigliato in Spagna o prodotto ed imbottigliato in Spagna; potremmo intervenire solo nel secondo caso, il primo invece, è autorizzato"

    Io però, da consumatore informato, sapevo che il prodotto non poteva essere spagnolo ma, quanti invece pensano dalla confezione che quel tale imbottigliatore sia italiano?

  • Mario Crosta says:
    9 ottobre 2012 alle ore 07:29

    Ci sono produttori molto in gamba che fanno vini di qualita' anche comprando uve da terzi, oppure comprando mosti da terzi, a volte comprando anche vini da terzi ed imbottigliandoli per loro. Come ci sono produttori che fanno vini in proprio, imbottigliati all'origine, che fanno veramente pieta'. Come ci sono imbottigliatori onesti che comprano vini da piccolee medie cantine che non hanno la tecnologia per imbottigliarli bene e li mettono sul mercato senza manipolarli. Spesso quello che c'e' scritto in etichetta non e' assolutamente una garanzia della bonta' del prodotto, basti pensare a quanti Chianti abusano ancora di questo nome e pure della fascetta rosa, percio' non e' assolutamente una garanzia della bonta' del prodotto nemmeno la formuletta dell'imbottigliato all'origine. Siamo sempre allo stesso problema: quello che c'e' scritto in etichetta non e' sempre il modo migliore per classificare un vino, a volte anzi inganna.

  • Angelo Peretti says:
    9 ottobre 2012 alle ore 07:36

    Esatto, Mario, e quando il romanticimo lascia il posto al pragmatismo, allora i nodi vengono al pettine.

  • Mario Crosta says:
    9 ottobre 2012 alle ore 08:25

    Ben detto, Angelo. Ai primi di ottobre del 1980 l'amministrazione provinciale di Terni ha invitato a pranzo i vincitori di un concorso di abbinamento vini Orvieto con ricette nuove. Io fui uno dei tre vincitori. Al pranzo era presente il prof. Alberto Zaccone, Franca Borgio, Piero Antinori, Cotarella, Loris Scaffei, gli altri vincitori con accompagnatore, la Pro Loco, insomma in tanti, alla Grotta del Funaro. Un pranzo importante, ospiti illustri. Fu servito un vino rosso orvietano che aveva procurato l'assessore. Buonissimo. Una vera sciccheria. Quando si accorse che eravamo tutti intenditori, chiese scusa perche' nessuno lo aveva avvisato prima ed aveva comprato questo vino da bottiglione a 570 lire al litro... Cotarella disse due paroline all'orecchio di Piero, che annuì: loro conoscevano il produttore, forniva vino anche agli Antinori, non imbottigliava in proprio. Ma che bonta'. Hai proprio ragione, Angelo, bisogna essere pragmatici e godersi quel che si beve. Forse ne discutiamo anche troppo, forse ne facciamo un oggetto di culto, forse dobbiamo sciorinare tto il nostro sapere, forse dobbiamo far colpo su qualcuno, forse dobbiamo punzecchiare qualcun altro, insomma questo vino lo vogliamo bere e apprezzare, quando ci piace e ci diletta, anche senza etichetta? O beviamo forse carta?

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