Naturali, non prendiamoci in giro

14 marzo 2013
[Angelo Peretti]
Sono stato di recente a una delle tante degustazioni di vini "naturali" che si susseguono - ormai è una moda - un po' ovunque. Non dico a quale, non dico dove: non è importante. Dico invece che ne sono uscito con la fastidiosa sensazione di essermi sentito preso in giro. Certo, ho assaggiato vini eccellenti, che comprerò e riberrò. Ma tanti, troppi, erano davvero improponibili. Volatili tanto alte da offrire una percezione veramente acetica, ossidazioni incontrollate, puzze di vomitino di neonato e di piscio di cavallo, e scusate la crudezza della descrizione.
Il risultato finale della fermentazione "naturale" e non gestita del mosto d'uva - si sa - è l'aceto, e questa volta ne ho avuta, in alcuni casi, la conferma: per piacere, quelle cose in bottiglia non chiamatele, allora, vino, ma datele il loro vero nome, che è aceto, appunto.
Credo sia proprio giunta l'ora che, dopo la prima fase pionieristica, gli organizzatori di eventi dedicati al vino "naturale" e gli stessi produttori comincino a separare - evangelicamente - il grano dal loglio, il buono dal cattivo, il ben fatto dal mal fatto. Non basta che un produttore rispetti i canoni "naturali" perché il suo vino sia vino e sia bevibile.
Qualcuno, a queste mie lagnanze, m'ha già appropriatamente obiettato che anche nelle rassegne dei vini "convenzionali" ci sono vini più buoni e vini meno buoni. Vero. Però il "non buono" in questi casi significa piatto, impersonale, inespressivo, ma quasi mai gravemente, palesemente difettoso.
Cari "naturali", e mi rivolgo a quelli - parecchi - di valore: non date vantaggi ai "convenzionali" mischiando alle vostre splendide bottiglie cose inverosimili di altri che il vino non lo sanno proprio fare. Non c'è scritto da nessuna parte che per essere rispettosi della natura occorre coltivare la vigna e fare vino: ci si può dedicare ai broccoli, ai cereali, alla frutta. Se si ha a cuore l'ambiente - ed averlo a cuore e a mente è un valore supremo e una testimonianza di altissimo significato civile - non è un obbligo fare vino, quando non lo si sa fare.

17 commenti:

  • Nic Marsèl says:
    14 marzo 2013 alle ore 10:40

    Angelo, non sono d'accordo ma non voglio iniziare la solita sterile polemica. Quindi. Se sei assolutamente convinto di quello che hai scritto, credo che a questo punto anche tu come wine writer debba prenderti la responsabilità di tirar fuori i nomi di questi cattivi esempi da non imitare. Non solo organizzatori e produttori. Non vedo altre soluzioni.

  • Stefano says:
    14 marzo 2013 alle ore 10:54

    Come non essere d'accordo con Angelo Peretti? La prima cosa che un vino deve avere è la mancanza di difetti, "naturale" o "industriale" che sia!
    Certo che se tra i vini "naturali" ce ne sono ancora di difettosi, la strada da fare è ancora tanta.
    Per fortuna gli assaggi che ho effettuato a "Vignaioli naturali a Roma" erano tutti degni di nota.

  • Anonimo says:
    14 marzo 2013 alle ore 10:56

    Perfettamente d'accordo con Peretti, mi leggi nel pensiero, e quante discussioni ho fatto con amici in merito a questi "naturali"

  • Stefano Menti says:
    14 marzo 2013 alle ore 11:25

    @ Anonimo. La tua opinione interessa a tutti ma... firmati.

  • luigi fracchia says:
    14 marzo 2013 alle ore 11:36

    Scusate ma "piatto, impersonale, inespressivo" non è un palese difetto?
    Io credo di si.

  • giordano says:
    14 marzo 2013 alle ore 11:48

    Quante volte mi è capitato che mi venisse offerto un bicchiere di vino da contadini ... pur essendo io sicuro sulla genuinità, spesso era quasi inbevibile.
    Il vino, per chi lo beve, deve essere anche piacere !

  • giordano says:
    14 marzo 2013 alle ore 11:52

    aggirno il post:
    Il vino, per chi lo beve, deve essere SOPRATUTTO piacere !

  • Anonimo says:
    14 marzo 2013 alle ore 13:57

    Oh... Grazie Angelo, inutile dire che sono d'accordo con te e mi associo all'appello ai "cari naturali" come per altro ho già fatto altre volte su qs. blog.
    E' ora di venire allo scoperto, è ora che le associazioni esigano qualità, la verità è nel bicchiere e viene sempre fuori.
    Massimo Cappi

  • Anonimo says:
    14 marzo 2013 alle ore 14:04

    Vero, apprezzo lo sforzo di chi si cimenta nel campo di vini naturali, ma non vanno confusi errori di inesperienza con palesi mancanze di stile e conoscenza. Oltre che di onestà!
    Gianluca

  • Anonimo says:
    14 marzo 2013 alle ore 16:52

    Segnalo per completezza e per chi vuole:

    http://www.slowfood.it/slowine/naturale-e-bio-argomenti-seri-o-utili-ad-alzare-lo-share/

    Massimo Cappi

  • Angelo Peretti says:
    14 marzo 2013 alle ore 20:14

    @Nic. No, ritengo non sia utile che sia chi scrive di vino a mettere all'indice i vini"cattivi". Quanto meno io preferisco presentare e proporre a chi mi legge i vini che mi sono piaciuti, che ho trovato interessanti, magari intriganti. Di quelli che non mi sono piaciuti non scrivo. So che alcuni seguono i miei consigli, comprano i vini di cui scrivo, li bevono, e poi me ne scrivono le impressioni: questo mi piace molto che avvenga, è gratificante anche per me. Ecco: credo sia questo il "servizio" che un blog o un web magazine possono utilmente offrire a chi vuol conoscere meglio il mondo del vino.
    Scrivere "male" di qualcuno non mi interessa e non lo trovo comunque utile, e poi non amo le polemiche.
    Credo invece, e lo ribadisco, che dovrebbero essere gli organizzatori degli eventi "naturali" coloro che cominciano a scremare il buono dal non buono, per evitare che di questa tipologia di vini si abbia, alla fine, una sensazione negativa, o quanto meno fortemente problematica. Ci sono, nel mondo "naturale", vini eccellenti, ricchissimi di personalità e carattere, ragionati con tanta attenzione all'ambiente, al terroir. Non trovo bello che grazie a questi gioielli si autoaccreditino come "buoni" produttori che il vino non lo sanno proprio fare.
    La filosofia steineriana non si applica solo al vigneto. Prima anche all'orto. Nessuno obbliga un biodinamico a fare vino. Può fare anche ottme patate ed eccellenti broccoli.
    Tutto qui.

  • Angelo Peretti says:
    14 marzo 2013 alle ore 20:18

    @Luigi. Per me il vino difettoso è quello che puzza, oppure che è palesemente ossidato. Il vino piatto e impersonale non mi offre piacere - e dunque non lo bevo -, ma neppure mi dà il voltastomaco. Non è una differenza da poco, credo.

  • Angelo Peretti says:
    14 marzo 2013 alle ore 20:19

    @Massimo. La verità è nel bicchiere, e alla lunga viene fuori. Sono d'accordo.

  • Angelo Peretti says:
    14 marzo 2013 alle ore 20:21

    Invito anch'io a leggere l'intervento di Giancarlo Gariglio su Slowine: mi tira un po' le orecchie, ma offre comunque spunti interessanti. Eppoi Giancarlo è in gamba.
    http://www.slowfood.it/slowine/naturale-e-bio-argomenti-seri-o-utili-ad-alzare-lo-share/#.UUIj74UVeNw

  • psylo says:
    22 marzo 2013 alle ore 18:31

    la verità non è solo nel bicchiere, ma anche nel modo in cui vi si arriva. Altrimenti potremmo giustificare qualsiasi tecnica pur d'arrivare a vini di gusto e profondità eccezionale. Ma il gusto del vino, fondamentale e necessario, non è sufficiente a giustificare i mezzi. Il vino 'naturale' (definizione orribile, lo si sa) prova a muoversi in questa difficile, non macchiavellica dimensione in cui sono i mezzi (nel senso non solo di tecnica ma di rapporto generale con l'ecosistema) a giustificare il vino, non il contrario. Poi se ci son incapaci, ce ne sono ovunque. Se trovo un vino 'convenzionale' piatto ed impersonale, la cosa mi disgusta non quanto, ma ancor più che trovare un vino 'naturale' ossidato. Nel secondo caso, non giustifico ma almeno comprendo le difficoltà maggiori a cui si va incontro, i rischi che una prospettiva come lo zero sulfiti, ad esempio, comporta. Nel primo caso, non ci sono scusanti, ma solo mancanza di talento. Poi, per inciso, di vini che sanno esplicitamente d'aceto non li ho mai trovati, nè in enoteca nè alle fiere, semmai solo nel fienile di qualche amico contadino, che il vino non lo sa fare, ma non ha neanche l'ambizione di farselo comprare. Sarà stato sfortunato lei.

    Concludendo, sono d'accordo con ciò che dice nella conclusione: "Se si ha a cuore l'ambiente - ed averlo a cuore e a mente è un valore supremo e una testimonianza di altissimo significato civile - non è un obbligo fare vino, quando non lo si sa fare." Aggiungerei però un corollario: 'se non si ha a cuore l'ambiente, è un obbligo esimersi dal fare vino', poichè non vedo da quale punto di vista, logico ed etico, le due cose possano conciliarsi...

  • Anonimo says:
    12 aprile 2013 alle ore 11:10

    Riporto un pezzo di un intervento del regista Nossiter riguardo una discussione a proposito di vini naturali e che mi trova assolutamente daccordo. Credo inerente ai temi trattati anche in questa sede.

    "...Al di là del fatto che la maggioranza dei viticoltori naturali non mi deludono, c’è da non scordare che sono attori dentro un dramma che si sta svolgendo davanti ai nostri occhi. Non vuole dire che dobbiamo accettare tutto per carità e non rimanere svegli e scettici! Ma è utile ritenere che le ricerche, per esempio, di ridurre o eliminare solfiti, rame e zolfo, di accompagnare con la massima attenzione le esperienze spontanee di una pianta dentro un territorio sono gesti radicali -avanguardisti- per il nostro piacere e benessere e per il benessere del pianeta. Ci fanno riflettere e rimettono in discussione molti a priori. Per chi non ha la voglia di accompagnare questo e richiede la garanzia della prevedibilità, capisco che può essere troppo rischioso. Ma io sono felice – anzi mi sento fortunato – di accompagnare questo movimento…ma solo se non pago un prezzo troppo alto. Perché per me i vini naturali (come qualsiasi vino, con pochi eccezioni) dove il viticoltore chiede 40, 50 euro la bottiglia sono scandolosi; l’etica del vino naturale è un’etica non solo in relazione all’ambiente ma anche davanti alla disuguaglianza economica..."

  • Castellano says:
    13 aprile 2013 alle ore 13:58

    Azienda nuova, tre o quattro anni, vino narutale, visita in vigna e in cantina, tanti discorsi, la parola qualità in ogni frase, la parola naturale in ogni altra. Bon. Vino che sa "da casa", "da contadin", semplice, simpatico, interessante, naturale... Bon dai. Prezzi da 10 a 15 euro. Zio bon.

    Due bottiglie, porto a casa, bevute, come sopra. Caretto. Però bon. Naturale.

    Dopo due mesi un cartone, la prima un po' pesante, meno simpatica, vediamo, aspettiamo un po', ancora acidina, un po' puzzina di letame. La seconda fortina, come la prima, pesantina, la fiducia dice bevi, la lingua dice stop. La terza. La quarta. Vino pesante, acido, difficile da digerire, buttato al terzo calice. La quinta e la sesta da aprire, per chi vuole le regalo. Eppure due mesi prima era semplice, simpatico, beverino e...naturale!

    E tutti i discorsi sulla qualità?

    La qualità è quando lo bevi, c'è o non c'è, il vino si sa fare o non si sa fare. Se poi lo fai bio o meno bio, naturale o meno naturale, se sei capace lo fai di qualità, se non sei capace lo fai come sopra, lo faresti male anche "non naturale", figuriamoci "naturale". Parlo solo del vino, no del campo, ma è il vino che vendi e a prezzi da effetto moda. Naturale e dopo un anno le partite ti vanno in aceto, bruciano lo stomaco e ti torna su per mezza giornata. Sei su sei. Va' là, nane. Manco ciacole. Io sono un semplice appassionato. Io bevo il vino buono, lo pago e lo voglio buono, di qualsiasi tipo.

    Bravo Peretti



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