Salviamo il terroir aggredito

28 marzo 2013
[Angelo Peretti]
Qualunque cosa sia, qualunque sia la difficoltà di definirlo negli schemi razionali, il terroir va difeso. Perché è un valore. E perché è continuamente e sempre di più aggredito. Torno un attimo sulla "definizione di terroir in viticoltura" tracciata da Asselin, Fanet e Falcetti in un documento che ho letto su L'Enologo (ne ho parlato ieri) perché mi pare sia opportuno soffermarsi su almeno su un altro dei concetti che vi sono esposti. Trattando delle "motivazioni socio-economiche" che supportano il concetto di terroir, i tre ricercatori puntano infatti il dito sulla "ristrutturazione del vigneto". E si domandano: "Dove va tolto? Dove va piantato? Può essere riconvertito?"
Tre domande da far tremare i polsi. Anche perché gli attuali disciplinari di produzione delle varie denominazioni d'origine sono così vaghi al riguardo che, di fatto, uno fa quello che vuole, con danno potenziale - e spesso concreto, reale - della denominazione stessa. E ci andrebbe posto rimedio. Con coraggio.
"Le potenzialità viticole di grande qualità - scrivono poi i tre - devono essere protette, preservate contro le aggressioni della società moderna". E le fonti di aggressione sono, secondo la loro elencazione: "infrastruttura stradale, fondiaria, immobiliare e ciò soprattutto per quanto rigarda l'ampliamento degli agglomerati urbani". Sottoscrivo, e ne aggiungo un'altra, di minacce: energie alternative. Ché ormai sulla terra si posano più pannelli solari che vigne, e una terra coperta di pannelli solari è una terra morta.
Tempo fa c'era chi discuteva di piani regolatori dei comuni viticoli: si pensava, cioè, di salvaguardare le denominazioni di pregio considerandole parte integrante del patrimonio collettivo di un territorio e conseguentemente tutelandole anche negli strumenti urbanistici. Pie illusioni.

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