Rinunciare alle doc è un errore

4 settembre 2013
[Angelo Peretti]
"Non chiedete cosa può fare il vostro territorio per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro territorio!" Lo dice, parafrasando John Fitzgerald Kennedy, un vignaiolo altoaestino, Armin Kobler. E lo fa nell'ambito di un'acuta riflessione che ha dedicato al sistema italiano delle denominazioni d'origine del vino a cinquant'anni dalla definizione del primo quadro legislativo in materia. Una riflessione che mi pare centratissima, e che voglio riprendere qui sul mio InternetGourmet.
Armin, dicevo, è un vignaiolo sudtirolese. Anzi, è uno dei capi dei piccoli produttori della provincia di Bolzano, visto che ha - mi pare - il ruolo di vicepresidente dei Freie Weinbauern Südtirol (l'associazione dei vignaioli indipendenti dell'Alto Adige) e li rappresenta nel consiglio della Fivi (la federazione dei vignaioli indipendenti italiani). Ma Armin è anche un blogger, e il suo blog aziendale italo-tedesco è spesso fonte di interessanti riflessioni.
Nel suo intervento, come sempre bilingue, sui pregi e sui difetti del sistema delle doc, si schiera comunque a favore della denominazioni d'origine. È soprattutto sulla parte finale del suo scritto che vorrei riportare l'attenzione. "Una riforma del sistema - scrive - è sicuramente necessaria come anche rielaborazioni periodiche dei disciplinari e ciò mi pare che sia anche possibile. Un problema più arduo a risolvere sarà quello delle commissioni di degustazione, ma anche lì, volendo, si troverà sicuramente una soluzione. In ogni caso, secondo me, prevalgono tuttora in modo netto i vantaggi. Troppo presto si dimentica quanto siano state importanti le denominazioni per la valorizzazione delle zone e delle loro aziende. Per questo trovo incomprensibile che alcuni produttori declassino volontariamente e senza vera necessità il loro prodotto a IGT (Indicazione Geografica Tipica) o addirittura a vino da tavola. Alcuni si vantano perfino di questa decisione che dovrebbe sottolineare la loro 'libertà vignaiola' e approfittano della simpatia di quei critici che valutano l’individualità di un produttore al di sopra di ogni altra cosa. Però dovrebbero essere soprattutto i produttori top ad utilizzare le denominazioni in quanto così valorizzano una zona e non la lasciano completamente in mano alle cantine che producono grandi quantità di vini a qualità appena sufficiente. Secondo il detto modificato di JFK: 'Non chiedete cosa può fare il vostro territorio per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro territorio!'"
Ecco, sono totalmente d'accordo. Ho sempre sostenuto che la denominazione d'origine è un patrimonio collettivo. Rinunciare a gestire questo patrimonio è un errore. Soprattutto se ad abdicare è chi sa portare il territorio dentro alla bottiglia. Basta piagnistei, è ora di rimboccarsi le maniche.

3 commenti:

  • Percorso Primaro says:
    4 settembre 2013 alle ore 15:10

    Buongiorno Angelo, in linea di principio sarei d'accordo, ma la pratica quotidiana mi spinge a fare altre considerazioni.
    "Per colpa di qualcuno non si fa cedito a nessuno", questo è l'adagio che ancora trovo alla cassa in certi esercizi commerciali, e nella babele delle denominazioni mi pare sia azzeccato.
    Invece di limitare le licenze di imbottigliamento di aziende che imbottigliano tutte le DOC italiane, si preferisce far produrre quintali di carta e porre tasse su ogni fase della produzione. Certo che le Denominazioni sono un patrimonio, ci mancherebbe, ma i disciplinari, le ricerche storiche, gli ambiti geografici chi li ha scritti e delineati? Credo i produttori la loro parte nei decenni l'abbiano fatta abbondantemente...
    A presto

    Mirco

  • Stefano Menti says:
    4 settembre 2013 alle ore 18:25

    Anche se stimo molto Armin, sono pienamente d'accordo con Mirco.

  • gianpaolo paglia says:
    4 settembre 2013 alle ore 18:42

    Le DOC sono importanti certamente, ma andrebbero riformate. Per prima cosa sono troppe, alcune di esse sono state poco o mai rivendicate, istituite per fini politici, e a norma di legge sarebbero dovute sparire, ma non e' successo. Seconda cosa le DOC hanno problemi di rappresentativita'. I consorzi, oggi vere e proprie istituzioni, sono dominati per legge dai produttori piu' grandi, perche' il sistema di voto attribuisce voti in proporzione alla produzione. Vi sono quindi all'interno di essi spesso delle aziende che, pur prestigiose e funzionali alla denominazione, che non trovano rappresantanza o voce. Bisogna trovare il sistema di superare questo ostacolo, altrimenti si corre il rischio di far disamorare proprio le aziende migliori, a favore di chi fa i milioni di bottiglie, magari senza neanche avere un piede nel territorio. Ai non addetti ai lavori puo' sembrare poco rilevante, ma bisogna spiegare che oggi i consorzi hanno poteri molto importanti, come quello di bloccare parte della produzione in cantina, di chiudere l'albo dei vigneti (o riaprirlo), di sedere ai tavoli dove si discute la politica agricola di un territorio, di promozione, ecc. In piu', per coloro che hanno ottenuto dal ministero il famoso "erga omnes", hanno il potere di farsi pagare anche dai non soci. Insomma, poteri molto importanti, che chiedono di rivedere il meccanismo con il quale si forma la rappresentativita', perche' non solo di numeri vive e prospera una denominazione.

Posta un commento