Il tempo delle private label

8 gennaio 2013
[Angelo Peretti]
Riprendo solo ora - ma non è che non sia d'attualità - una notizia che è stata pubblicata verso fine anno sul Corriere della Sera. Il pezzo è di Fabio Savelli e titola così: "Commercio, private label in crescita. I (nuovi) consumi delle famiglie". Dice, in sintesi, che nella grande distribuzione stanno prendendo sempre più piede i prodotti che portano il marchio del supermercato. Spiega: "In tempi di crisi cambia anche la dinamica dei consumi. E cresce sempre più la quota di mercato del private label (i prodotti messi in vendita con la marca del distributore, ad esempio Coop Italia, Esselunga, Pam), che ora supera il 17%". Spiega poi che, soprattutto sotto le feste, c'è anche l'offerta dei prodotti-civetta, e tra questi è emblematico il caso degli spumanti, venduti anche sotto costo per attrarre i consumatori. Ma c'è un rischio. "Il rischio dei prodotti-civetta - si legge - è che sminuiscano la forza dei marchi alimentari del made in Italy. Ma al consumatore finale questo importa poco. Soprattutto se il carovita morde sempre più. E la forza emozionale del brand diventa un lusso per pochi".
Ora, al di là della questione dei prodotti-civetta, è proprio l'ultima frase quella su cui invito a soffermarsi: "La forza emozionale del brand diventa un lusso per pochi". Sulla forza del proprio brand hanno puntato negli ultimi anni anche numerose aziende vinicole italiane, arrivando al punto di uscire dalle doc per minimizzare i costi e aggredire comunque il mercato grazie al nome, affermato, del produttore. Ebbene, nei tempi della crisi questa non sembra più vero, e oggi il conumatore cerca la certezza d'un buon prodotto a un buon prezzo, e questa certezza la trova nelle private label della grande distribuzione. All'estero funziona anche col vino. In Italia siamo solo ai primi passi, e tra i primi passi che mi pare funzionino (ma non ho dati: è una sensazione) c'è la linea Grandi Vigne dell'Iper. Però penso anch'io che questo sia il futuro del vino. Con una sottolineatura, che è quella che - a mio avviso - difficilmente la private label vinicola potrà fare affidamento genericamente su un vino bianco o rosso  generico (quelli che una volta si chiamavano "da tavola"), ma punterà probabilmente a creare valore attraverso la forza d'attrazione del brand territoriale, che è la denominazione d'origine. Ad essere bypassato sarà il brand aziendale, che diventerà, appunto, "un lusso per pochi". Se così fosse, il mondo del vino è destinato a cambiare, parecchio.

2 commenti:

  • Mario Crosta says:
    8 gennaio 2013 alle ore 07:39

    Aggiungerei una cosa: anche gli intenditori bevono i vini da tavola bianco e rosso, non soltanto DOP e DOPG. In genere il vino quotidiano e' un buon vino a prezzo molto conveniente, cercato qua e la' fra diverse etichette finche' non si trova quello che piu' corrisponde al proprio gusto personale. In Sardegna, ad Alghero, io prendevo il rosso sfuso dalla canna alla Sella & Mosca ai Piani di Alghero e andavo invece alla Cantina Sociale di Santa Maria La Palma quando era esaurito. Il bianco no, non ce n'era uno buono a basso prezzo tra gli sfusi e quelli da bottiglione, penso che sia così anche nel resto d'Italia. E poi non ne consumavo molto. Per il bianco da tavola quotidiana mi orientavo percio' su quelli di grandi cantine delle DOP piu' grandi, tipo Orvieto, Marino, Santa Margherita, Zonin.
    Il Sabato e la Domenica, invece, bevevo soltanto bottiglie di maggior pregio. Questo, quando stavo in Italia.
    Adesso che sto in Polonia, per 18 anni non sono ancora riuscito a trovare un vino da tavola per il consumo quotidiano soddisfacente. Adesso c'e' Le Preare della cantina di Negrar in bottiglia da litro, che fanno solo per la germania e per la Polonia, ma e' il primo decente, speriamo che non resti l'unico. Perche' ho dovuto ridurre il consumo del vino limitandomi a bottiglie DOP e DOPG con un raddoppio (come minimo) di spesa.
    Sì, cambiera' molto il mondo del vino, hai ragionissima. Ma guarda che anche nel mondo DOP e DOPG la genter cerca prima il nome e poi la denominazione: vedi come stampano ben grande in etichetta i cognomi famosi, tipo Gaja, Oddero, Borgogno, Fontanafredda, ed in piccolo il nome della denominazione. Insomma la gente si fida di piu' dei controlli di qualita' dei privati che non delle commissioni di approvazione delle Camere di Commercio, che, come sai, sono inaffidabili, visto che spacciano anche porcherie e bocciano autentiche perle.

  • Andrea Tibaldi says:
    14 gennaio 2013 alle ore 08:01

    Io noto che le linee di qualità superiore della grande deistribuzione (fior fiore coop e soprattutto Terre d'Italia di Carrefour) sono davvero di qualità superiore su tutti i prodotti che ho testato (esempio biscotti con solo burro senza grassi vegetali o peggio idrogenati), questi prodotti li uso abitualmente e li consiglio sempre ai miei clienti, ritengo che sia anche molto comodo riferirsi a un brand unico "dichiarato" di qualità superiore piuttosto che fidarsi di una marca specifica che non è stata valutata "a monte" con criteri di qualità oggettivi.
    Spero che in futuro il potere di suggestione della pubblicità soccomba di fronte a criteri di qualità più oggettivi, dobbiamo smettere di mangiare biscotti con margarina pensando che siano genuini solo perché li promuove l'attore famoso. Scusate il fuori tema ma tornando al vino, di sicuro se uscisse un vino della linea terre d'italia lo testerei subito con grande curiosità.

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