Bordeaux anni '50: rossi straordinari

23 gennaio 2013
[Mario Plazio]
Lo dovevo dire. Una volta nella vita una degustazione come questa dovrebbe essere obbligatoria per ogni amante del buon bere. Sì, perché ti aiuta a capire tante cose, a farsi beffa di tanti luoghi comuni dispensati a piene mani da tanti saccenti bevitori. La degustazione in parola era dedicata ai Bordeaux degli anni Cinquanta: l'ha organizzata Angelo Peretti alla Taverna Kus di San zeno di Montagna. E lo dico a chiare lettere: i vecchi Bordeaux sono vini straordinari. Irripetibili forse, perché oggi la tecnologia ha tolto molto alla magia di questi vini dalla tempra imperturbabile. E, dico io, se si facevano allora, si possono fare anche oggi. O forse è la nostra pigrizia che ci impedisce di andare alla ricerca dei piccoli crus e di quei produttori che ancora lavorano senza forzature e senza il bisogno di ricercare punteggi stellari dalle parti di Robert Parker.
La grande lezione che ho tratto da questa serata dedicata ai Bordeaux degli anni Cinquanta è che anche châteaux a me quasi sconosciuti sono in realtà in grado di tenere e di evolvere magnificamente ad oltre 50 anni dalla vendemmia. E voglio vedere quanti altri luoghi al mondo consentono tali evoluzioni. Molto pochi e con un numero ridicolo di bottiglie.
Dovendo trarre delle conclusioni dalla degustazione, credo vada sottolineata la leggerezza leggiadra di molti vini, che non va confusa con la diluizione. Anzi, si traduce in lunghezza delle sensazioni, piacevolezza di beva, capacità di reggere il cibo e assenza di stanchezza. Tutte caratteristiche che si fatica da morire a trovare nei vini muscolari oggi in voga. Ecco il dettaglio delle mie personali note.
1. Jacques Blanc. Saint-Emilion 1953
Un miracolo di equilibrio questo vino dal colore esemplare di claret. Il naso è dapprima chiuso per aprirsi poi su note di erbe, peperone, spezie, cenere e polvere. Domina un bell’aspetto etereo e impalpabile. Ne consegue un palato fine, leggero e saldamente acido, con ritorni puliti di menta secca, alloro e castagna bollita. Una rivelazione. 92/100
2. La Fleur Pourret. Saint-Emilion 1955
Ancora sulla rive-droite, nel regno del merlot e del cabernet franc. Sorprende il colore, ancora denso e intatto. Vino profondo e minerale nelle note di asfalto. Un vino tutto centrato sulla godibilità e la piacevolezza della beva, a scapito di una maggiore complessità. Morbido e con un tannino più deciso, rivela una gradevole ossidazione nel finale. Caldo e meno lungo del precedente, è voluttuoso. 85/100
3. Thibaut-Maillet. Pomerol 1959
Ancora un vino a dominante merlot. Purtroppo la bottiglia era inficiata da un tappo non perfetto. Ed è stato un peccato perche dietro si intuiva un ottimo vino, balsamico e animale.
4. La Niote. Saint-Emilion Grand Cru 1959
Un po’ più in alto nella scala di classificazione questo grand cru. Il naso ha bisogno di molto tempo per ripulirsi da note insistenti di brodo. Poi liquirizia ed erbe. È in bocca che dà il meglio. Rimane teso e sempre presente, senza alcun cedimento. Il finale è cioccolatoso e coi minuti tira fuori note di malto, birra e mare. Piacevole. 90/100
5. Château Lyonnat. Lussac Saint-Emilion 1959
Un piccola denominazione che non gode di grande considerazione. A torto. Se mettiamo il naso nel bicchiere ci sembra di entrare in un negozio di spezie orientali. Poi è salmastro e odora di tabacco. Nessuna debolezza al palato, dove esibisce una presenza imperiosa che si sposa alla perfezione con la carne proposta dalla sempre eccellente cucina della Taverna Kus. 91/100
6. Grand Corbin. Saint-Emilion 1959
Purtroppo un altro tappo difettoso. Vino imbevibile.
7. Le Bourdieu. Haut-Médoc 1959
Arriviamo nella rive-gauche, non quella di Parigi ma di Bordeaux. Da queste parti regna sovrano il cabernet sauvignon. Confesso che è la mia zona preferita, quella che grosso modo parte da Margaux e arriva a Pauillac e oltre. Lo conferma questo piccolo cru che non conoscevo. Il naso è straordinario, sembra una bottiglia di 10 anni al massimo. Introverso, minerale e profondo, come piace a me. Mi pare il vino più elegante assieme al primo. Profonde note balsamiche. I tannini non fanno nulla per nascondersi, ci sono e conferiscono “movimento” al liquido. È giovane e vinoso, rigoroso. Termina su aromi di olio di mandorla e goudron. 94/100
8. La Rose Pauillac. Pauillac 1959
Angelo non voleva servire la bottiglia, ma l'ho pregato di farlo lo stesso. Bottiglia sfaccettata ed affascinante. Di sicuro non diresti che è un Bordeaux. Ti verrebbe da metterla dalle parti di Jerez, nel sud della Spagna. L’ossidazione è evidente, come la notevole presenza di acidità volatile. Dietro a tutto questo però il vino palpita, intriga. Ci sono fiori e frutta secchi, capperi e mare, cioccolato bianco. Un vortice di sensazioni difficilmente definibile ma che mi cattura. Chi conosce lo Jerez Amontillado ha capito di cosa sto parlando. 89/100
9. Château Poujeaux. Moulis en Médoc 1966
Aggiunto all’ultimo momento come jolly, il vino era affetto da problemi di tappo. Anche qui sembrava un vino che aveva molto da dire.
Alla fine della degustazione non posso che ringraziare Angelo per aver organizzato una serata memorabile, tutti coloro che hanno partecipato e contribuito a creare una atmosfera complice e rilassata e la squadra della Taverna Kus per il servizio, la qualità dei piatti e la sempre perfetta ospitalità.















Fotografia di Enrico Lucarini

1 commenti:

  • lucia letrari says:
    28 gennaio 2013 alle ore 13:10

    leggere le annate, le denominazioni e le sensazioni sui vini è strabiliante... peccato solo non aver avuto la fortuna di essere in un "angolino" per provare di persona. Grazie per la testimonianza che ad una "figlia del bordolese" come me da già immenso piacere!

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