Fare un vino è come scrivere un libro

30 ottobre 2012
[Angelo Peretti]
C'è chi, nei commenti, ha espresso stupore per quanto ho scritto qualche giorno fa in un pezzo nel quale dicevo, nella sostanza, che sono stanco, davvero stanco, di vedere cantine, cisterne, botti, attrezzi enologici: mi interessa il vino. Dicevo: "Vignaioli, piantatela lì di farmi vedere le vostre cantine: mi interessa il vostro vino. Al massimo, mi interessate voi e la vostra terra. Il resto è noia". Tra le reazioni che ne sono derivate, voglio riportare qui quella di Giovanni Palazzi, uno degli animatori di quella straordinaria fucina di cultura del vino che è l'Onav di Brescia: "Angelo - mi dice -, non ho ben capito cosa ti abbia portato a scrivere questo post, ma la curiosità di un appassionato è legittima sia dopo aver assaggiato un vino, sia prima, qualora in qualche modo abbia avuto modo di conoscere la storia e la 'filosofia' di un produttore e desideri assaggiarne il prodotto. Inoltre nell'accezione di terroir rientra pienamente l'azione dell'uomo, come da te più volte affermato, anche, se non solo, attraverso la condivisione, in una determinata area geografica, di determinate pratiche vitivinicole, compreso l'uso di determinati vasi vinari".
Mi pare che il quesito di Giovanni sia ben posto, e credo sia anche l'interrogativo di altri. Allora cerco di dare una risposta, che risposta in realtà non è. Dico che la tecnologia non mi interessa: quella appartiene alla manualità del produttore. È sua, è lo strumento che lui adopera per fare il proprio vino. Ma non mi interessa "come" fa il vino: mi interessa "perché" fa quel vino, e il "perché" è fondamentalmente diverso dal "come". Sta in quel "perché" l'essenza del terroir.
Per cercare di rendere un po' meglio il concetto, ammesso che ne sia capace, cambio ambito. Pensate alla letteratura, alla scrittura. Quando leggiamo un libro, non ci interroghiamo se l'autore per comporlo abbia utilizzato un Mac, un pc, una macchina per scrivere, una stilografica, una matita, un registratore che fissi la voce, il display del telefonino. Neppure, scendendo davvero in basso nella scala delle gerarchie della scrittura, interessa ai "miei" lettori il "come" io abbia scritto i pezzi di quest'InternetGourmet: interessa quel che scrivo, e gli interrogativi che mi si pongono riguardano il perché io abbia scritto quelle cose. Sinora, nessuno si è interessato sulle modalità della mia scrittura, e credo sarà così per sempre.
Ecco: ci interessa che cosa una persona scriva, e se quel qualcosa ci tocca la mente e il cuore, allora ci interessa anche il perché l'abbia scritto. Ma a nessuno, tranne ai feticisti della scrittura, verrebbe in mente di domandare "come", con quale tecnologia, con quali mezzi, quel libro, quell'articolo, quel saggio sia stato composto. Eppure, credetemi, quel "come" non è assolutamente ininfluente per lo scrittore, così come non lo è per me (ho anch'io i miei "riti" di scrittura), ma è, appunto, manualità, gestualità, che rileva solo per lo scrittore, non per il lettore. Così accade nel mio rapporto con il vino. Il produttore lo faccia "come" vuole, e per lui quel "come" è certamente importante. Ma a me interessa ben poco. A me piace capire il "perchè", e quello sta fuori dalla cantina. Sta nella sua mente, nel suo cuore, nella sua vigna. Ecco, sì, mi piace incontrare i produttori, parlare con loro, chiacchierare, e non sempre e non solo di vino, perché non è solo il vino che conta, ma l'umanità. Poi, nella sua cantina, faccia un po' quello che vuole: se capisco la sua umanità, mi fido di quella. Questo intendevo, ma non so se sono riuscito davvero a spiegarmi.

9 commenti:

  • Anonimo says:
    4 novembre 2012 alle ore 23:41

    Paragonare il vino ad un libro mi sembra riduttivo.. molto riduttivo.
    Il libro arriva alla mente in modo sterile e freddo.. attraverso la vista e tu giustamente dici che non ti importa del come.
    Il vino lo fa in modo colorato, attraverso i sensi, e' tutto un altro parlare.
    Quando hai l'onore di assaggiare un grande vino .. non ti domandi perche' lo hanno fatto.. ma come, quello che diversifica un vino da un'altro è il come.
    Esistono 100 Bardolino 2011 ma alcuni sono migliori e non dipende dal perchè ma dal come!!
    Se a te non interessano più queste cose, significa che le dai per scontate oppure ti stai stancando del vino, per parlare di umanità sicuramente con un filosofo ti troverai meglio che con un contadino o vignaiolo.
    E poi scrivere un blog sul vino, sulle degustazioni sulle annate sulle cantine, e dir non mi interessa il come.. parliamo dell'umanità :-).

  • fabio piccoli says:
    5 novembre 2012 alle ore 08:05

    Caro Angelo è talmente vero quello che pensi che a forza di parlare del "come" vengono realizzati i vini non solo si perdono inesorabilmente i consumi di anno in anno ma il fascino di questo straordinario prodotto (che ricordo è forse quello con maggiori contenuti "immateriali") scema in maniera estremamente preoccupante. Non significa ovviamente che il "come" non abbia un senso ma senza "racconti" la comunicazione perde inevitabilmente interesse.
    Fabio

  • Angelo Peretti says:
    5 novembre 2012 alle ore 08:50

    Ehi Anonimo, non mi sto stancando del vino, ma del fatto che lo si considera un prodotto qualunque, per il quale è interessante il 'com'è' e non il 'perché'. A me interessa - ha sempre interessato - il perché. Il come interessa a chi il vino lo fa e per me è un corollario. Importante, certo, ma pur sempre un corollario. Sono un bevitore, mica un enologo.

  • Angelo Peretti says:
    5 novembre 2012 alle ore 08:51

    Fabio, ovviamente concordo.

  • Stefania Vinciguerra says:
    5 novembre 2012 alle ore 10:02

    Molto interessante questo post, solleva argomenti più da addetti ai lavori che da semplici appassionati ma non è peregrino. Abbiamo visitato talmente tante cantine che ormai sentire che la fermentazione è in acciaio inox a temperatura controllata ci fa sbadigliare. O in numero di mesi in barrique. Concordo con te, Angelo, vogliamo andare dietro queste cose e sapere cosa ha spinto quel produttore a fare il vino in quel determinato modo. E perché. Poi cerchiamo di raccontarlo così come lui l'ha trasmesso a noi. A prescindere da quale legno usa in cantina.

  • Mario Crosta says:
    5 novembre 2012 alle ore 11:27

    Angelo, in quella discussione ti avevo gia' espresso il mio parere. Non mi ripeto. Per quanto riguarda la difficolta' di far capire cosa cerchi, il cosiddetto perche', ti racconto quel che penso io e vediamo se corrisponde o no.
    Ognuno nella bottiglia cerca qualcosa che c'e' dentro, oltre al vino. Piu' il vino e' buono, piu' e' una scoperta, piu' e' un'emozione e piu' si trova quel che si cerca. La bottiglia, cioe', contiene anche il vino, ma soprattutto il sogno. Dal produttore ci vado per toccare con mano la terra dove nasce il sogno, respirarne l'aria, godermi quel posto e conoscere l'artefice del sogno, il suo mondo, i suoi oggetti, le sue cose, il suo credo, la sua storia, i suoi aneddoti, i suoi desideri: e' un bere soprattutto cultura, civilta', umanita', ospitalita', reciprocita' oltre al buon vino che ti servira' senz'altro e alla cantina che ti fara' vedere perche' e' un pezzo della sua vita, del suo lavoro, ma soltanto un pezzo, appunto. Come per me nella bottiglia c'e' anche il vino, per lui nel suo mondo c'e' anche la cantina. Ho capito bene quel che ti e' difficile spiegare?

  • Angelo Peretti says:
    5 novembre 2012 alle ore 13:40

    Perfetto. Il vino è questo. Se non è questo è commodity. Rispettabilissima commodity, ovvio, ma commodity.

  • Anonimo says:
    6 novembre 2012 alle ore 00:49

    Sì, il vino è proprio questo.
    Grazie Mario e Grazie Angelo.
    Giovanni Palazzi.

  • vinoecibo says:
    14 dicembre 2012 alle ore 08:59

    Condivisione ... condivisa !!

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