Lo chiameremo tuchì, il tocai dimenticato

31 agosto 2013
[Angelo Peretti]
D’accordo, come quantità è poca cosa, annichilito dall’avanzata incontrastabile del Lugana, che gli ha conteso e strappato le terre. Ma il San Martino della Battaglia è un bianco che merita. Sissignori. Solo che pare quasi caduto nell’oblio. Al punto che non ha neppure un’uva. O meglio, ce l’ha, ma non si può dire, perché ci si è dimenticati di darle un nuovo nome. L’uva, infatti, sarebbe il tocai friulano, e dico “sarebbe” perché è noto che il termine tocai, per cervellotica decisione europea, è riservato all’Ungheria, e dunque in Italia gli si deve cambiar nome. Così in Friuli la varietà l’hanno chiamata friuliano e sui Colli Berici tai. A San Martino, sud del lago di Garda, è sconosciuto all’anagrafe. Non pervenuto. Così i produttori non sanno cosa scrivere in etichetta, nonostante dentro alle loro (poche) bottiglie ci sia vino fatto almeno all’ottanta per cento col tocai. Accidenti.
Ora la soluzione pare vicina, il nome sembra in arrivo. I produttori, una decina in tutto, della minuscola doc lombardo-veneta (è un fazzoletto di terra al confine tra Brescia e Verona) si sono messi d’accordo di chiedere al ministero che il vitigno destinato alla produzione del San Martino della Battaglia si chiami tukì o tuchì. “I vignaioli – mi racconta Luca Formentini, che è tra i migliori produttori della denominazione, nel podere Selva Capuzza - avevano a memoria d’uomo sempre chiamato questo vitigno tukì o tuchì, anche se il vino si chiamava Tocai. Il termine voleva significare piacevole tocco, piacevole cosa, piccola acidità, morbidezza”. 
“Oggi – dice la relazione inviata al ministero dai vignaioli - si ritiene non solo utile ma necessario e indispensabile riprendere il nome tukì o in subordine tuchì con il quale per generazioni è stato indicato quel vitigno che per necessità di nomenclatura ampelografica è indicato oggi come tocai friulano, riconoscendo l’identità unica di tale sinonimo, facendo in modo che diventi il nome del vitigno della do San Martino della Battaglia, permettendo infine a tutta la filiera di promuovere, scrivere e parlare di questo vino”.
Incrociamo le dita.
A proposito: a me piacerebbe di più tuchì, senza la kappa, ma capisco che per uno straniero sia più facile la pronuncia leggendo tukì.

2 commenti:

  • Stefano Menti says:
    31 agosto 2013 alle ore 12:28

    Sembre belle le riscoperte. Certo però che fare del doc per poi andare a pagare le certificazioni... io non lo farei.

  • Angelo Peretti says:
    2 settembre 2013 alle ore 09:43

    Stefano, io credo che fare doc sia affermare la territorialità come valore. Per me la doc è un bene collettivo che va salvaguardato. L'ho scritto più volte.

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