[Angelo Peretti]
Com’è che si dice? Ah, sì: le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni, o roba del genere. Lo stesso si rischia di dover dire per le norme che lo scorso anno sono state approntate per dare “certezza” - e uso le virgolette non a caso - nei tempi di pagamento delle forniture di prodotti agricoli. In principio fu l’articolo 62 del decreto legge n. 1 del 2012, che fissava una serie di disposizione sui termini di pagamento nelle “relazioni commerciali in materia di cessione di prodotti agricoli e agroalimentari”. Poi, s’è scoperto che “in applicazione del generale criterio della successione delle leggi nel tempo e del criterio di prevalenza del diritto europeo su norme nazionali incompatibili”, l’articolo 62 non andava più bene, perché c’era da rispettare la della direttiva 2011/7/UE, recepita col decreto legislativo n. 192 del 2012. Decreto che regole i pagamenti tra imprese, senza distinzione dei prodotti scambiati.
Ecco, insomma: ci sono norme stringenti sui tempi di pagamento, e chi sgarra deve pagare gli interessi di mora. “Bene!” si dirà. Sì, “sarebbe” bene, se non fosse che le banche hanno stretto i cordoni delle borse.
Che c’entrano le banche? C’entrano, perché se le banche non erogano più credito abbondante alle imprese, i compratori non hanno sufficiente liquidità per pagare in tempi stretti i fornitori, e dunque, a fronte dell’obbligo di pagare in tempi brevi, semplicemente non comprano. A farne le spese sono soprattutto gli agricoltori, che hanno merci deperibili e cicli produttivi imposti da quella bizzarra cosa che è la natura, per cui una vacca fa latte tutti i giorni e una vigna fa uva tutti gli anni. E così gli imprenditori agricoli si trovano coi magazzini pieni e i prezzi in calo.
Già, a volte le vie dell’inferno…

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