Eppure la doc è importante

4 dicembre 2012
[Angelo Peretti]
C'è, tra i produttori di vino, chi, da più o meno tempo, dice che ormai le denominazioni d'origine hanno fatto il loro corso, e dunque non costituiscono più un valore. C'è pure chi, tra i ristoratori e i baristi e gli enotecari, è convinto che il vino si venda per la marca e non per la denominazione. Secondo me si sbagliano. Non la penso come loro: io credo che la denominazione d'origine conti, e parecchio. Ora me n'è venuta una conferma leggendo sul numero estivo di Bargiornale - l'ho avuto per le mani solo adesso, purtroppo - la sintesi dei responsi del rapporto di filiera "Vino. Futuri possibili" edito dalle testate Business Media del Gruppo 24 Ore, basato su una ricerca condotta in marzo su consumatori e professionisti (produttori, horeca e altri) da Federico Capeci e Marilena Colussi. Ebbene, andando a vedere i "fattori di successo del vino italiano in futuro", i professionisti mettono di gran lunga al primo posto (51%) il giusto rapporto qualità-prezzo, al secondo l'alta qualità (39%), al terzo la provenienza e il territorio (33%), ma poi solo al settimo posto e appena con uno striminzito 19% i marchi di certificazione doc, docg, igt. Insomma: i professionisti, e tra di loro gli stessi produttori di vino, ai marchi delle denominazioni di origine ci credono pochino. Ma se andiamo a vedere come la pensano i consumatori, ecco la sorpresa, perché al primo posto c'è l'alta qualità (50%) e poi, quasi allo stesso livello di importanza, il giusto rapporto qualità-prezzo (33%, contro il 51% dei professionisti), i marchi certificati doc, docg e igt (32%) e la provenienza (30%). Insomma, i consumatori alle denominazioni ci credono eccome, e comunque ci credono molto, molto, molto di più dei produttori e dei ristoratori.
Qualcosa vorrà pur dire, o no? Secondo me vuol dire una cosa: che nel mondo del vino si è bravissimi a farsi del male da soli, lavorando sistematicamente a distruggere quel valore collettivo che è la denominazione d'origine. Ma sono errori che si pagano, credetemi.

6 commenti:

  • Stefano Menti says:
    4 dicembre 2012 alle ore 06:41

    Ciao Angelo, io sono d'accordo con te.

    Proprio domenica al Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti ho parlato con una produttrice di uve Bardolino, la quale mi ha confermato che il buon lavoro fatto sulla denominazione ha portato benefici a tutta la filiera.

    La cosa che però i consumatori non sanno, è quanto da pochi anni dobbiamo pagare per avere la denominazione, da enti certificatori a consorzi.

    Inoltre come sempre dico purtroppo, la denominazione non garantisce la qualità.

    Ieri ho speso tutta la mia giornata in Collio, in visita a due produttori amici.
    Uno produce tutto d.o.c. e l'altro no.

    Eppure io compero i vini di entrambi, perché buoni, se non adirittura di più quelli non certificati, che continuerò ada acquistare anche se senza d.o.

  • Mario Crosta says:
    4 dicembre 2012 alle ore 07:06

    Le DOC, come le DOCG, cioe' le regole valide per tutti, sono talmente importanti che c'e' chi, per averle fatte rispettare, si aspettava una vendetta che puntualmente e' arrivata, come e' proprio oggi su tutti i mezzi d'informazione del vino. Se i produttori di quella zona non c'entrano, lo dimostreranno muovendosi tutti insieme concretamente per evitare che quella cantina fallisca o chiuda, non avendo piu' altri mezzi di sussistenza.

  • Angelo Peretti says:
    4 dicembre 2012 alle ore 07:45

    Il titolo di questo articolo avrebbe dovuto essere "Eppure la dop è importante". Ma ho preferito scrivere doc perché non abbiamo ancora introiettato il fatto che doc e docg non esistono più: esiste la dop, la denominazione di origine protetta (europea), che ingloba sia le "vecchie" doc che le "vecchie" docg e che ha regole diverse rispetto al "vecchio" sistema delle denominazioni di origine del vino. Tuttavia, siccome il mondo italiano del vino è fortemente conservatore, continuiamo a utilizzare le "vecchie" definizioni, senza accorgerci che il mondo corre, così come continuiamo a usare i "vecchi" sistemi di gestione della filiera produttiva e delle denominazioni. O i consorzi cambiano, o non servono più. Ma dico anche - e qui rispondo a Stefano - che o i produttori cambiano, o non servono più: si sta facendo vino ovunque, nel mondo, e chiudersi nel proprio orticello, nell'isola felice dei propri dieci ettari, è rischioso, letale, perché da un momento all'altro può arivare la tsunami. O si vince tutti insieme o si perde tutti insieme.
    Tutti insieme vale anche per il caso - tristissimo - citato da Mario. Sì, sarebbe bello vedere che anche là si vuole che a vincere sia il territorio, e che dunque tutta la filiera si faccia avanti, con coraggio e determinazione, per tutelare chi è stato così brutalmente colpito.

  • Luca Ferraro says:
    4 dicembre 2012 alle ore 07:59

    La doc e ancor di più la docg secondo me sono essenziali, pensiamo a barolo, brunello, prosecco, aglianico ecc ecc. Se non ci fosse stata una doc alle spalle non sarebbero mai decollate.
    La denominazione serve non solo per creare un marchio collettivo che possa fare massa critica e quindi entrare nei mercati più facilmente. Le degustazioni alla camera di commercio con tutti i limiti del caso (che conosciamo tutti) servono eccome. Servono per esempio per cercare di dare un vino che rispecchi una tipologia di prodotto, in questo mondo globale non possiamo permetterci di avere stessa denominazione con all'interno vini troppo diversi uno dall'altro. Brutto da dire ma un americano o un giapponese devono per forza di cose associare gusto e profumo al nome della denominazione. Nessuno vieta ad un azienda seguire la propria strada senza tenere conto di queste cose ma dev'essere conscia che da soli non si va da nessuna parte.

  • ambra tiraboschi says:
    10 dicembre 2012 alle ore 10:58

    abbiamo sperimentato che il territorio premia gli uomini che lo difendono, rispettano e propongono
    e fortunatamente giapponesi e americani sono dello stesso parere

  • Fabio Bottonelli says:
    10 dicembre 2012 alle ore 18:51

    L'unico commento che si può fare è: sacrosanto.
    Concordo al 100%

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