[Angelo Peretti]
Ho avuto il piacere di leggere un libro che parla d'una famiglia - o meglio, soprattutto d'un ramo d'una famiglia - che ha fatto la storia del vino italiano: i Bolla. Lo ha scritto Annagrazia Bolla, figlio di Giorgio, colui che prese in mano le redini dell'azienda dal fondatore, Alberto, e la fece diventare leader, in Italia e all'estero. Il Soave Bolla era un mito, giusto per dire, e ancora oggi negli Stati Uniti dire "Soave Bolla" significa per qualcuno dire "vino italiano", e non è poca cosa.
Il libro s'intitola "I miei Bolla", e di per sé, con quell'aggettivo possessivo, dice molto della sua impostazione, spesso molto intimistica. Tuttavia, vi sono raccolti molti estratti da lettere e relazioni di Alberto e di Giorgio Bolla, e questo offre uno spaccato non solo dell'evoluzione d'una grande azienda familiare del vino, ma anche dello stesso settore enologico.
Tutto questo per dire che voglio riportare uno stralcio d'una relazione che Giorgio Bolla scrisse alla metà degli anni Cinquanta. Vi tracciava in poche parole il quadro del mondo vinicolo di quegli anni. Le doc erano ancora di là da venire: ci voleva ancora più di un decennio.
Ecco il testo, che non commento, se non con due righe alla fine: credo possa essere una lettura interessante. Eravamo nel 1956.
"La crisi del vino che è diventata particolarmente sentita in questi ultimi tempi è dovuta ai seguenti motivi: eccessiva produzione scadente. Si sono piantate vigne ovunque, anche nei terreni di bonifica. Manca una legge che disciplini gli impianti e manca una legge che tuteli le zone tipiche e pregiate come invece esiste in Francia, in Svizzera, Germania e Austria. L'esportazione non è protetta e non viene agevolata con premi come fanno i francesi e gli spagnoli. C'è poi il motivo più grave, che è quello delle sofisticazioni dovute a commercianti senza scrupoli che usano vini di fichi, datteri, uve passite di provenienza greca... E perfino l'alcol denaturato che viene rigenerato attraverso processi chimici per eliminare la piridina contenuta. Sono state promulgate allo scopo leggi severe, che però non vengono mai applicate. Il caso della ditta R è noto ovunque. Questa ditta è già stata trovata in frode altre vole e multe notevoli sono sempre ferme, sembra per l'interessamento di alti prelati. Da tutto questo stato di cose dipende che le condizioni per la viticoltura e l'enologia in Italia sono diventate molto pesanti. Sono dei giorni scorsi dimostrazioni in massa di agricoltori di San Severo di Foggia e della Sardegna. E non bisogna dimenticare che in Italia fra la cultura della vite e la produzione dei vini sono occupati circa cinque milioni di persone e molte di queste hanno come unico cespite la produzione del vino ricavato da uve prodotte con grandi sacrifici di lavoro e di spese".
Altri tempi. Il neoliberismo non aveva ancora fatto capolino, e l'imprenditore familiare si preoccupava anche delle ricadute sociali dell'attività.
Per inciso, oggi il marchio Bolla è di proprietà del Gruppo Italiano Vini, che l'ha riportato in Italia (aggiungo: per fortuna) dopo che era diventato americano.

Io a quattro anni ci giocavo, fra i cestini di metallo dei bottiglioni Bolla, in cortile dai miei zii, Mariuccia e Renzo Farioli, che imbottigliavano vino a Busto Arsizio. Cercavo proprio quei cestini, ci costruivo un aereo ideale e sognavo di volare davvero. Bolla, ma anche Punt & Mes, Folonari, Ruffino, erano il miomondo infantile. Poi andavamo con i miei zii ad Alba ad incontrare il cugino Tino che laggiu' studiava enologia e che si diplomo' proprio ai piedi del castello di Grinzane Cavour. E li' si bevevano altri vini, cominciarono ad arrivare in cantina le bottiglie da 0,75 eccetera. Posso confermarti che il mondo del vino, soltanto 50 anni fa, era quello. Che passi da gigante, eh? E che bello che il Gruppo Italiano Vini abbia riportato in Italia... il mio aereo ideale da bambino, con il quale facevo impazzire anche Mucci, il cane della zia. Ogni volta che passo in autostrada e vedo, da lontano, il nome Bolla, mi commuovo, sorrido e ricordo vini che non ci sono piu', che cerco sempre, ma che non trovo piu'.
Bel ricordo, molto bello.
Grazie. In attesa di un ricordo tuo e magari anche di Carlo Macchi. Penso che noi tre che abbiamo sicuramente passato quegli anni a bere i vini prima che nascessero le DOC, avremmo qualcosa da raccontare ai piu' giovani, se non altro perche' facevamo parte di chi beveva 105 litri pro-capite l'anno (solo i Francesi ci superavano, con 110) e rigorosamente in piccoli bicchieri di vetro robusto, altro che calici. Eppure c'erano dei vini super, tanto super che appunto li cerco sempre, oggi, ma non li trovo piu'. La qualita' dei bianchi da allora e' notevolmente migliorata, se penso alla gran massa dei colori gialli e delle opacita' precedenti, a certe puzze che facevano preferire la gazzosa, anzi la spuma chiara. La tecnologia del freddo e le scuole di enologia hanno fatto bene il loro lavoro in questo campo e devo dire che non tornerei certo indietro. I rosati anche, sebbene gia' allora fossero rari e comunque tutti di un buon livello, anche se in gran parte non superavano i confini comunali ed erano gelosamente custoditi dai locali e potevano essere finalmente conosciuti ed apprezzati da chi, proveniente dalle grandi metropoli, andava in ferie e poteva godersene una marea. Ma i rossi hanno avuto un'evoluzione inaspettata. Ti ho scritto che quei vini di una volta li cerco sempre, ma non li trovo piu'. Ho ancora in memoria quei profumi e quei sapori e oggi, girando e girando, soltanto in qualche campagna trovo vini fatti in quel modo, col buon sapore della freschezza bucolica, con l'ingegno del cantiniere senza laurea, secondo le pratiche dei nonni e dei bisnonni. Purtroppo senza sapere quanto potranno sfidare il tempo. Il livello igienico e' senz'altro migliorato per tutti, anche per le sciacquature delle vasche che si vendono col nome di vino. Il livello qualitativo ha ridotto di molto la distanza tra i picchi eccezionali ed i buoni (capisco la difficolta', appunto, in cui si trova Primo Oratore, ben espresso da un suo azzeccatissimo commento nel tuo post "Premiane 40 e dirai che 60 fanno schifo"). Purtroppo i picchi eccezionali dei rossi sono diversi da quelli di una volta e, anche se non trovi piu' quelli rovinati da un'annata storta e anche nelle annate storte bevi un buon vino, non c'e' piu' un sole che brilla con valori assoluti. Avevo dimenticato di dirti in quel post che su 15 vini rossi cui ho dato 10/10 in 43 anni, nessuno e' degli ultimi 10 anni. La' non era importante, qui lo diventa. Certo, i gusti cambiano, le mode cambiano, l'uso delle tecnologie si fa sempre piu' largo, le selezioni dei cloni sono sempre piu' efficaci, pero' se si e' alzata in genere la media della piacevolezza, si e' anche abbassata la cima della montagna, direi erosa a poco a poco.
Piango di commozione quando mi ricordo quei vini di allora che mi avevano entusiasmato tanto e me li ricordo benissimo, ho questo difetto della memoria che mi richiama sempre quegli aromi e sapori. Qualcuno l'ho bevuto anche recentemente (ebbene sì, dopo 35 anni, dopo 40 anni) e ha continuato ad emozionarmi, cosa che non avviene ormai piu' con nessun altro. Spero di ricredermi nei prossimi anni, diciamo che darei ancora 10/10 a quelli che universalmente sono riconosciuti come i migliori vini rossi d'Italia dagli intenditori, ma soltanto perche' sono veramente i migliori vini rossi dell'Italia di oggi e loro sono intenditori di oggi. Qualcuno dice che a quesi vini rossi manchi l'anima e credo che renda bene, ma non completamente, l'idea. E' come in Formula 1 con le macchine di oggi, che sono degli Sputnik di una potenza e di un'accelerazione prima sconosciute, ma non si riesce piu' a sorpassare...
In questo senso sono molto curioso di vedere se con il rinnovato credo nel biologico io possa ritrovare ancora quel che ho sempre cercato.
Accidenti quant'è bello quello che scrivi, Mario. E mi domando (e ti domando): ma perché qui tra i commenti, che sono certamente letti, ma non da tutti, quando invece potrebbero costituire testi in sé, da pubblicare perché molti di più siano quelli che li possono leggere?
Vabbé, è solo una mia curiosità. Per il resto, capisco perfettamente quello che dici in questo tuo intervento. Quando sono nate le doc, nel 1968, avevo solo 9 anni: non ero nelle condizioni di bere i vini d'allora, Però li ho poi cercati e tuttora li cerco e tuttora me li godo. Certo, è difficile, quasi impossibile farlo coi vini italiani: le cantine non hanno "archivi" di bottiglie, e men che meno i ristoranti, e collezionisti di vini ce ne sono ben pochi. Dunque mi rivolgo alla Francia, e compro e bevo (è relativamente facile reperirli) i Bordeaux degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, quando la tecnologia non era importante, ma piuttosto l'adesione a un concetto, quello del terroir, che era essenziale per chi faceva vino di tradizione. Tuttora quei vini sanno di gioivinezza, di vigna, di storia, di identità, e sono "sapori" (e "saperi") che godi con la gola e con la testa.
I testi in sé li scrivo ogni mese su Enotime, di Fabrizio Penna, oppure traduco testi di amici per la pelle (polacchi, perché abito in Polonia) con i quali condivido al 100% ciò che scrivono e preferisco lanciare loro nel mondo degli scrittori di vino, che sono giovani e rappresentano il futuro, piuttosto che me, che sono un tecnico della qualità stimato come ispettore e come manager nei petrolchimici e questo è il mio mondo. Le bottiglie, solo alla sera. Con loro questi discorsi li facciamo a tu per tu, sono sempre stati molto aperti, stanno ad ascoltare attentamente, infatti mi accorgo da ciò che scrivono che migliorano nella loro conoscenza del mondo del vino e che non temono più di prendere posizioni controcorrente, dicendo praticamente le stesse cose che avrei da dire io. Franco Ziliani ne ha conosciuti, in Polonia, soltanto alcuni e con loro ci è stato e ci sta benissimo, infatti. E loro con lui.
Mi premeva solo dirti, e spero che anche Carlo Macchi ci legga, che noi più anziani abbiamo quel dovere precipuo di raccontare quei ricordi. Io sono del '52, tu del '50, Carlo mi sembra che abbia fatto anche la prima guerra mondiale... e anche se è vero che gli archivi di bottiglie nella gran parte delle cantine occidentali non ci sono (in alcune però sì, infatti tu li reperisci a Bordeaux), in quelle dell'Est Europa ci sono, eccome. La cosa più importante, per me, è discuterne con chi scrive di vino e fa opinione. Io lo faccio più a voce, davanti a una buona bottiglia o a più bottiglie, e vedo come mi ascoltano gli amici scrittori polacchi, non ho nessuna voglia di scrivere testi, perché il vino preferisco berlo che scriverlo e mi basta passare a loro il testimone, visto che il mondo è più loro che mio, hanno tutto il futuro davanti per portare avanti le mie battaglie e per giunta sono polacchi in Polonia, parlano agli altri polacchi come si deve, mentre io sono soltanto un gradito ospite. In Italia faccio l'ospite, ecco, di gente come te con cui riconosco delle affinità elettive man mano che vi leggo. Mi basta così. Siete voi che state sul posto ad avere la mia stima, la mia comprensione, qualche mia opinione, che non sempre è quella giusta ma che non nascondo mai, riconoscendo anche gli errori, se è il caso, come ho fatto anche recentemente da Cernilli sul post "Cento vini al giorno", oppure interrompendo i commenti dove mi accorgo che le strade divergono.
Buon lavoro, Angelo. Scrivi i tuoi primi ricordi, dammi retta. Ci farai soltanto del bene.
Tu sei del 59, non del 50, scusa ma mi e' scivolato il dito, puoi correggere?
Grazie, Mario. A proposito: '50 o '59 non cambia molto, comunque veniamo dal Giurassico, secondo alcuni.
Anche il Nipozzano 1871 presentato nel 1980 all'Enoteca Italiana in Manhatthan Square a New York (109 anni dopo) era del... Giurassico, testimoni Pino Khail, Giacinto Furlan e Lucio Caputo. Frescobaldi, anche dopo 32 anni, te lo potrebbe confermare. Per essere esposti in Enoteca c'era l'obbligo di fornire almeno 12 bottiglie, di cui 2 sarebbero state aperte a caso e degustate per decidere se erano ancora bevibili e vendibili. Frescobaldi sa, o gli hanno tramandato, quali sono stati i giudizi, fatteli pure raccontare. Si fa presto a dire Giurassico! Se tu, poi, sei del Giurassico (da circa 204 a circa 146 milioni di anni fa), io sono ancora del Triassico (che lo precede, da 251 a 204 milioni di anni fa) e posso testimoniare che i Protomammiferi, conosciuti anche con il nome di Alloterii, come il Morganucodonte, allattavano la propria prole a vino, non a latte. Poi siete arrivati voi Dinosauri e la pacchia è finita.
dai, dai ... continuate ! ... è un piacere leggere queste cose! dico sul serio, è veramente raro imbattersi in monologhi rimbalzanti così pieni di cose sensate e di informazioni. complimenti.