[Angelo Peretti]
Che io sia tra i fautori dei confezionamenti "alternativi" (quelli seri) del vino, è noto, e che veda con estremo favore il tappo a vite e il bag-in-box altrettanto. E dunque non può che farmi piacere leggere sulla rubrica Terra&Gusto del sito dell'Ansa che finalmente il bag-in-box è stato - è proprio il caso di dirlo - "sdoganato". Nel senso che l'Organizzazione mondiale delle Dogane (Wco) ha deciso "di rivedere la definizione
doganale di vino sfuso, non considerando tale il prodotto confezionato
in contenitori da 2 a 10 litri". Che sono, appunto, soprattutto i bag-in-box.
Leggo anche che secondo Federico Castellucci, il direttore generale dell'Oiv, l'Organizzazione internazionale del vino, le esportazioni di vino sfuso sono notevolmente
cresciute negli ultimi anni e nel 2012 hanno raggiunto i 37 milioni di
ettolitri, cioè quasi il 40% del commercio globale di vino. "Da qui la
necessità di distinguere in maniera più puntuale il vero vino sfuso da
quello commercializzato in contenitori di capacità compresa tra i 2 e i
10 litri, ossia i cosiddetti bag in box".
Era ora. Perché mai il bag-in-box non doveva avere la dignità di essere considerato per quel che è, cioè una forma alternativa, ma efficacissima, di confezionamento del vino? Che sia un passo concreto lungo la strada che porti anche l'Italia a comprendere che non necessariamente sono il sughero o il vetro a garantire la qualità? Sarebbe ora.

esiste un libro o una giuda sull'uso del bag in box?