[Angelo Peretti]
Un piano strategico da 36 milioni di dollari australiani, più di 24 milioni di euro. Lo ha stilato la Winemakers’ Federation of Australia (Wfa) per riportare a profitto l’industria vinicola nazionale. Perché i grattacapi che hanno dall’altra parte del mondo sono parecchi. Pensare che per qualche tempo il modello australiano è stato citato ad esempio virtuoso. Del resto, il settore ha avuto una crescita vertiginosa, passando tra il 1991 e il 2007 da 400 a 1,2 milioni di litri. Poi, però, come ben dice il presidente della Wfa, Tony D'Aloisio, il vino australiano è stato colpito da una “perfect strom”, una “tempesta perfetta”, per una serie di concause: troppa uva, mutamenti della domanda, questioni fiscali, rapporti di cambio variati e via discorrendo. Adesso si corre ai ripari con un progetto strutturato, che mira allo sviluppo della domanda, con una previsione di crescita annua di profittabilità pari a 2 milioni di dollari australiani.
Del nuovo piano strategico della Wfa ne ho letto su Decanter. Sono varie le direttrici lungo le quali gli australiani del vino intendono investire. Per esempio, pensano di spendere 7,5 milioni (sempre dollari austrialiani) per lanciare iniziative legate al turismo enologico, 4,5 per un nuovo centro di informazione sulla cultura del cibo e del vino a Shanghai, 3 milioni per partecipare a fiere in giro per il mondo, 7 milioni per attività di ricerca e sviluppo.
Ora il piano è all’attenzione dei produttori. La consultazione durerà fino al 18 ottobre. Da novembre sarà attuativo. È la premessa di un nuovo boom australiano?
Se succederà, temo di sapere chi rischierà di farne le spese.

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