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[Angelo Peretti]
Magari, chissà, si finisce che si bevono anche le suggestioni, dentro a un vino. Solo che a me in genere fanno l'effetto contrario, e dunque ecco che mi trovo a tirare il freno dell'entusiasmo, a diventare circospetto, a incrementare la prudenza, perfino troppo a volte. Così è accaduto anche per una bottiglia d'un Chianti Classico che ho ricevuto in dono, quello di San Donatino. Perché non potevo far la finta di non sapere che quello oggi guidato da Maria Cristina Diaz è il podere che aveva voluto Léo Ferré, che per me - e ovviamente non solo per me - è tra i miti della canzone d'autore, e col mito bisogna andarci, appunto, prudenti, per evitare condizionamenti. Ma stavolta, condizionamenti o no, il vino mi è piaciuto, e lo dico apertamente, e lo testimonia il fatto che me ne sono servito più d'un bicchiere.
Il fatto è che questo Chianti trasuda appartenenza al sangiovese già dal colore, che è giustamente, saggiamente, benedettamente scarico e granato, alla faccia di certi vinoni neri come la pece che si son visti in giro troppe volte. E il profumo è quello terroso che mi piace. E la beva è succosa e chiama l'altro bicchiere. E c'è serena freschezza.
Leggo su Slow Wine queste parole, circa al Poggio ai Mori del 2009, e cioè circa il vino che ho avuto nel calice: "Ha carattere chiantigiano". Ecco, e aggiungo che è vino che vuole la compagnia e il cibo, e che non impressiona di primo acchito, ché non va sopra le righe, ma poi finisci in fretta la bottiglia, e questa è una gran bella prova provata che è buono.
Chianti Classico Poggio ai Mori 2009 San Donatino
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
[Angelo Peretti]
Capiamoci, e senza infingimenti (wow, che parola!): già affermare che si è esperti di vini tratti dalle uve di bellone mi pare un azzardo, e se poi ci si spinge a parlare di quel biotipo di bellone che nel Lazio chiamano arciprete bianco, be', mi pare che si esageri. Che ne dite? Eppure eccomi qui a dichiarare due cose: la prima è che dell'arciprete bianco non so nulla, la seconda che ho bevuto un vino fatto con quest'uva e mi è piaciuto parecchio.
Lo fa, questo vino tratto da un'uva parecchio rara, Marco Carpineti, che considero un genietto del per me ostico mondo vinoso laziale. A Carpineti, se un giorno l'incontrassi, potrei fare due domande. La prima è perché faccia così tanti vini. La seconda perché si ostini a fare anche dei vini strutturati e cioccioni, quando invece gli riescono così piacevoli quelli più snelli e scattanti. Come questo Collesanti della doc Cori. fa 14 gradi e non li senti, perché ha una freschezza davvero considerevole, quasi salina. E porge ricordi di resina di pino e di frutto giallo maturo e polposo e di spezia finissima.
Me lo sono goduto da Felice a Testaccio, a Roma, con il solito cacio e pepe spettacolare che fanno in quel ristorante.
Cori Bellone Collesanti 2011 Marco Carpineti
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

Mi piace l'Aleatico rosé

21 giugno 2013
[Angelo Peretti]
Che volete, già il fatto che venga dall'isola di Capraia mi stuzzica: del resto, un po' di suggestione non guasta. Dunque, se proprio mi dimenticassi di questo vino, basterebbe l'avvicinarsi dell'estate e la ricerca di seduzioni marine per farmelo tornare in testa. Perché questo - ammetto la mia debolezza - è uno dei vini rosati più seduttivi che conosca.
Si chiama Rosa della Piana e viene da uve di aleatico coltivate su un fazzoletto di terra vulcanica che un tempo era affidato alla cura dei detenuti ed oggi - dopo il recupero dall'abbandono - è condotta secondo le pratiche bio. Ha colore rosa corallo intenso e profumi di fragola, di ciliegia, di macchia mediterranea, di cappero. Aromaticissimo e polposo e succoso.
Certo, è un rosato "anomalo", con quel suo prorompente bouquet, ma mi piace un sacco, e non smetto, anno dopo anno, di stupirmi della sua esuberanza. Uno dei miei simboli della stagione calda.
Toscana Aleatico Rosa della Piana 2012 La Piana
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
[Angelo Peretti]
Mi è capitato di trovarmi una sera al Palatium, che è il ristorante enoteca del Lazio, dalle parti di piazza di Spagna, a Roma ovviamente, con l'imbarazzo di cosa scegliere dalla carta sterminata di vini regionali (confesso che non conosco la realtà produttiva laziale). Enrico, che stava al mio tavolo, usa l'iPhone e ha l'app di Slowine, e allora abbiamo guardato le "chiocciole" del Lazio e la prima abbiamo visto che è Carpineti. Dato che avevo aperta una pagina dei rossi e che c'era un rosso di Marco Carpineti, l'ho ordinato, e ho scelto anche una seconda bottiglia, pure rossa, dello stesso produttore. Due igt rossi del Lazio, il Dithyrambus 2009, che stando al prezzo (30 euro a listino) dovrebbe essere la portaerei aziendale, e il Tufaliccio 2011, che costa un po' meno della metà dell'altro. Leggo sul sito dell'azienda che il primo è fatto con uve di montepulciano e nero buono e l'altro con uve di montepulciano e sangiovese.
Appena versati, il Tufaliccio s'è presentato d'una freschezza piuttosto grintosa e graffiante, mentre il Dithyrambus appariva più tondo nel frutto, più sul velluto nell'approccio. Poi però...
Poi però il Tufaliccio ha gradualmente smussato le asperità, facendo largo a un fruttino piacevolissimo (la marasca soprattutto), alle erbe alpestri e ad una beva assai considerevole, per nulla impedita da una gradazione alcolica non piccola (14,5 gradi), che neppure s'avverte. Il Dithyrambus, invece, il frutto l'ha man mano come nascosto sotto l'intonazione boisée: la vena legnosa, insomma, s'è fatta avanti perentoria all'olfatto, mentre la bocca restava sul frutto. O non l'abbiamo capito, o non s'è spiegato lui: troppo giovane?
In ogni caso, la volta prossima che passo dal Palatium, assaggio il resto. Lo farò molto volentieri, e magari mi ribevo anche il Tufaliccio.
Lazio Rosso Tufaliccio 2011 Marco Carpineti
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Lazio Rosso Dithyrambus 2009 Marco Carpineti
Un faccino :-)
[Mario Plazio]
La Fattoria San Lorenzo è un'azienda particolare nella denominazione del Verdicchio. Sensazionali le riserve, invecchiate sulle fecce fini anche per dieci anni. Questo, il Vigna delle Oche, è più convenzionale anche se non manca di interesse. Dietro una iniziale chiusura dovuta probabilmente ad un eccesso di solforosa (per favore, produttori, non esagerate…) si rivela una notevole finezza agrumata, con note di mandarino e fieno. Il 2006 che ho bevuto è ancora molto giovane, con una materia non troppo concentrata che aiuta la beva. Più elegante che potente, e la cosa non mi dispiace.
Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Vigna delle Oche 2006 Fattoria San Lorenzo
un faccino e mezzo :-)
[Angelo Peretti]
Gli assaggi comparati di diverse annate dello stesso vino sono utili. Gli addetti ai lavori le chiamano verticali. In realtà, quella che ho potuto fare io è una mini-verticale: due sole annate, ché l'azienda è giovane e di quest'etichetta solo queste due uscite sono avvenute, epperò sufficienti a farmi capire che l'impostazione è stata cambiata, e quella nuova la preferisco di gran lunga. Sto parlando del Chianti Classico Riserva del Castello di Radda, cantina toscana acquisita nel 2003 nel patrimonio delle Agricole Gussalli Beretta (la famiglia è quella famosa per le armerie, in Val Trompia), che hanno anche Lo Sparviere, maison franciacortina, e un'altra cantina in Abruzzo. Ho potuto mettere nel bicchiere il 2007 e il 2009 (il 2008 non è stato prodotto) e la differenza è netta e sostanziale, in termini di approccio al territorio e al vino.
Ordunque, vediamoli.
Il Castello di Radda Riserva 2007 fu tribicchierato dalla guida del Gambero Rosso, edizione 2011, e non me ne stupisco. Fossi un americano me ne innamorerei. Denso, polposo di frutto, tannino setoso e rovere ben delineato. Perfetto nella matrice enologica. Ecco, il problema è che non sono un americano, e dunque non mi fa innamorare. Gli riconosco tutta la perfezione che ha, ma per uno come me quella perfezione rischia d'essere eccessiva, anche se va benissimo al mercato e alle guide.
Il castello di Radda Riserva 2009, da poco uscito, viaggia in tutt'altra direzione. Primo: s'avverte, netto, il sangiovese, e non è cosa di poco conto. Poi, il tannino è più graffiante, ma contribuisce a mettere in luce il lato rustico del vitigno, e per me è importante. Il frutto s'intreccia con vene officinali e terrose e floreali (fiori essiccati), e questo rincorrersi mi piace. Ma, soprattutto, mi piace la beva che ha, nonostante i quoi quattordici gradi e mezzo (dichiarati) di alcol. Lo trovo irresistibile.
Ovvio, non che il 2007 non dia appagamento a chi ama la modernità internazionale del vino, ma mi par chiaro che se potessi berne un'altra bottiglia e mi facessero scegliere, andrei senza esitazione sul 2009. Mi piace proprio quella sua matrice austera, che mi fa pensare al Chianti autentico, ma anche, perché no, alle Langhe baroliste, insomma, all'aristocrazia dei rossi italiani.