Visualizzazione post con etichetta VINI - ITALIA ISOLE. Mostra tutti i post
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[Angelo Peretti]
La prima volta che ebbi nel bicchiere il Duca Enrico fu una folgorazione. Accadde un bel po' di anni fa. Ricordo che ero al ristorante Vecchia Lugana, mito della gastronomia d'allora in riva al lago di Garda. Pierantonio Ambrosi, patron del locale, mi versò un bicchiere di quel rosso siciliano, di cui avevo letto grandi elogi, ma che non avevo ancora assaggiato. Ne rimasi affascinato, mi si aprì uno scenario di velluti e di fiori e di frutti morbidamente maturi. Lo rammento come fosse ora, uno di quei vini che ti si stampano nella memoria.
Tre o quattro anni fa comprai su eBay, da un'enoteca tedesca - pensa un po' - a prezzi più che accettabili (era una sorta di svendita) tre bottiglie di Duca Enrico di annate passate, ed erano un 1993, un '95 e un '96. Una sorta di mini verticale. Le ho stappate da poco. Hanno raccontato di un cambio di passo, nel vino e nell'enologia italiana, avvenuto a cavallo proprio di quelle annate, e quasi simbolicamente confermato, quel cambio, anche dalla diversa etichetta, esordendo la nuova, dal fondo grigio e non più avoriato, proprio con l'annata del '96 (e anche fino al '95 era un rosso "da tavola", mentre dal '96 è diventato un igt Sicilia).
Gli è che il '95 entusiasma per finezza, per eleganza, per uno stile che vorrei dire "classico", mentre il '96, più che apprezzabile comunque, sembra andare in un'altra direzione, quella della maggiore concentrazione, dello stile più orientato a quell'opulenza che è stata portata al successo dagli americani.
Aggiungo una nota riguardo al vitigno. Nessuno dei presenti ricordava quale fosse esattamente, né avevamo guide o manuali, né nella mia cantina c'è linea sufficiente per attivare gli smartphone. Ebbene, tutti noi - proprio tutti, ed eravamo un buon manipolo - per via di quella prugna tanto nitidamente espressa abbiamo pensato - lo confesso - al cabernet sauvignon, e ad un cabernet davvero in stile bordolese pre e post Parker. Invece ho poi visto che è nero d'Avola. E dunque abbiamo preso lucciole per lanterne. Il sito internet "dedicato" al Duca Enrico racconta così: "La nascita di questo Nero d'Avola, la cui prima vendemmia risale al 1984, ha rappresentato, per l'enologia, un vero e proprio punto di svolta. All'inizio degli anni '80, la Duca di Salaparuta maturato il proposito di studiare un nuovo prodotto, capace di raggiungere le più alte espressioni qualitative, decise di investire in ricerca e sperimentazione per individuare le zone ed i sistemi di coltivazione di viti e vitigni, e per sviluppare e affinare metodi di vinificazione che potessero condurre la Casa Vinicola al traguardo prefissato. Fu allora subito evidente che i migliori risultati venivano espressi dalle potenzialità del Nero d'Avola, principe di vini e vitigni siciliani, coltivato nella tradizionale forma ad alberello, in un territorio particolare: la piana di Gela". Ecco, prendo per buono questo testo, e passo a qualche breve nota aggiuntiva sulle tre bottiglie.
Duca Enrico 1993 Duca di Salaparuta
Poco s'è potuto capire, ché evidentemente il tappo non aveva tenuto e il vino era ormai in stato ossidativo, peggiorato poi via via nel bicchiere. In ogni caso, quel poco di frutto che s'è salvato a bottiglia appena aperta ti fa pensare che fosse un bel vino. Peccato.
Duca Enrico 1995 Duca di Salaparuta
Uno di quei rossi che bevi e che poi, a bottiglia finita, ti fanno venire nostalgia, e vorresti ritrovare prima o poi. Austero e mediterraneo. Frutto maturo e tannino ben saldo. Beva spettacolare, eleganza avvincente. Fiori secchi, spezie, capperi. Chiusura "acida" tipica dei grandi vini.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Duca Enrico 1996 Duca di Salaparuta
Più carico del predecessore già nel colore, e poi anche nel frutto e nella polpa. All'olfatto conferma l'eleganza della precedente annata. Il palato coglie invece una maggiore morbidezza, una più accentuata dolcezza di frutto. Lo stile appare diverso. Bel vino, ma preferisco il '95.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

Arcuria, rosato dell'Etna

25 giugno 2013
[Angelo Peretti]
Si chiama Arcuria. È un rosato siciliano. Viene da Passopisciaro, nel Catanese. Terreni lavici, pendici dell'Etna. Nerello mascalese l'uva d'origine. Lo produce l'azienda dei Calcagno, che fanno poche bottiglie in tutto. È l'ennesima riprova, questo rosato, di quanto sia magica quella montagna di roccia e di fuoco per chi fa il vino, e lo fa rispettando il terroir etneo.
L'ho bevuto, con altri vini in rosa, in una serata che ho allestito al ristorante Oseleta del Wine Relais Villa Cordevigo, ed io, come molti altri dei presenti, ne sono rimasto affascinato. Ha la schiettezza rocciosa (e la frutta succosa) d'un rosso del vulcano e la beva elegante e floreale d'un rosato mediterraneo, insieme. Non te ne stanchi, e al primo bicchiere fa seguito d'immediato il secondo, e la freschezza ti rinfranca passo passo, e chiama il cibo per compagno.
Davvero notevole: spero proprio di riberlo presto di nuovo.
Sicilia Rosato Arcuria 2012 Calcagno
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

Mi piace l'Aleatico rosé

21 giugno 2013
[Angelo Peretti]
Che volete, già il fatto che venga dall'isola di Capraia mi stuzzica: del resto, un po' di suggestione non guasta. Dunque, se proprio mi dimenticassi di questo vino, basterebbe l'avvicinarsi dell'estate e la ricerca di seduzioni marine per farmelo tornare in testa. Perché questo - ammetto la mia debolezza - è uno dei vini rosati più seduttivi che conosca.
Si chiama Rosa della Piana e viene da uve di aleatico coltivate su un fazzoletto di terra vulcanica che un tempo era affidato alla cura dei detenuti ed oggi - dopo il recupero dall'abbandono - è condotta secondo le pratiche bio. Ha colore rosa corallo intenso e profumi di fragola, di ciliegia, di macchia mediterranea, di cappero. Aromaticissimo e polposo e succoso.
Certo, è un rosato "anomalo", con quel suo prorompente bouquet, ma mi piace un sacco, e non smetto, anno dopo anno, di stupirmi della sua esuberanza. Uno dei miei simboli della stagione calda.
Toscana Aleatico Rosa della Piana 2012 La Piana
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
[Angelo Peretti]
L'unico problema è la mia ritrosia a chiamarlo rosato, perché è sì ben più scarico di colore rispetto ai rossi che si fanno da quelle parti, ma se lo confronto coi vini della mia terra bardolinista, be', i nostri rossi son quasi tutti meno colorati di questo vino rosato. Ma tant'è, il mondo dei rosati è un mistero immensamente vago, e le tinte vanno dal quasi rosso di certe espressioni del sud italiano e spagnolo al quasi bianco dei rosé provenzali. E dunque sia: prendiamo per buona la definizione di rosato per questo vino che viene da Faro Superiore, provincia di Messina, Sicilia. Lo fa l'azienda dei Bonavita. Realtà piccolina, ma di valore, votata al credo del "naturale". Sul loro sito dicono: "Nessun utilizzo di concimi chimici ma solo sovesci annuali di leguminose seminate in autunno, in modo da apportare sostanza organica naturale; nessun uso di erbicidi ed insetticidi, ma solo basse dosi di rame e zolfo per la difesa antiparassitaria". Ecco, "naturali", appunto.
Accanto al rosso, un Faro di spessore, fanno, credo quasi per sfizio, un rosato (tendente, come detto, al granato) dalla uve di nerello mascalese, nerello cappuccio e nocera. Fermenta in legno, ed ha struttura, epperò anche, insieme, buona beva, e in ogni caso sicuro carattere e salda trama. Del Faro (quello rosso, doc) conserva la spezia (la noce moscata, direi), la terrosità (terra nera, bagnata) e il frutto avvolgente (la mora di rovo, soprattutto, eppoi la ciliegia matura), ma aggiunge beva assai, accantonando la forza tannica.
Chi cercasse un rosato senza mezze misure, sappia che qui lo trova. Sappia anche che appena lo si versa nel calice se ne può restare sconcertati, come siamo rimasti noi che l'abbiamo bevuto alla serata rosatista che ho allestito al ristorante Oseleta del Wine Relais Villa Cordevigo di Cavaion: lo sconcerto nasce dal colore - appunto - e poi dall'impatto, che fa pensare magari, più che a un rosé, a certi terragni vini borgognoni. Poi ne bevi un altro sorso e il gioco è fatto: la bottiglia dura appena il tempo di un amen.
Bel vino.
Terre Siciliane Rosato 2012 Bonavita
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
[Angelo Peretti]
Primo: l'etichetta è tra le più belle che io abbia sin qui visto sopra a una bottiglia di vino rosato, il che è già un bel viatico all'assaggio. Secondo: devo a Franco Ziliani l'aver potuto tastare questo vino, ché, condividendo la medesima passione rosatista, me n'ha portata una bottiglia. Terzo: è un 2011, ed è in splendida forma, anche ora che s'avvicina primavera del 2013 e che dunque è passato ben più d'un anno dalla vendemmia, il che significa che anche in Italia oramai si fanno rosati che arrivano tranquillamente all'uscita della nuova annata e oltre, come accade di là in Francia.
Parlo dell'igt di Sicilia del 2011, appunto, che porta in entichetta il nome di Puetradolce ed è "imbottigliato all'origine da Flora Faro" ed è "prodotto da nerello mascalese coltivato sul versante nord dell'Etna". Da quanto leggo, Pietradolce è un progetto giovinetto, varato nel 2005, ma se tanto mi dà tanto, be', è nato con belle prospettive.
Ora, che sia vino di montagna e soprattutto di montagna vulcanica lo avverti fin da subito, dato che proprio subito, all'assaggio, ti si propongono nel bicchiere rustici toni terragni e freschezze montanare. Eppoi è tesissimo e asciutto, mica come certe sdolcinerie rosé che si trovano in giro oggidì - qui invece di dolce c'è solo il nome -, che c'è in giro troppa gente che fa rosé perché va di moda, e allora eccoli lì a far vini mezzosangue privi di costrutto, dato che non v'è né tradizione, né vocazione, e son sorretti solo da ampi residui zuccherini. Nossignori, qui di sdolcinatura non ve n'è traccia, ma anzi vi è robusta asciuttezza affilata e pietrosa e quasi, direi, tannicità finale, passata l'ondata salina che t'avviluppa come un'onda di mare. E c'è spezia tanta e fior di zagara essiccato e d'agrume candito che parlano di Sicilia. Quanto al colore, è quasi granato chiaro e per certi è d'impostazione transalpina, direi.
Sicilia Rosato 2011 Pietradolce
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

Oh, se c'è questo Nocera!

6 dicembre 2012
[Mauro Pasquali]
Cominciamo dal nome: Sicé significa, nelle intenzioni di Nicolas Gatti Russo, che il nocera c’è, nel senso che è viva e può dare vini interessanti. Il nocera è uva definita minore nel panorama della Sicilia orientale, sovrastata dai più diffusi nerello mascalese e nero d’Avola (quest’ultimo peraltro non tipico della zona ma allevato diffusamente complici le mode) e rivela una notevole potenzialità vinificata in purezza, come in questa bottiglia, una delle 2500 prodotte da un vigneto coltivato biologicamente a 500 metri d’altitudine. Dopo la fermentazione in acciaio e l’affinamento in botte grande, il risultato è un vino dal bel colore rubino dai riflessi porpora, un naso di piccoli frutti rossi e una piacevole beva succosa e aromatica. La speziatura, dovuta all’affinamento in legno, non è invadente e completa in modo equilibrato e armonico il vino. Prezzo della bottiglia: sui 15 euro in enoteca. Purtroppo ormai quasi introvabile.
Rosso Sicilia Nocera Sicé 2010 Tenuta Gatti
Due beati faccini :-) :-)
[Mauro Pasquali]
Spesso il catarratto, peraltro l’uva più diffusa in Sicilia, è snobbato e considerato adatto a produrre vini minori. Tuttavia questo vitigno può riservare piacevoli sorprese come in questo Pyrama 2009. La mineralità accompagnata da piacevoli sentori di frutta a polpa bianca aprono il naso a intriganti note di pietra focaia. La bocca è piena e complessa. L’azienda produce nel territorio di Piana degli Albanesi, a pochi chilometri da Palermo ma a ben 700 metri sul livello del mare e l’altitudine si fa sentire nell’equilibrio e nei profumi davvero piacevoli.
Solo catarratto, si diceva, per questa piccola azienda di soli due ettari condotti biologicamente da un gruppo di amici capitanati da Renata Colomba. Duemila bottiglie in tutto dell’annata 2009 ma, se vi capita di trovarne una, non fatevi sfuggire l’occasione di assaggiarla, investendo una cifra peraltro contenuta: lo trovate sui 12 euro in enoteca.
Pyrama Sicilia 2009 - Colomba
Due beati faccini :-) :-)

La Sardegna nel bicchiere

16 agosto 2012
[Mario Plazio]
Con il mio consueto gruppetto di agguerriti bevitori ho organizzato qualche tempo fa una degustazione di vini sardi. Le bottiglie non sono sempre facilissime da reperire, ma abbiamo cercato di mettere insieme qualche etichetta "alternativa" con dei rappresentanti della grande tradizione, come il Turriga di Argiolas. Ne è venuta fuori una serata divertente, varia e a tratti sorprendente. I vini di produttori biodinamici o prodotti senza uso di solforosa hanno riportato un andamento altalenante, alternando prestazioni eccellenti a risultati deludenti, come è logico sotto certi aspetti attendersi. Più scontata la prestazione del Turriga, piuttosto compiaciuto della sua perfezione formale, ma spesso incapace di grandi slanci.
Questi i vini che abbiamo assaggiato.
Panevino – Isola dei Nuraghi Perdacoddura 2005
Il miglior vino della serata. Nel bicchiere senti il Mediterraneo, la frutta in composta e il cacao. E poi fiori, piante spinose, fichi. Per chi è stato in Sardegna è come immergersi nella macchia mediterranea. È potente come ti aspetti, ma colpisce l’equilibrio e la mineralità. Al palato termina su aromi di tamarindo e menta secca. 93/100
Panevino – Isola dei Nuraghi Skistos 2004
Ancora un vino di Gianfranco Manca! Questa volta sembra più evoluto, già dal colore. Soprende per via del naso vissuto che odora di medicinale per poi evolvere verso il ginepro e il mirto. E’ rotondo, sferico senza però alcuna dolcezza. Viscerale e umorale, un vino cangiante e che non nasconde i tannini. 90/100
Sedilesu – Cannonau di Sardegna Mamuthone 2009
Aperto ed espressivo, colpisce per la finezza. Ampia la paletta aromatica che va dal pepe verde al macis, dal peperoncino alla ciliegia, dal mirto alle spezie. Rispetto ai precedenti rientra di più nei canoni di una maggiore formalità espressiva, senza per questo dare l’impressione di essere un vino tecnico. Non ha la lunghezza o la potenza di molti concorrenti, però mi è piaciuta la coerenza e la eleganza della beva. Nel finale diventa complesso ed esibisce anche fiori e ginepro, con un non so chè di ossidativo tutt’altro che fuori posto. 89/100
Panevino – Isola dei Nuraghi Ogu 2006
Pronto e maturo. Foglia di fico, molto mare nel bicchiere, iodio, cappuccino, tamarindo, capperi, lavanda. Sembra un ossimoro, ma è chiaramente ossidativo riuscendo a mantenere una finezza incredibile. È intrigante, inizia veramente alla grande, ma finisce per appesantirsi col passare dei minuti. L’ossidazione sembra consumare rapidamente il vino, ma nonostante questo e una evidente volatile, non mi è dispiaciuto affatto. 86/100
Giovanni Montisci – Cannonau di Sardegna Barrosu 2008
Vino chiaramente fuori dagli schemi. Tenue il colore, fine ed impalpabile al naso, etereo e speziato. È al palato che non mantiene quanto prometteva al naso, rivelandosi abbastanza prevedibile e di una lunghezza non al livello delle attese. È comunque ben fatto ed elegante e si fa bere. 85/100
Giovanni Montisci – Cannonau di Sardegna Barrosu Riserva 2008
Colore pallido e interessante. Dopo l’iniziale sentore di vaniglia, escono delle intriganti erbe montane, il tarassaco e la pera confit. Morbido e tannico, l’impatto dell’alcol lo limita nello sviluppo. Avrebbe potuto essere molto migliore se fosse stato più fine nella beva. È però un vino di carattere. 85/100
Argiolas – Isola dei Nuraghi Turriga 2002
Colore tra i più cupi, quasi nero. Goccia di pino, miele, pepe e salame. Moderno e costruito, ha tannini molto fitti. È l’immagine del vino da concorso, abbastanza scontato, con legno e tannini che ne inchiodano l’incedere. Ne risulta un vino corto, astringente e bloccato. 83/100
Sedilesu – Cannonau di Sardegna Ris. 2007
Piuttosto moderno, legno, cuoio, spezie e amaretto. Alcolico e tannico, da subito secca il palato e poi entra l’alcol. Potente, amaro e poco elegante. Potrebbe anche migliorare con gli anni, oggi è scomposto, nonostante l’evidente materia. 80/100
Argiolas – Isola dei Nuraghi Turriga 2004
Tappo netto. NC
Argiolas – Isola dei Nuraghi Turriga 2003
Denso, profuma di tartufo, cuoio e legno. Rivela una fattura moderna e formalmente ineccepibile. Al palato è aggressivo, funziona a scatti e domina una massa tannica fin troppo imponente. Probabilmente c’è un problema di tappo, non si sente al naso, ma la bocca è troppo invadente. NC
Cavazza - Colli Berici Tai Rosso 2003
Era il "pirata" della batteria, prodotto con tai rosso, equivalente del cannonau sardo. Purtroppo bottiglia viziata dal tappo. Sembrava interessante. NC
Ultima constatazione: 3 vini su 11 con problemi di tappo evidenti. Due di questi su bottiglie dal costo tutt'altro che proletario (Turriga). Io propongo ai poveri consumatori una class action verso i produttori. Non è accettabile che vengano venduti prodotti difettosi senza che nessuno faccia niente. Cominciamo a fare qualcosa?

Austere bollicine dell'Etna

2 dicembre 2011
[Angelo Peretti]
Questo qui è un pezzo che avrei dovuto proporre a Franco Ziliani per il suo Le Mille Bolle Blog, che narra solo di bollicine, e soprattutto di quelle fatte col metodo classico, con la presa di spuma in bottiglia. Invece no: me lo scrivo e me lo pubblico qui, su InternetGourmet, 'sto pezzo. Parlo di bolle sicule.
È andata in questa maniera. Arrivo a Catania che sono le sei passate del pomeriggio. Alloggio in centro, al Katane Palace Hotel (è un buon punto di riferimento, tenetene conto se dovete dormire in città: io ho trovato la stanza a un prezzo più che equilibrato, prenotando on line, e alla reception sono gentilissimi). Sono stanco e ho voglia di un aperitivo. Chiedo se nelle vicinanze ci sia un'enoteca, un wine bar o qualcosa del genere e mi dicono che se voglio fra pochi minuti in albergo comincia l'happy hour.
Non amo particolarmente gli happy hour, ma per stavolta vada: la stanchezza è tanta e l'idea di non muovermi mi stuzzica. Sul bancone del bar vedo, nel ghiaccio, alcune bottiglie di bianchi siciliani. Noto che ce n'è anche uno a marca Murgo - leggasi Barone Emanuele Scammacca del Murgo, con terre sull'Etna -, e dico al barman che ricordo che l'azienda fa anche bollicine. Lui, il barman, mi risponde che se voglio me le apre, apposta.
Non mi lascio sfuggire l'occasione e opto per il rosé. Ecco dunque il bicchiere (generosa porzione) del Murgo Brut Rosé Metodo Classico 2008, fatto con sole uve di nerello mascalese, autoctone. Lo provo: accidenti, è proprio buono. Soprattutto la bolla, è finissima, cremosa, vellutata, gestita benissimo. E i toni sono austeri, asciutti, diretti, per niente cedevoli a quelle sdolcinature che sono presenti in tanti italici rosati. C'è il fruttino rosso, croccante. E c'è un che di minerale, e d'altro canto le vigne - l'ho letto poi su internet - sono sopra i cinquecento metri d'altitudine sulle sabbie vulcaniche etnee. Lo vedrei bene in tavola, 'sto rosé siciliano con le bollicine.
Visto che in hotel c'è anche un ristorante, decido di cenare lì, in modo d'andare a letto presto. A tavola, chiedo l'altra bolla del Barone del Murgo, il Brut, sempre 2008, sboccatura luglio 2011 (l'ho letto sull'etichetta, dov'è lodevolmente scritto). Anch'esso è da solo nerello mascalese preso dalle vigne sull'Etna: blanc de noir, insomma. Giovane giovane, certo, e sono sicuro che gli farebbe bene un po' di sosta in bottiglia ancora, e comunque anche qui la bolla, pur più incisa che nel rosé, è interpretata piuttosto bene. E c'è una tensione notevole. Vino affilato, di bella personalità. Ancora asciuttissimo. Col ribes e la crosta di pane in sottofonfo. E nuovamente gli accenni minerali. Altro bel vino. Ed anche per questo mi viene l'aggettivo che ho usato per l'altro: è austero.
Ecco, le bollicine del Barone Scammacca del Murgo sono austere. Piacevolmente austere. Sì: austere bolle siciliane fatte sull'Etma con nerello mascalese. Da provare. Se mi ricapitasse di trovarle, le berrei di nuovo, e con convinzione.
Brut Metodo Classico 2008 Murgo
Due lieti faccini :-) :-)
Brut Rosé Metodo Classico 2008 Murgo
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)