La grande avanzata della capsula a vite

29 aprile 2013
[Angelo Peretti]
Questa volta a favore della capsula a vite - qualcuno si ostina a dire tappo a vite, ma a me non piace questa definizione, perché in realtà non si tratta d'un semplice tappo - è una corazzata dell'informazione enoica internazionale: Wine Spectator. Sul numero d'aprile l'editoriale di James Laude ha un titolo che sicuramente farà correre un brivido freddo lungo la schiena ai produttori di sughero, ma che esprime chiaramente, nettamente il pensiero della rivistona a stell'e strisce: "Time to Dump Corks", che potrei tradurre in "È ora di scaricare i tappi in sughero".
Laube la capsula a vite dice che preferisce chiamarla twist-off anziché, come s'usa in genere in lingua inglese, screw cap. E spiega che "il maggior ostacolo ad un uso più ampio dei twist off è l'immagine, che è nata nell'era nella quale erano usati solo per i vini più economici". Ma ora non è più così, e l'avanzata della vite sembra inarrestabile. "La prova - c'informa - sta nei numeri che hanno a che fare con la crescente popolarità dei twist-off. Sui circa 18 mila vini recensiti da Wine Spectator negli ultimi dodici mesi, il 13% avevano chiusure twist-off. Nel 2005 il dato era appena del 5%". E ad essere più avanti nell'uso delle capsule a vite, secondo l'editoriale di Wine Spectator, sono la Nuova Zelanda e l'Australia: nel primo paese i vini con la chiusura a vite sono il 91%, nell'altro il 70%. Seguono l'Oregon (la quota è del 25%), l'Argentina (15%), lo stato di Washington (12%) e la California (8%). Più indietro la Spagna (7%) e la Francia (3%). Il fanalino di coda indovinate qual è? Ma è l'Italia, ovvio! Da noi i vini chiusi con la capsula a vite sono appena il 2%.
Ma è soprattutto la conclusione dell'articolo di James Laube che, a mio avviso, deve far riflettere. Cerco di riportarne una traduzione: "Ci saranno sempre quelli che si aggrappano alla favola romantica del tappo in sughero e della gioia di sentire il 'pop' della bottiglia che si apre. E qualcuno continuerà ad accettare l'odore di tappo come parte dell'esperienza vinicola, così come avere una ruota a terra è insito nel possedere un'automobile. Di sicuro, c'è pieno di altre cose che possono andar male nel vino dopo l'imbottigliamento. Il caldo e l'immagazzinamento sono forse i più grandi nemici del vino, e vincere queste sfide resta ampiamente sulle spalle dei rivenditori e dei consumatori. Ma per i vignaioli, è di gran lunga il tempo di muoversi e di eliminare del tutto i tappi in sughero. Per molti, se non per la maggior parte, far questo sarà la più grande singola azione che possono compiere per migliorare la qualità del vino".
Già già, penso che per chi produce tappi in sughero parole così creino qualche mal di pancia. Ma è noto che - per quel poco che conta il mio pensiero - anch'io la penso come James Laube: ora l'alternativa al tappo tradizionale c'è, ed è la capsula a vite, e non vedo una sola buona ragione per non utilizzarla.

9 commenti:

  • Anonimo says:
    29 aprile 2013 alle ore 12:55

    Al Recente BeWine a Trento Armin Kobler diceva, oltre che a farlo, che i vignaioli convinti della superiorità della capsula a vite, dovrebbero prima di tutto imbottigliare così i loro vini più prestigiosi, dopo quelli di base: forse allora il pubblico si convincerà...
    E facciamo un concorso per trovare il bel nome in italiano da dare alla Capsula a vite.
    Max Perbellini

  • Vittorio says:
    29 aprile 2013 alle ore 15:57

    Io sono un sostenitore della capsula a vite, non ci vedo nulla di male in questa "innovazione tecnologica". Pero´vorrei condividere con voi qualche riflessione emersa ad un convegno sulla sostenibilita´in viticoltura che si e´svolto all´Intervitis di Stoccarda il 25 aprile.
    Si faceva notare come la produzione del sughero consenta di preservare le foreste di querce, luogo ad elevato grado di biodiversita´, e come le emissioni di gas serra nell´industria del sughero siano ridotte.
    Mentre la produzione dei tappi a vite richiede alluminio, ottenuto dall´estrazione del minerale bauxite. E come ben si sa l´estrazione mineraria non e´proprio a impatto zero.
    Io dico: ma se pero´il vino sa di tappo mi girano le scatole e della sostenibilita´me ne frego...

    Ma visto che negli ultimi anni l´attenzione alle problematiche ambientali e´cresciuta, mi sembra un buon punto per discutere.

  • Remo says:
    30 aprile 2013 alle ore 17:17

    ...ben venga la capsula che si avvita e si svita e si riavvita, bisognerà rieducare i sensi di qualche decina di migliaia di degustatori, in Italia, sommelier, onavisti e forse anche qualche tecnico oltre agli enoappassionati !
    Prosit

  • Anonimo says:
    5 maggio 2013 alle ore 20:48

    si può essere d'accordo un po' con tutti, l'ecologista, il tecnico, l'amatore, personalmente, da semplice operatore addetto "all'apertura" dico che i tappi a vite tecnicamente accettabile nascondono insidie e sono dinamicamente da evitare, quante volte infatti mi è capitato che il tappo non facesse il suo dovere ed al primo giro si toglieva tutta la capsula ( e la tenuta ? ), oppure che così tenace bisogna tagliare dove c'è già una seghettatura ( che figura di fronte al cliente ? )personalmente accetto quindi le critiche ecologiste o virare per un tappo a corona che si svita ( come le birre americane)

  • Anonimo says:
    6 maggio 2013 alle ore 01:45

    perché nessuno parla mai del vino-loc (il tappo in vetro con coroncina interno in polimero)? Il materiale principale (vetro) è il più riciclabile e compatibile che ci sia con il vino e direi anche elegante, se raffrontato con la capsula a vite, molto più virata all'alluminio(nel vino-loc la porzione di alluminio è minima). Intendiamoci, a una qualche multinazionale dell'alluminio daremo fortuna in un caso o nell'altro, ma il risultato estetico e funzionale del vino-lok mi sembrerebbe perlomeno da valutare. Peraltro consegna un'identità specifica alla bottiglia di vino, senza confonderla con un qualsiasi liquore da 2 lire (è solo un mio immaginario primitivo?).
    ps non sono un produttore di vino-lok :)

  • Angelo Peretti says:
    6 maggio 2013 alle ore 07:32

    @Anonimo 1. La mia personale esperienza mi dice che il rischio e la frequenza di capsule a vite che non tengono siano veramente basse, e comunque nettamente (anzi, incomparabilmente) inferiori alla frequenze dei problemi derivanti dalle chiusure in sughero o in materiale sintetico. Quanto a capsule così tenaci da non aprirsi, non me ne è mai capitata manco una. Sicuro che attui la corretta forma di apertura? E cioè: impugnare saldamente la capsula con la sinistra e ruotare la bottiglia con la destra.

  • Angelo Peretti says:
    6 maggio 2013 alle ore 07:35

    @Anonimo 2. Non ritengo che il tappo in vetro abbia lo stesso grado di affidabilità e di praticità della capsula a vite, visto che la parte che garantisce la chiusura è molto ridotta. Credo che relativamente alla capsula a vite si tratti davvero di un "immaginario primitivo", in quanto la "vite" da liquori e quella da vino sono strutturalmente molto diverse. Che poi la chiusura migliore possibile sia in realtà il tappo a corona, l'ho già scritto più volte, ma lì davvero andremmo a scontrarci con un sacco di pregiudizi.

  • Angelo Peretti says:
    6 maggio 2013 alle ore 07:36

    @Remo. La rieducazione sarà d'obbligo, soprattutto lato cantina, in quanto il vino destinato alla vite va preaparto in maniera diversa rispetto a quelo destinato alle chiusure "tappo raso".

  • Angelo Peretti says:
    6 maggio 2013 alle ore 07:39

    @Vittorio. La questione "ambientale" della conservazione delle sugherete "grazie" alla produzione di tappi è la leva che da anni viene utilizzata dai produttori di tappi in sughero, sostenuti peraltro anche da qualche organizzazione ambientalista. Non mi ha mai convinto del tutto. Altrettanto - e più - ecologista vedrei la scelta di riciclare le montagne di alluminio esistenti sul mercato per produrre capsule a vite.

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