[Angelo Peretti]
Credo di aver già detto in passato della mia alta considerazione per Maurizio Gily, che sa scrivere di vino e di temi enologici ed è anche agronomo, e trovare fuse assieme due competenze del genere non è comune. Se non l'ho già scritto, lo dico ora: tanto, lui lo sa che lo stimo, e mi basta questo. Ora, parlo di lui perché sul blog di Millevigne, la rivista che dirige, è uscito con un intervento molto lucido sul discusso tema dei diritti d'impianto: "Il fantasma della libertà (di impianto)" s'intitola. Dice, in estrema sintesi, che per cercar di trovare una soluzione al dilemma se aprire o chiudere con la possibiità di impiantare nuovi vigneti, la soluzione più logica sembra quella di "spostare questo difficile gioco di equilibrio all’interno
della filiera", e questo "anche
se lascia aperti molti fronti di discussione", soprattutto sul ruolo dei consorzi di tutela, che della filiera produttiva dovrebbero essere la concreta rappresentanza.
Se ne può discutere fin che si vuole. Io, per esempio, data la mia formazione liberale, vedo con fatica la spinta protezionistica che il mondo italiano (e francese e spagnolo) del vino ha innescato negli ultimi mesi, irrigidendosi contro la liberalizzazione dei diritti d'impianto ipotizzata dall'Unione europea. Ma cerco di capire anche queste ragioni, purché non vengano presentate come dogmi di fede cui occorre obbedire per forza.
Al di là dell'essere pro o contro la liberalizzazione, certamente il dibattito attuale difficilmente potrà trovare soluzione se non si andrà a definire bene il ruolo delle denominazioni d'origine e dei consorzi che le tutelano. Ed esemplare ritengo quanto dice Gily in chiusura del suo articolo, e riporto integralmente questa parta: "Le denominazioni di origine - scrive - sono un patrimonio culturale dell’Europa ed
hanno, in questa questione, un ruolo chiave. Sono un patrimonio
collettivo, che collettivamente va gestito, attraverso i consorzi di
tutela, con tutte le difficoltà che questo comporta, compresa a volte la
necessità di dare battaglia per far valere i propri diritti: ma, come
in politica, chi si chiama fuori non può che subire le decisioni della
maggioranza, riservandosi il solo diritto di criticarle".
Ecco, condivido. Totalmente. E non solo per quel che concerne il vino, ovvio.

E' bello discutere con persone come Maurizio, perche' nonostante si abbiano convinzioni diverse, la discussione tende sempre a rimanere su toni civili e argomenti concreti.
Ho gia' commentato sul suo blog, pero' vorrei solo tornare su un punto che fai rilevare, ovvero il fatto che le denominazioni sono un bene collettivo, e il modo con le quali sono gestite.
L'affermare che sono un bene collettivo e' importante, perche' in molti pensano che esse siano di proprieta' dei produttori di vino. La collettivita' e' invece alla base di una denominazione, pensate a dissociare il Brunello da Montalcino, impossibile. Almeno nei casi di denominazioni "vere" e non farlocche, che purtroppo non sono poche, ma questo e' un altro discorso.
Affermato questo principio, bisognerebbe pensare a quale sia lo strumento adatto per gestirle, e non c'e' dubbio che i Consorzi di Tutela lo siano, o meglio, lo potrebbero essere. Esiste infatti un ostacolo al funzionamento dei consorzi, o per meglio dire un difetto di fabbrica. I consorzi nascono come aggregazioni volontarie di produttori e solo recentissimamente vengono dotati di funzioni istituzionali, con poteri di controllo e di indirizzo su tutta la filiera produttiva, soci o non soci che siano (la famosa erga omnes). A questo punto pero' occorre domandarci se i meccanismi che regolavano la vita interna e la rappresentativita' all'interno dei consorzi pensati come "club" o "lobbies" di produttori, siano adeguati a questo passaggio radicale di funzioni.
La legge dice che la rappresentativita' va pesata, ovvero, in soldoni, piu' grande sei (piu' produci, piu' vigne hai, oppure anche se non hai vigne quanto imbottigli) e piu' comandi. In alcune denominazioni quindi il rischio concreto e' che una manciata di aziende importanti, vuoi per forza economica (le grandi aziende con grandi capitali), vuoi per forza politica (le cantine cooperative), facciano il bello e il cattivo tempo.
Ora, quando i consorzi erano semplici associazioni volontarie, se a qualcuno dei "piccoli" o degli "esclusi" dalla cerchia di comando le cose non piacevano, c'era sempre la scelta di non farne parte o di uscirne. Ma adesso, che essere dentro o meno non fa differenza, perche' tutti siamo regolati comunque dai consorzi, questa opzione non e' data.
E' giusto che chi e' piu' grosso abbia maggior peso, ma sarebbe come dire che chi e' piu' ricco ha piu' voti quando va alle elezioni politiche o amministrative. Qualche aggiustamento, urgente e consistente, al sistema di rappresentanza che dia maggiori garanzie di condivisione, con giusti pesi e contrappesi, credo che sia irrimandabile.
Ma purtroppo, e qui chiudo, non si sente mai discutere apertamente di questi argomenti. Anzi, non si sente mai discutere apertamente di nulla nel settore vino. Non c'e' dibattito, non c'e' partecipazione e i buoni articoli, come queli dei Angelo e Maurizio non riescono a trovare terreno fertile presso gli attori della filiera, che preferiscono leggere e non partecipare.
Siamo un paese dove le scelte politico economiche vengono prese nei salotti piuttosto che nell'arena pubblica, e questo e' uno dei nostri deficit maggiori.
L'intervento di Maurizio Gily l'avevo letto molto bene, concordo sulla lucidita' che, del resto, e' una costante di questo agronomo tanto prezioso per quanto scrive con molto equilibrio e ponderatezza. Mi ha fatto pero' ancora piu' piacere la bella precisazione di Gianpaolo, che e' un dardo scagliato proprio al centro del bersaglio. Ci sono Consorzi che agiscono molto bene, nei loro disciplinari tengono duro sulle questioni fondamentali, ma lasciano spazio alle interpretazioni personali con quote variabili di vitigni autoctoni locali secondo pratiche consolidate da decenni, se non da secoli. Polemiche, da quelle parti, non ne sentirai mai, tutto fila via come si deve, la qualita' si innalza sempre piu', il quantitativo di vini venduto e' sempre in aumento, non sentirai mai straparlare mediaticamente di queste belle denominazioni d'origine gestite bene. Ci sono Consorzi dove le grandi aziende, grazie all'Erga Omnes, comandano, e' vero, ma con grande lungimiranza e approvazione anche dei piccoli, ed anche qui di polemiche non ne sentirai mai, tutto fila via come si deve, la qualita' si innalza sempre piu', il quantitativo di vini venduto e' sempre in aumento, non sentirai mai straparlare mediaticamente di queste altre sane denominazioni d'origine gestite bene sebbene in mano a grandi aziende. Lo scandalo e' invece la' dove si vuole sempre stravolgere tutto in nome dell'interpretazione di qualche potente del marketing di un fantomatico mercato di chissa' dove, quindi anteponendo i meri interessi di un'azienda o di un gruppo di aziende rispetto alla collettivita' (e non solo ai produttori associati e non) che, come dice benissimo Gianpaolo "e' invece alla base di una denominazione, pensate a dissociare il Brunello da Montalcino, impossibile". E' proprio qui che "le scelte politico economiche vengono prese nei salotti piuttosto che nell'arena pubblica" ed e' proprio qui che l'arena pubblica deve trovare una sua espressione dentro i Consorzi, dentro gli organismi direttivi. Senza l'intervento attivo dell'arena pubblica (mi piace il termine, ecco perche' lo prendo a prestito da Gianpaolo) continuera' quella spinta protezionistica che penalizza la liberta' d'espressione in quanto di questa ne fanno attualmente abuso appunto i salotti privati e allora "tanto vale tagliargli le mani prima del furto che hanno sempre in testa di commettere".
Non so come, non sono un politico, ma bisogna appunto rispondere a questa esigenza della collettivita' di difendere appunto il bene collettivo, con buonsenso, con spirito liberale. Spero che il dibattito sollevato porti qualcuno dei piu' ferrati in materia a proporre delle soluzioni strutturali in questo senso.
Grazie Angelo, come diceva Fantozzi lei è molto umano! Mi fa inoltre piacere trovarmi in questo caso d'accordo con GianPaolo. La questione della rappresentatività all'interno dei consorzi è tanto importante quanto complicata. Il concetto "una testa un voto" proprio delle cooperative non sarebbe logico qui, perchè in economia ci sono dei pesi di cui tener conto: il voto di uno che fa il postino e la domenica coltiva 2000 metri quadri di vigneto non può contare come quello di Zonin. Non sarebbe logico. Nello stesso tempo quello della dimensione non può essere l'unico criterio, perché la gestione di un patrimonio collettivo di tale importanza ha bisogno di talenti e intelligenze, e queste non sono proporzionali alla dimensione delle imprese. Soprattutto nel nostro paese, affetto da tempo da un evidente "spread" tra l'intelligenza e la cultura da una parte e i soldi dall'altra. Trovare una sintesi non è facile, ci si è provato, forse in alcuni casi ci si è riusciti, in altri bisogna discuterne ancora. Come dice GianPaolo, nel'arena pubblica.
Ritengo anche io che il sistema "una testa un voto" non sarebbe percorribile in questo caso, e forse sarebbe persino piu' pernicioso.
Occorre pero' riflettere sul fatto che il valore diuna denominazione e' spesso dovuto alla sua reputazione, e non meramente alla quantita' prodotta. In questo senso sono spesso le aziende medio-piccole che contribuiscono di piu' alla formazione della reputazione di una DO, ma con il sistema attuale sono spesso escluse da chi, speculando (come e' normale e anche fisologico) sulla notorieta' e sul rispetto ottenuto da altri, grazie a meri mezzi economici (o politici), ne assume il comando, a volte tradendo l'anima originaria o dimostrando di non saper gestirla.
E' un punto importante, perche' quando si dice che sono i Consorzi, e quindi i produttori a decidere, si da l'impressione di un corpo unico e compatto, ma la realta' e' spesso diversa.
Accidenti, che bel dibattito. Sì, certo, nella pubblica arena di quest'InternetGourmet abbiamo parlato solo in quattro, ma altri hanno letto, e questo è importante. Non tutti sono abituati ad esprimere la loro opinione, né ad usare i media, ma tanti leggono, e certamente riflettono, e so per certo che una percentuale molto alta dei lettori di questo web magazine è costituita da produttori. Non è importante la "quantità" del dibattito, quanto piuttosto i contenuti. Io la penso così.
E se quel postino dai suoi 2000 metri quadri produce un vino eccelso la cui fama si riversa su tutta la denominazione, quindi a favore altresì dell'industriale di turno, il suo voto vale ancora meno, altrettanto o di più?
Questione perniciosa quando si comincia ad etsrapolare il peso specifico del voto, a quanto pare...
Cordialmente,
Alvaro Pavan
bene, leggiamo e riflettiamo
buona giornata, Ambra
Bel dibattito, complimenti a tutti. La questione è un bel guazzabuglio, perchè il singolo, eccellente produttore, difficilmente potrà dettare le regole anche per la cantina sociale da milioni di bottiglie. Servirebbe una mente illuminata, il buon senso, tutte cose di cui questa nostra Italia difetta. Anche in questo nostro ambito la politica (e il sottobosco dei trombati, dei burocrati, dei trasformisti, ecc.) ha messo le sue radici, e non occorre essere opinionisti del Corriere per capire i danni che ne sono derivati e che ne derivano. Il rischio è che in alcune zone i migliori se ne vadano, escano dalla DO e mettano la propria faccia sul vino rinunciando portare avanti il territorio. Questo dovrebbe far riflettere tutti quelli che fanno pesare il malloppo di voti alle assemblee, facendo sì l'interesse della singola azienda, ma il male di tutta la denominazione.
Mario Plazio
A me sono sempre piaciute molto le aziende che hanno sempre scritto bene in grande il loro nome in testa all'etichetta, riconoscibile pure a metri di distanza, scrivendo in piccolo la denominazione d'origine o il nome di fantasia del proprio vino. Possono farlo, appunto, i grandi e non si perde tempo a cercarli sugli scaffali in mezzo a una marea di altre bottiglie che al consumatore non interessano piu' di tanto. Piuttosto vorrei rimarcare che la stessa cosa dovrebbe valere anche per i nuovi, o gli ancora piccoli, produttori che hanno ottenuto dei riconoscimenti o che sono consigliati mediaticamente dagli esperti. Oggi mi da' piu' garanzie un ottimo produttore piuttosto che la zona in cui si fa il vino. Anche in quelle zone che godono di uno storico successo e che sono riconosciute come le migliori si trovano delle pecore nere che non si sa come possano ancora approfittare ed abusare del nome della denominazione (o meglio, lo si sa, ma si fa finta di non vedere). All'estero, specialmente all'Est, si trovano nei discount a quattro soldi dei Barolo da lavandino, dei Chianti da water, eppure e' tutta roba con la fascetta rosa. Ma chi gliel'ha data? Il Consorzio. Le commissioni di assaggio. Vorrei ricordare che in Ungheria durante l'asservimento all'URSS hanno rovinato sia l'Egri Bikaver che il Tokaji e a farlo sono state proprio le commissioni che nei vini premiavano piuttosto gli odori di vodka e caffe', quelli piu' apprezzati dai russi. Commissioni composte ad arte per far passare quel tipo di vinacci e bocciare invece quelli molto buoni, di gran qualita', floreali, fruttati, freschi, dei privati, pochi dei quali sono riusciti a sopravvivere e hanno ripreso soltanto da pochi anni a invertire quella tendenza in senso contrario. Sopravvive ancora qualche parruccone nelle commissioni, il pericolo c'e' ancora, ma non e' piu' in maggioranza. Del resto anche l'intervento dell'arena pubblica (non solo dei produttori, dunque) per tutelare la collettivita' che esprime una denominazione, cosa che appunto gianpaolo suggeriva, se finisse in mano a certi politici sappiamo gia' dove andra' a finire e cioe' a remengo. Mi riferisco a quanto descritto bene da Angelo: "il sottobosco dei trombati, dei burocrati, dei trasformisti, ecc." che anche lì mettera' le radici. Rimango dunque del parere che mettere il nome del produttore in bella vista, a caratteri cubitali, in etichetta, sia ancora una gran bella cosa e spero che intanto si riesca a modificare il resto secondo appunto le ispirazioni che vengono dalla lettura di questi commenti.
Condivido tutte le posizioni prese in questo post.
Come dice Mario Plazio, c'è il grande rischio che i piccoli (che oltre ad avere peso diverso nei voti hanno anche peso diverso nel portafoglio per sostenere i costi delle certificazioni e della erga omnes)escano dal gioco. E solitamente, le eccellenze sono prodotte dai piccoli.
Credo che la voglia di liberalizzare poggi sul fatto che comunque vi sia a disposizione lo zuccheraggio e il mcr. Immaginiamo che non esistano queste due opzioni, credete che ci sarebbe tutta questa voglia di piantare in ogni dove?
Alvaro Pavan