[Angelo Peretti]
Il trend è evidente a livello mondiale: i vini rosati tendono a essere più chiari di colore e meno alcolici. Lo dice un'autorità in materia, Gilles Masson, direttore del Centre du Rosé, in Francia. O meglio, in Provenza, la patria dei rosé. Il centro di ricerca transalpino ha preso in esame negli ultimi anni - dal 2004 al 2012 - circa quattromila campioni di vini in rosa provenienti da ogni angolo del mondo. E la linea è proprio questa: meno colore, meno alcol. Il che non vuol dire che ci sia una standardizzazione e neppure che i rosé siano tutti chiari: ce ne sono alcuni che sono molto vicini a un vino rosso e altri che somigliano a un vino bianco. Solo che un po' tutti, dai più ai meno colorati, nell'ultima manciata d'anni si sono comunque almeno un po' schiariti.
Quanto a colorazione, l'Italia dei rosati si trova a metà strada tra i francesi e gli spagnoli. E nell'ambito dell'Italia, il Garda è l'area che coi suoi Chiaretti tende a essere meno carica di colore e più identitaria. In Francia, invece, la Provenza ha dei rosé "quasi bianchi", mentre le tinte più scure sono a Bordeaux.
Masson queste cose le ha dette a Moniga del Garda, durante la recente edizione di Italia in Rosa. Si badi: soffermarsi sul colore non è un puro esercizio di stile, perché invece è proprio su questo che si gioca la prima, più immediata opzione di scelta da parte di un potenziale acquirente quando si trova davanti allo scaffale dei rosé.
Cos'è che influisce sulla tinta di un rosato? Be', direi che i provenzali sono i produttori più indicati per dare delle risposte, perché da loro più dell'ottanta per cento del vino è, appunto, in rosa, e la tonalità dei rosé di Provenza è assolutamente riconoscibile. Il che sembra miracoloso, ma non lo è, perché alla base ci sono anni di esperienza e di ricerca. In ogni caso, Masson non ha dubbi: il terroir è l'elemento che influisce più di qualunque altro. La stessa uva su parcelle diverse dà vita a rosé differenti - anche molto differenti - in quanto a colorazione. Eppoi bisogna tener conto ovviamente dei vitigni, della conduzione dei vigneti, delle condizioni idriche, dello stadio di maturazione delle uve. Quando poi si passa in cantina, influiscono la durata della macerazione (ovvio), ma anche la pressatura, le temperature di vinificazione e di conservazione, la solfitazione. Il che conferma una cosa che non per tutti è ovvia: fare un rosato è un'operazione molto, molto complessa. Alla faccia di chi pensa che i rosé siano vinelli mezzosangue.

Ieri sera mi sono ritrovato... sotto il naso un didascalico esempio di rosato da terroir.
Parlo del Rosa di Elena 2012 di Collestefano, Matelica. Collestefano é famosa per il suo verdicchio di Matelica, forse il miglior bianco d'Italia per rapporto q/p oltre che per costanza, longevita .
Un gioiellino da 7 € in enoteca e pure bio.
Matelica nel verdicchio di esprime con grande freschezza acida e salinitá e timbri che tranne alcune versioni non virano mai su toni maturi.
Alla prima olfazione il Rosa di Elena mostra una grande definizione e ad eccezione di un nettisimo floreale rosa, svela il suo lato da bianco vestito di rosa, sbuffi salini, sassoso e melone bianco in puro stile da verdicchio d'altura.
Anche al palato ha tratti bianchisti e leggiadri, il lato salino accompagna tutto il sorso , rinfrescato da una calibrata spinta acida.
Poco importa sapere che viene prodotto da sangiovese e saldo di cabernet, in questo caso é il terroir che marca il vino.
8 euro in enoteca ottimamente spesi.
Mich. Malavasi
Michele Malavasi