[Angelo Peretti]
Quando è stato emanato, il decreto è stato salutato come un'innovazione importante. Mi riferisco al decreto del ministero delle politiche agricole del 13 agosto 2012 che, in attuazione del regolamento europeo 1234 del 2007 e del successivo regolamento applicativo 607 del 2009, ha (finalmente) dato nuove indicazioni sull'etichettatura e l'imbottigliamento dei vini a denominazione d'origine. Il che vuol dire che, per esempio, il tappo a vite non è più un tabù: ne ho parlato anch'io su quest'InternetGourmet. Era ora: i nostri legislatori si sono accorti - lo dice il comunicato stampa ufficiale del ministero - che questa tappatura "risulta assai richiesto sia dai mercati esteri che nazionali".
Il problema è che in Italia metti una pezza da una parte e non ti accorgi che c'è un buco da un'altra. Perché se l'obiettivo era quello di favorire l'innovazione del packaging, in modo che, superando assurde, logore, datate resistenze, anche il vino italiano possa proporsi sul fronte internazionale ad armi pari con gli altri produttori vinicoli mondiali, che intanto ci hanno superato a destra e a sinistra, be', l'obiettivo non è stato centrato. È rimasta infatti una lacuna piuttosto grave: quella che riguarda i bag-in-box. Certo, il decreto parla anche di questo quando, all'articolo 15, dice che è possibile usare liberamente "contenitori di altri materiali idonei a venire a contato con gli alimenti" anche "per le capacità comprese tra 2 e 6 litri", e questo riguarda proprio il bag-in-box. Però poi pone una serie di limitazioni. Esclude infatti tutte le "tipologie doc designabili con l’indicazione della sottozona, delle altre menzioni geografiche aggiuntive, della menzione vigna e delle menzioni tradizionali previste dagli specifici disciplinari e protette ai sensi dell’articolo 40 del Regolamento", e il Regolamento in parola è quel 607 che ho citato sopra.
Cosa significa? Significa che restano incredibilmente esclusi dall'uso del bag-in-box un sacco di vini, perché quello stramaledetto articolo 40 del Regolamento elenca un sacco di parole che, se usate, rendono impossibile confezionare il vino in bag-in-box. Qualche esempio? Be', Chiaretto: il "mio" Bardolino Chiaretto non può andare in bag-in-box, ed è assurdo, perché anzi sarebbe perfetto per il bag-in-box. E poi: Classico, se c'è scritto Classico niente bag-in-box. E poi bag-in-box vietato se c'è scritto roba tipo: Amarone (posso anche capirlo), Cannellino (l'Orvieto), Chateau (e intanto i francesi mettono in bag-in-box montagne di vini con questo nome), Buttafuoco, Gutturnio, Kretzer (il Lagrein rosato), Lacrima (niente bag-in-box per il Lacrima di Morro d'Alba, che adoro), Lachryma Christi (niente da fare per i vini vesuviani), Sangue di Giuda ed altri ancora.
Ma dico: siamo matti? Vogliamo lasciare campo aperto ai francesi, agli spagnoli, ai cileni, agli australiani, ai sudraficani e via discorrendo? Ma proprio il ministero deve impedire agli italiani di vendere il loro vino all'estero? Ministro, ci ripensi e ci metta una pezza, anche qui.
A proposito. Il decreto prevede già un'eccezione. Per il Novello. Per quello, nonostante sia una "menzione tradizionale" dell'elenco, si è fatta una specifica eccezione: ecco, abbiamo capito tutto, invaderemo il mondo col Novello. Col problema che ce lo rimanderanno tutto indietro. E chi lo vuole, il Novello?

Caro Angelo,
stamani, mi hai messo in crisi,da un lato hai ragione, citi altri stati che già "insaccano" il vino in bag-in-box e noi abbiamo limitazioni, ma dobbiamo essere sempre eguali ad altri? L'italia è un paese da sogno, ricco di storia di poesia, territorio, lasciamo che qualche tipologia di vino si possa gustare aprendo una bottiglia, anche se talvolta capita la delusione del tappo sughero. Soave giornata. Paolo
Paolo, nessuno ti vieta di continuare a stappare la tua bottiglia. Ma perché in Scandinavia dovrebbero privarsi del "tuo" Soave semplicemente perché si chiama Classico e loro amano berlo dal bag in box, esattamente come a te piace berlo dalla bottiglia? E perché i tuoi produttori dovrebbero vedersi negato il diritto di far bere il loro Soave in Scandinavia? Pensiamo anche ai diritti degli altri, che magari sono diversi dai nostri, pur non ledendo i nostri. Soave giornata a te.
Come al solito hanno fatto un'altra legge gli incompetenti in materia, con la consulenza, pagata profumatamente, di qualche santone di grido, posso anche immaginare chi. Niente di nuovo sotto il sole, dunque.
Come ti ho gia' scritto altrove, non bisogna demonizzare i contenitori alternativi perche' i processi di vinificazione per utilizzarli sono quanto di meglio offre la tecnologia allo stato dell'arte, percio' penso che il prodotto che contengono sia migliore certamente di certi vinacci da boccione, da dama o da bottiglione.
Certo che personalmente non lascerei mai andare in giro un vino DOCG o DOC in un contenitore che per obbligo mostra la data di scadenza oppure di cui si sa gia' con certezza per quanto tempo possa non alterare il contenuto a partire dalla data di confezione (e questo lo dovrebbe stabilire per tutti, il ministero della sanita', sentito il parere del ministro delle politiche agricole), ma rimanderei la scelta ad ogni singolo Consorzio, perche' sono i produttori locali che sanno benissimo quali vini (anche DOCG e DOC) possono sopportare dei mesi in una busta di plastica metallizzata e quali no.
Ciao Angelo,
è un'impresa riuscire a capire quali vini o quali nomi possano essere usati per i vini in bag in box. seguo lo sviluppo del packaging per un cliente che vuole entrare nel mkt dei vini in bag in box, ma sto impazzendo dietro ad articoli, abrogazioni, rinvii...
hai un link, o un modo alternativo, per poter avere un'elenco semplice e chiaro di cosa possa o non possa essere scritto nel packaging dei vini bag in box?
ti ringrazio,
Pier Paolo