Meditate, gente, sul Lambrusco

11 dicembre 2012
[Michele Malavasi]
Riannodando il filo dell’articolata degustazione di Lambruschi che abbiamo realizzato con Angelo Peretti e un’altra decina di degustatori, e di cui Angelo ha già scritto ieri, rammento che era nata con lo scopo di esplorare il Lambrusco ancestrale, in particolare in relazione ai modenesi da monovitigno, per verificare se fosse più o meno rappresentativo del territorio e del vitigno. Sono venute fuori al proposito tante considerazioni, e degustando alla cieca sono emerse conferme, delusioni e sorprese.
Qualche riflessione, dunque, qui di seguito.
Sorbara. Sicuramente è il Lambrusco che vanta la maggiore finezza, un colore splendido e vivace, la gamma aromatica spazia da sottili nuance floreali, alla fragolina e ai piccoli frutti rossi acerbi. Questo profilo di grande freschezza viene poi espresso al palato intarsiato su un corpo leggiadro e scattante. Una spiccata trama acida e minerale e un tannino poco percettibile completano i tratti del vino.
Si presta bene a varie vinificazioni, dal metodo classico, allo charmat, alla rifermentazione ancestrale.
Nei Sorbara espressi dalla vinificazione in charmat abbiamo potuto constatare che, ad un anno dalla vendemmia, qualche vino incominciava a perdere smalto e freschezza, inoltre qualche dosaggio non proprio basso ha limitato al palato l'espressività.
L'ancestrale ha invece rappresentato la più autentica interpretazione del vitigno e del terreno, donando maggiore longevità e oltre alla consueta reattività. Senza dosaggio viene esaltata la notevole freschezza e il tratto sapido.
Nota negativa su alcune interpretazioni, dove un probabile uso di mcr per la seconda rifermentazione ha restituito espressioni non del tutto definite.
Salamino. È il Lambrusco che si è mostrato meno caratteristico e riconoscibile: non svetta sicuramente per personalità.
Sulle interpratazioni ancestrali non è stato possibile dare un giudizio a causa di bottiglie con evidenti problemi, ma non di tappo.
Grasparossa. Lo charmat, a differenza dell'omologo Sorbara, era pienamente in forma, porpora con una spuma generosa, profilo olfattivo intenso, con un fruttato di rara definizione. Al palato svela una buona struttura, un sorso ricco ma non grasso. Interessante il contrasto tra la morbidezza ed il tannino fitto e disteso, che crea una pulizia di bocca notevole oltre che una grande facilità di beva.
Tra gli ancestrali, solo una bottiglia ha tenuto il passo dello charmat come franchezza al varietale del Grasparossa. L'espressione del Grasparossa ancestrale è caratterizzata da maggiore profondità e struttura con un tannino a volte ruvido. Lo spettro olfattivo si differenzia molto acquisendo sfumature terziarie di sottobosco, foglie e terra. La facilità di beva è a vantaggio dello charmat, come anche la parte tannica decisamente piu' piacevole.
Interessante l'interpretazione del Grasparossa reggiano, completamente differente a partire dal colore e nei tratti.
Onestamente non ho ancora la certezza di quale dei due metodi sia più rappresentativo del Grasparossa e delle sue colline, anche perchè abbiamo riscontrato molti problemi in tanti ancestrali nella fase olfattiva, e questo anche con i successivi reggiani e mantovani, il che mi spinge a un'ultima riflessione.
Ad oggi, la rifermentazione in bottiglia-ancestrale sui Sorbara si può considerare una certezza e anzi più espressiva dello charmat, mentre sulle uve lambrusco più scure, con bucce più spesse e dotate di maggiore tannino, la qualità non è costante e affidabile: troppe le volatili alte, riduzioni, feccia e acido acetico. Poi si incontra anche il Lambrusco ancestrale della vita, ma chi si può permettere di comprare 5 bottiglie per trovarne una a posto? Meditate produttori, meditate...

13 commenti:

  • Stefano Menti says:
    11 dicembre 2012 alle ore 06:24

    Analisi molto chiara. Grazie Michele.

  • Mario Crosta says:
    11 dicembre 2012 alle ore 08:01

    Il rapporto di 5 a 1 mi sembra addirittura ottimistico. Bravo Michele. Se non ti ascoltano sono dei gran pirla.

  • Riccardo Avenia says:
    11 dicembre 2012 alle ore 08:44

    Ottimo quadro generale: tra vitigni, metodo di vinificazione e territorio. Peccato per le delusioni, sperando vengano lette da chi di dovere!
    Complimenti Michele.

  • Angelo Peretti says:
    11 dicembre 2012 alle ore 08:49

    Insomma, abbiamo scoperto una nuova penna per InternetGourmet, non vi pare? Bravo Michele.

  • maupas says:
    11 dicembre 2012 alle ore 09:40

    Mi associo ai complimenti di Angelo per la lucidità e franchezza con cui Michele ha tratteggiato il mondo dei lambruschi, ahimè sovente lastricato di prodotti non attraenti (concordo soprattutto sulla scarsa qualità dei prodotti con buccia più scura, ma anche sulle piacevoli sorprese che ci ha riservato il Sorbara).
    Ringrazio ancora Michele per l'impegno nel selezionare i lambruschi che abbiamo assaggiato: credo che, a questo punto si renda necessaria un'analisi altrettanto approfondita dei lambruschi reggiani e mantovani.

  • Angelo Peretti says:
    11 dicembre 2012 alle ore 09:45

    Concordo con la proposta di Mauro, e suggerirei di approfondire anche i salumi che Michele ha raccolto insieme ai Lambruschi...

  • Massimo Cappi says:
    11 dicembre 2012 alle ore 10:05

    Colgo l'occasione per complimentarmi con Michele per la bella analisi che condivido, ringraziare Angelo per l'ospitalità e tutti i partecipanti per l'ottima compagnia. Tornando alla degustazione l'unico appunto che (ci) faccio è di non aver scelto di mettere il metodo classico di Paltrinieri come ultimo dei Sorbara, ripensandoci forse l'abbiamo un pochino penalizzato.

  • Massimo Barbolini says:
    11 dicembre 2012 alle ore 10:28

    " Sono pienamente d' accordo a metà col mister" :D. Scherzi a parte le ultime 5 righe sarebbero da scolpire nella pietra e appendere nelle Enoteche..Anzi adesso lo faccio.. Bellissimo Post. Massimo

  • Anonimo says:
    11 dicembre 2012 alle ore 14:40

    Ciao a tutti, per prima cosa voglio dire che mi fa molto piacere che attorno a questi due post si sia creato interesse, perchè il lambrusco può e deve uscire dalla nomea che negli anni 80 con la red cola gli è stata affibbiata.
    Sono chiaramente a disposizione se nel nuovo anno si vorrà fare un approfondimento dei lambro dei cugini reggiani(prevalentemente blend) e mantovani, sempre dividendoli in charmat e ancestrali, magari cercando di cogliere sfumature tra quelli di pianura e collina.
    Credo fermamente nei vini che leggono il territorio e per questo sono molto contento che abbiamo impostato la degustazione sui modenesi da monovitigno, separandoli per tipologia e nelle due vinificazioni per cercare di leggerne l'aderenza, e l'aderenza è venuta pienamente fuori. Sia nel sorbara nei tratti acidi e salini dati dal vitigno e dai terreni sabbiosi e limosi ma ancor di piu'è stato paradigmatico il grasparossa reggiano intruso, molto differente nel colore e nei tratti, per molti addirittura ha scalzato i grasparossa modenesi.
    Per quanto riguarda la vinificazione sul metodo classico direi che sicuramente quello che si presta meglio per non dire l'unico sia il Sorbara, a mio avviso ben riuscito ed interessante considerando che è stato appena sboccato. Romanticamente però pensando alle sue origini di vitis labrusca selvatica mi piace che continui ad avere una matrice perlomeno nervosetta, aristocrazia o ruffianeria come quando lo dosano troppo , non gli appartengono.
    Michele Malavasi

  • Mario Crosta says:
    11 dicembre 2012 alle ore 15:56

    E beveteveli mangiando, porca sidella! C'e' un posto che me lo sogno anche di notte, ci andava pure Pavarotti, l'Antica Locanda San Savino a un centinaio di metri dalla provinciale 40, a meta' strada tra Castelnuovo di Sotto e Castelbosco di Sotto, in aperta campagna dove ci stanno i magazzini di stagionatura del parmigiano reggiano e le stalle piu' belle del mondo. Andate dentro, bevete quel che volete, ma ricordatevi di chiedere quello che piaceva al maestro. Antipasti e primi piatti soprattutto, lasciate perdere i secondi e non preoccupatevi che si spende anche poco. Un giorno ci sono capitato mentre tornavo in Polonia ma era chiuso. I cani abbaiavano in continuazione e qualcuno alla fine e' uscito a sedare la canea. Siamo riusciti per 10 euro a portar via due bottiglie, anche se era chiuso, aspettavano la nuova consegna. Secondo voi sono arrivate in Polonia o ce le siamo fatte per strada? Non sono neanche arrivate a Latisana (dove ci aspettava il Prosecco...). Vale la pena. Angelo lo ha scritto chiaro e tondo, ma se volete ve lo sottolieno ancora: "quand'è fatto bene, penso che sia un vino di rara piacevolezza, soprattutto quand'è portato nel suo habitat naturale, che è la tavola imbandita". Ha scritto tavola imbandita. Provare per credere.

  • Anonimo says:
    12 dicembre 2012 alle ore 06:36

    Questo blog è sempre più bello ed ora con Michele si arricchisce di una penna nuova ed emergente
    Bravissimi tutti ed in particolare bravo a Michele..

    Giorgione

  • Angelo Peretti says:
    12 dicembre 2012 alle ore 21:15

    Grazie per i complimenti, e spero che MIchele voglia scrivere ancora su queste pagine virtuali.

  • Sergio Frigieri says:
    16 dicembre 2012 alle ore 15:03

    Ho già avuto modo di commentare ed apprezzare Michele,che dal cognomeimmagino modenese come me o giù di qui...Qualche nome di azienda,please.Grazie,Sergio

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