[Angelo Peretti]
Serata a cena al ristorante. In tavola arrivano, in sequenza, un Valpolicella Superiore di un’aziendina premiata dalle guide, un Amarone “base” di un emergente (dico “base” perché ha anche un altro Amarone, che dovrebbe essere un cru o qualcosa del genere) e un Recioto della Valpolicella di una grossa realtà valpolicellese. Tutti e tre, per inciso, della zona Classica, quella storica. Ebbene, tutti e tre i vini sono segnati dal legno. Il primo, un 2010, asciuga, e man mano che passa il tempo, il vino si fa sempre più legnosetto - polvere di legno, segatura secca - nel calice. Il secondo, un 2009, il legno ce l’ha proprio impresso, e ne deriva un fastidioso finale amaro (nessuno gioco la battuta amaro-Amarone, per favore), e il fatto che sia giovane non è una giustificazione. Nel terzo, un 2006, il legno copre la dolcezza reciotista. Perché? Che senso ha? Io non sono riuscito a berli, nessuno dei tre, e - occhio - i produttori non erano di poco valore.
Capisco che i valpolicellesi guardano ben fuori Verona, ben fuori dall’Italia, perfino ben fuori dall’Europa continentale, ormai. Comprendo che chi è abituato a bere whisky non solo il legno non lo avverte come un problema, ma anzi lo ritiene magari un pregio, e dunque agli americani può piacere. Ma perché tutto questo legno a nascondere la bella ciliegia dei rossi della Valpolicella? Dov’è il territorio? Dov’è la classicità?
Domande probabilmente destinate a restare senza risposta. O meglio, la risposta è chiara: è il mercato, baby, che determina le scelte. Già.
[Angelo Peretti]
Al concorso agricolo generale di Parigi del 2013 gli hanno dato la medaglia d’argento, invece la guida Hachette gli ha assegnato il coup de coeur e le tre stelle, cioè il massimo dei massimi, e io sono d’accordo con la Hachette. Perché a me e a chi l’ha assaggiato insieme a me ha fatto gridare al miracolo. Un vino della Savoia. Bianco. Uno Chignin del 2012. Buono come raramente capita di trovare buono un bianco, teoricamente un piccolo bianco di una piccola appellation minore, che sa invece spiccare il volo e cantare la gioia di una tersa giornata d’aria e di luce in montagna. Albicocca, sale, mineralità, eleganza assoluta. Da bere, da ribere, da adorare.
Giusto per dire: on line si compra a 5,80 euro la bottiglia. Non è spettacolare anche questo?
Vin de Savoie Chignin 2012 Charles Gonnet
Tre lieti faccini ☺☺☺
[Angelo Peretti]
Sull’inserto domenicale del Sole 24 Ore di qualche settimana fa, ho letto - come sempre in ritardo - un’intervista di Stefano Brusadelli a Paolo Matthiae, “l’unico archeologo vivente che può vantarsi di avere scoperto un’intera civiltà”. È lui lo scopritore di Ebla. Straordinario. Ma la curiosità quell’intervista non me l’ha destata per via dell’archeologia. Semmai, è stata l’ultima delle risposte dell’archeologo che m’ha fatto riflettere. Dice questo: “L’archeologia è anche una grande scuola di tolleranza. Nel senso che ciò che è sempre più interessante in un reperto archeologico è la sua porzione di alterità da noi. Cioè quello che non ci somiglia, che ci appare non chiaro, non comprensibile. L’alterità diventa un valore. Come dovrebbe accadere anche nella vita di tutti i giorni”.
Parola sagge. Che si applicano - o si dovrebbero applicare -, certo, alla vita. E pure, nella vita del bevitore attento, al vino e alla sua conoscenza. Assaggiare vini d’ogni angolo di mondo e d’ogni stile - che sia artigianalissimo o perfino industriale poco importa - dovrebbe avere proprio quest’obiettivo, e cioè capire che quel vino è testimone d’una alterità - di un’altrui pensiero, di una maniera che altri hanno di vedere il mondo – che, come tale, mette per forza in discussione le nostre certezze, i nostri pregiudizi. Serve tanta umiltà per esercitare questa pratica, serve giocare le carte della curiosità e del dubbio e della disponibilità alla comprensione. Ma l’alterità, anche nei vini, è il grande valore da ricercare.
[Angelo Peretti]
Angelo Gaja ha ragione, il vero avversario dell'Italia del vino è la Spagna. Lo dice in un testo che ha inviato in questi giorni a vari blog, secondo una tecnica di viralità mediatica che ha messo in atto da tempo: un'ottima maniera di comunicare. Non riprendo tutto il suo testo, che potete trovare on line, per esempio su I Numeri del Vino o su altre "testate".
Dico solo, in sintesi, che Gaja racconta che la Spagna ci ha quasi raggiunti o forse addirittura superati come quantità di vino prodotto, e che è ormai il secondo esportatore mondiale, ma ad un prezzo medio per litro che "è meno della metà di  quello italiano, che non è affatto elevato". Dunque, "ne consegue che sui mercati esteri alle bottiglie di vino spagnolo viene spesso riconosciuto l’ottimo rapporto qualità-prezzo" e poi "anche per lo sfuso la Spagna è in grado di offrire i prezzi più bassi". E poi che magari gli spagnoli non hanno tutte le varietà autoctone di vigna che abbiamo noi, ma che comunque ne possiedono un bel po'. E magari la cucina spagnola non è così forte all'estero come quella italiana, ma negli ultimi tempi gli iberici sono andati forte anche lì, e si stanno aprendo locali da tapas dappertutto. E comunque hanno la seconda lingua più parlata al mondo. Insomma, begli avversari, mica solo nel calcio.
Gaja ha ragione, e noi ce lo dimentichiamo, o facciamo la fita di non saperlo neanche che son le "furie rosse" i nostri competitor. Che poi, ecco che abbiamo scoperto - aggiungo io - che gli spagnoli sono anche "furie rosa", dato che in quest'ultima manciata d'anni ha nno bruciato le tappe nella produzione di vini rosati, conquistando mercato su mercato.
Già già, bella rogna. Col vantaggio tutto loro che sanno fare sistema, sanno presentarsi compatti. Ahi ahi.
[Angelo Peretti]
Ci sono anche le bottiglie inutili. Sono quelle che mi capita di bere talvolta durante certi pranzi di lavoro, in ristoranti sparsi per l'Italia. Vini senz'anima, privi di identità, che scorrono via senza lasciare memoria di sé. Mi resta, alla fine, solo la rabbia d'aver ingurgitato calorie non necessarie, che dovrò smaltire tribolando con le scarpette da jogging. Era meglio bere acqua, ma non potevo mancare di rispetto a chi mi stava di fronte e il vino lo pagava.
M'è successo di nuovo in quest'ultima manciata di giorni con una bottiglia di Champagne in trattoria. Ricordo solo che aveva le bolle. Almeno quelle. Per il resto, nulla da segnalare. Inutile.
[Angelo Peretti]
Vero che alla fine c’è il faccino sorridente. Però la battuta fa parte delle quindici predizioni che il guru vinoso Robert Parker Jr. ha affidato a Twitter nei giorni scorsi, indicando le sue previsioni per l’evoluzione del mondo del vino nel 2014. E allora, faccino o non faccino, va presa sul serio. Si tratta di questo: “Wine bloggers will continue to complain about their failure to monetize their sites and earn respect”. Insomma: i blogger del vino anche nel 2014 continueranno a lagnarsi per il loro insuccesso nel monetizzare i loro siti e guadagnare rispetto”.
Insomma, a fare il wine blogger non ci si guadagnano né soldi, né autorevolezza. È dunque un triste destino quello di chi scrive di vino on line, sissignori. E non so dargli torto, al critico americano: a meno che uno si metta a far marchette, soldini dal web non se ne cavano, o quanto meno non ci si paga neppure il pieno di benzina della macchina per andare a una rassegna, a una degustazione, a vedere una cantina o una vigna. Già già: saremo anche in piena rivoluzione digitale, ma carmina non dant panem - le poesie non danno pane -, come dicevano un sacco di tempo fa. Corsi e ricorsi storici?
[Angelo Peretti]
A vederlo, con quel verme così lungo (ehm: il verme del cavatappi è la vite che si infila nel sughero), dà l'impressione di funzionare, però io non l'ho mai provato, e dunque non so testimoniare. Sta di fatto che a mio avviso è un gran bel cavatappi di design. Simpatico.
Sto parlando del cavatappi vulcano di Bugatti. Sì, vulcano, perché ha la forma di un vulcano - giallo - con sopra un pennacchio rosso. Da Bugatti, marca bresciana che fa prodotti per la tavola e la cucina, posate e piccoli elettrodomestici, ce ne sono vari di oggetti per la casa che hanno la sagoma del vulcano. Non ho capito chi sia il designer del cavatappi, se riuscite a farmelo sapere ne sono felice: forse però è Teseo Berghella, che firma altri prodotti della serie del vulcano.
Su Amazon italiana costa(va) 36 euro: per un po' è stato disponibile, per un po' no.
[Angelo Peretti]
Antichi oliveti, tecnologie moderne, produttori appassionati: l’olio è un tesoro. Già, ma è spagnolo. Lo dice la copertina di Wine Spectator. Attenzione: Wine Spectator, mica una rivista qualunque. Il magazine che traccia la strada del successo internazionale di un prodotto. Ecco, la copertina Wine Spectator l’ha dedicata all’“Olive Oil Spanish Treasur”, ossia all’olio d’oliva, tesoro spagnolo. “Spain turns olives into gold” titola l’amplissimo servizio interno, la Spagna trasforma le olive in oro. E poi l’occhiello: “Dopo essere stata a lungo un produttore all’ingrosso, la Spagna ora sta facendo alcuni dei migliori oli del mondo”. Dodici pagine con fotone scenografiche, olivi e tramonti romantici, mica scherzi.
Eccoci qui, noi italiani ce la tiriamo tanto predicando (a casa nostra) sull’eccellenza dell’extravergine tricolore, e gli spagnoli ci superano, mettendo a segno un colpo micidiale. La morale tiratela voi. O meglio, i produttori oleari taliani meditino un po’. E magari la piantino di dividersi in sterili baruffe da strapaese per guardare un po’ fuori dall’orticello di casa.
[Angelo Peretti]
Ha ragione Camilla Baresani: si beve (anche) per dimenticare. Dice: “Beviamo tutti anche per dimenticare, per tornare a uno stato d’innocenza interpretativa - sociale, enologica, artistica, letteraria -, alla purezza delle emozioni”. Lo dice su “Io Donna”, il magazine del Corriere della Sera, che leggo sempre con colpevole ritardo. Ma i pezzi di Camilla Baresani, anche tardivamente, me li gusto, come ghiottonerie letterarie. E aggiunge che è un po’ come accade per i libri: “A volte penso di saperne troppo, di avere perso lo sguardo edonistico del lettore non professionale, e cerco tramite il vino uno stato di fruttuosa spensieratezza, che mi aiuti a leggere senza l’intralcio di tutti quei retroscena che ho appreso in anni di studio e di lavoro”.
Ecco, sì, ha ragione. A me succede col vino, perché trent’anni di frequentazione delle cantine e delle degustazioni - già, col 2014 sono esattamente trent’anni dai primi balbettii enologici - fatico a tastare con quella spensieratezza che il vino richiederebbe. Però quella stessa voglia di spensieratezza mi spinge a bere (anche) per ricordare. Ricordare, intendo, il senso primo del vino, che è il racconto di persone e di vigne e di terre e di albe e di piogge e d’altro, e l’altro è la vita. Ricordare che senza umanità il vino è niente, una bevanda alcolica, nulla più.
Dimenticare, talvolta, aiuta a ricordare.
Grazie, Camilla.
[Angelo Peretti]
Mi è stato rinfacciato che durante la degustazione di undici Saint-Émilion degli anni Sessanta, che ho messo insieme qualche giorno fa, ho adoperato troppe volte l’aggettivo “spaziale”. Vero. Ma avrei potuto dire anche stellare, astrale, siderale, perché davvero eravamo in un’altra dimensione del tempo e dello spazio, lontani anni luce dal vino di oggi, su un pianeta diverso, in una differente galassia, lassù. Ecco, quest’eleganza, questa beva, quest’eterna giovinezza, chi le sa più mettere dentro a una bottiglia? Sono cambiate troppe cose. Il clima, probabilmente. La viticoltura, certamente. Sicuramente l’enologia. Viticoltura ed enologia sono diventate più pervasive, più determinanti sull’esito della vendemmia. Nel nome di un dio che si chiama mercato, che pretende di dettare le regole, che ti premia – almeno nel breve – se te ne fai servitore.
È incredibile pensare come invece quelle bottiglie cinquantenni siano ancora così straordinariamente giovani. Colori integri. Frutti succosi. Beva strepitosa.
Spaziali, sono bottiglie spaziali, se si pensa che cosa c’è in giro oggi. Oggi abbiamo vini perfetti enologicamente, pronti con immediatezza per rispondere al gusto planetario, globale. Dureranno nel tempo? E chi lo sa.
Intanto, io mi godo i Bordeaux di prima della parkerizzazione del gusto. E questa è stata una splendida degustazione. Qui sotto, in breve, i vini. Su qualcuno magari mi soffermerò più avanti con qualche altra riga di riflessione.
Ah: utilizzo stavolta, anziché i miei soliti faccini, una valutazione in centesimi, per poter stabilire qualche graduatoria di piacevolezza, ché altrimenti a quasi tutti i vini bevuti avrei dovuto tributare i tre lieti faccini, o quanto meno i due faccini e quasi tre.
Saint-Émilion Grand Cru Classé 1961 Château Yon-Figeac
L’eleganza storica dei Bordeaux, probabilmente insuperabile. Fiori, fruttini, grazia. 94
Saint-Émilion 1961 Château Cormen-Figeac
Magro, esile e ritroso. Tartufo, kerosene, terra. Non spicca il volo, ma si fa bere. 82
Saint-Émilion Grand Cru Classé 1962 Château Grand Barrail Lamarzelle Figeac
Impressionante brillantezza di colore. Grande naso. Frutto croccante, tannino saldo. 86
Saint-Émilion Grand Cru Classé 1964 Château Guadet-St. Julien
Ha tinta profonda, e profondità propone anche al palato. Strepitoso frutto. Applausi. 90
Saint-Émilion Grand Cru Classé 1964 Château L’Arrosée
Scattante, nervoso, croccante, slanciato. Un rosso fantastico, estremamente giovane. 96
Saint-Émilion Grand Cru 1966 Château Fombrauge
Velluto. Ecco, questo è velluto liquido. Il frutto avvince. Sotto, una vena di liquirizia. 97
Saint-Émilion Grand Cru Classé 1966 Château Larcis Ducasse
Rubino scuro. Mirtillo e fruttini rossi, immediati, al naso e al palato. Bel tannino. 90
Saint-Émilion Grand Cru Classé 1967 Château Balestard La Tonnelle
Amarena ed eucalipto, frutto e vena officinale, insieme. Eleganza. Infinita lunghezza. 95
Saint-Émilion Grand Cru Classé 1967 Château Canon La Gaffelliere
Frutto e spezia. Tabacco da pipa e fiori appassiti. Tamarindo e vaniglia. Complesso. 89
Saint-Émilion Grand Cru Classé 1969 Château Soutard
Floreale: lavanda, gelsomino. Oh, che profumi! Poi, cioccolato e beva e giovinezza. 95
Saint-Émilion Grand Cru Classé 1969 Château Villemaurine
Spezia e fiori secchi, amaretto e mentuccia, cedro e sassi bagnati. Gran bel bouquet. 90
[Angelo Peretti]
Prosecco è il nome di un’uva, e dunque la pretesa italiana ed europea di proteggere quel nome in esclusiva come un’indicazione geografica viene respinta. Questa, in estrema sintesi, la decisione dell’Australian Trade Marks Office Geographical Indication di fronte alla richiesta di registrazione del marchio Prosecco in Australia avanzata dall’Unione europea. Brutto colpo per i prosecchisti. Vero che adesso l’Unione europea può ricorrere contro la decisione australiana, ma se questa venisse confermata protrebbe uscirne un bel grattacapo per il Prosecco fuori dall’Europa. Perché il boom delle bollicine del Nord Est ormai ha portata mondiale, ma se il nome non venisse considerato un’esclusiva di un vino a denominazione italiano, be’, potrebbero aprirsi varchi verso la produzione di Prosecco in altri continenti. Come avviene, del resto, proprio in Australia.
Due passi indietro.
Il primo. Prosecco fino a qualche anno fa era davvero il nome di un’uva, e con quella ci si faceva un vino doc che si chiamava appunto Prosecco. Poi l’uva venne chiamata glera e l’area di produzione del Prosecco venne estesa dal Veneto al Friuli, perché in terra friulana c’è un paesino che si chiama Prosecco. Così adesso la doc Prosecco fa riferimento a una località - quella del paese di Prosecco, appunto - e non più a un’uva, che ora si chiama glera.
Il secondo. Tra l’Unione europea e l’Australia dal 1994 esiste un accordo – si chiama “Agreement between Australia and the European Community on Trade in Wine” – che stabilisce reciproche regole di tutela dei marchi vinicoli.
In base all’Agreement esistente, l’Unione europea, su richiesta italiana, ha domandato all’Australia di proteggere il nome Prosecco. Ma dagli australiani è arrivato un dettagliato “no”.
Nella sostanza, contro la domanda europea ha fatto ricorso - vincendolo - la Winemakers' Federation of Australia, un’organizzazione che riunisce i produttori australiani di vino, affermando che nel Wine Agreement del ’94 il termine "Prosecco" era riferito a una varietà di uva e che due cantine australiane (Dal Zotto e Brown Brothers) da anni hanno piantato vigne di prosecco (i primi impianti sono del ’97), producendo un vino che si chiama proprio Prosecco e commercializzandolo con quel nome in Australia, ma anche in Nuova Zelanda, Cina, Hong Kong e Indonesia. In più, nella King Valley, nello stato di Victoria, in Australia, c’è perfino una strada turistica intitolata a quel vino, la Road of Prosecco.
Obiezioni accolte. Adesso la palla passa agli europei, per il ricorso.
[Angelo Peretti]
Oh, cavolo, questa sì che è grossa: “nel 2014 verrà alla luce la frode di quell’indefinibile truffa dei vini chiamati “naturali” o “autentici” (la maggior parte dei vini seri non hanno additivi)”. Fermi, fermi: non è roba mia. La dice un nome che conta nel mondo del vino: Mr. Robert Parker Jr. Sì, proprio lui, l’uomo che ha rivoluzionato - nel bene o nel male, ciascuna ha la propria opinione – lo stile del vino a livello mondiale nell’ultimo quarto di secolo. Ora, che a usare toni così duri verso il fenomeno “naturalista” sia proprio Parker credo che finirà per rafforzare il partito bioqualcosa. Però che sia lui a dire’ste cose ha comunque un significato: vuol dire che il tema è sentito a livello internazionale.
Il vaticinio lo si legge sulla pagina Twitter di Robert Parker Jr. È lì che il super-critico americano ha reso note le sue quindici profezie su cosa accadrà nel mondo del vino nel 2014 che è appena iniziato. La previsione numero 3 è quella che riguarda i vini “naturali”. Per la cronaca, la prima è quella che prevede una maggior difficoltà nelle vendite delle ultime tre annate europee (dal 2011 al 2013) giudicate mediocri e nel contempo, invece, - lo si legge all'auspico numero 2 - ci sarà il successo delle “gloriose” vendemmie californiane del 2012 e 2013.
[Angelo Peretti]
Ci sono certi vini che incontrarli è come vedere un mistero che si disvela. Per esempio, il Rosso di Corte del ’90 di Corte Gardoni, il domaine che Gianni Piccoli ha fondato a Valeggio sul Mincio, a sud del Garda. Dico il nome francese – domaine – perché filo transalpina è la sua cultura enoica. Poi, questo è un taglio bordolese, e dunque anche le uve sono franzose. Ma è assolutamente, totalmente, inequivocabilmente (ci vuole ‘sta serie di avverbi, ci vuole) un rosso gardesano. Perché se non vedi dall’etichetta che ha tutti quegli anni, dici che è uno di quei rossi giovani, scattanti, nervosi, leggeri che fanno da queste parti. E invece, ecco qui, è in bottiglia da un sacco d’anni, eppure non tradisce il minimo cenno dell’età, nemmeno nel colore, che resta integro, rubino brillante. Chapeau, monsieur Piccoli.
Ma è solo il suo reggere il tempo che mi entusiasma di questo rosso da taglio bordolese fatto sulle morene valeggiane? Nossignori. È piuttosto il suo sapersi fare riferimento. Intendo riferimento di quel che potrebb’essere questa “mia” terra e ancora interamente non è. Terra vocata non a far vini concentrati e pieni e polputi – non lo è per nulla -, bensì a cercar l’eleganza, che assai raramente si regge sull’alcol, sul tannino, sulla concentrazione. E non m’importa nulla che si tratti, in questo caso, d’un taglio bordolese. Dico che qui, questo stato di grazia, è possibile arrivarci anche con la sola corvina. Piuttosto, è interessante sapere che il vino ha fatto un po’ di legno – che non s’avverte – e poi tanta bottiglia. Ecco, credo che il legno, in questo caso dei rossi gardesani, possa aiutare. Mica ad insaporire. Semmai a meglio esprimere le terre del luogo. Un po’ come là in Borgogna, o a Bordeaux, dove il legno c’è sempre, ma è bene che non se ne trovi memoria dentro al calice, se davvero il vino è degno di rappresentare il terroir.
Ecco, vini così, come questo Rosso di Corte del ’90, fanno pensare. Pardon: dovrebbero far pensare. Spero ci si pensi.

Mai provato l'ndurger?

5 gennaio 2014
[Angelo Peretti]
Lo so, verrò bandito dai convivi di Slow Food, dalla pagina Facebook dei Divoriani indefessi (esiste, esiste) e dalle accolite gourmand del pianeta, e per di più perderò decine e forse centinaia di lettori. Però, insomma, è andata così: dieci di sera, famiglia affamata. I miei figli hanno una pensata: si passa al McDrive e si compra qualcosa e si porta a casa. Approvato. Io mi faccio prendere un hamburger. Solo che poi, a casa, be', insomma, mangiare proprio un hamburger... E allora ho anch'io la mia pensata. Apro il frigo, tiro fuori l'immancabile 'nduja calabrese (per chi non lo sapesse, un salume spalmabile di guanciale e peperoncino) e ci spalmo il lato interno di uno dei mezzi panini morbidi dell'hamburger di McDondald's. Ordunque: ho inventato l'ndurger. E francamente non l'ho trovato niente male, ma proprio niente male. E il Soave che ci ho bevuto insieme (per la cronaca, I Tarai 2011 di Corte Moschina, piuttosto piacevole) ci stava alla grande.
Avvertenza per la multinazionale del panino veloce: se pensate di mettere a listino l'ndurger, il panino con hamburger e 'nduja, ho pieno titolo a riceverne le royalty, il pagamento dei diritti d'autore. Avviso ai naviganti: se vi va di provare, credetemi, può essere divertente, a una condizione, non essere gastrofighetti che si prendono troppo sul serio. E adesso mi aspetto improperi assortiti.
[Angelo Peretti]
Be', come regalo per un wine lover tradizionalista, un cavatappi con l'impugnatura in sughero può andare. Ammesso che il bevitore in questione non preferisca le capsule a vite - ma allora non sarebbe un tradizionalista, ça va sans dir -, che è poi il mio caso. Comunque, questo è carino: lo produce la Normann Copenhagen, azienda - leggo - fondata nel 1999 da Jan Andersen e Poul Madsen come un negozio di articoli da design. Poi i due si son messi a progettare da sé: prima creazione una lampada. Adesso ecco anche altri oggetti, tra cui quelli da vino.
Be', il loro cavatappi col manico in sughero lo potete trovare sull'e-shop di Monoqi: bisogna iscriversi, ma non si paga niente per farlo. Il prezzo è 20 euro, ma qualche tempo fa era in offerta a 8.
[Angelo Peretti]
Oggi è il mio compleanno, e dunque mi faccio un regalo. Questo: il ritorno del vinino. Lo ricordate il "mio" vinino? Il Manifesto per la piacevolezza dei vini da bere? Ecco, quello lì. E dico: se tutto va bene, presto mi regalo il primo Vinino Fun Festival. Fun, come divertente. Che suona un po' come fan, seguace. Il primo incontro per i seguaci del vinino che si vogliono divertire.
Ovvio, dovrò fare le cose in economia: mica ho alle spalle chissà quale potenza economica o finanziaria. Anzi, mi sa che dovrò proprio autotassarmi. Ma mi piacerebbe davvero realizzarla questa rimpatriata del vinino.
Attendo, ovviamente, candidature dei vinini da portare in degustazione, dei produttori da invitare. Chi mi offre suggerimenti? Chi si autocandida? Fatevi avanti.
L'appuntamento è per giugno: c'è tempo, ma mica così tanto come sembra, se si vogliono fare le cose in economia, ma comunque sufficientemente per bene.
Posso contarci? In fondo, è il mio compleanno, oggi.
A proposito: la fotina è di Enrico Lucarini.

Le uve sono tutte uguali

2 gennaio 2014
[Angelo Peretti]
Be', questa, mi dispiace, non posso proprio evitare di raccontarla. Ometto i riferimenti alla zona e al protagonista, ma credo sia ugualmente significativo per dire come vanno talvolta le cose nel mondo dell'italica spumantistica. Qualche giorno fa, appuntamento serale, come supporter un'azienda che fa vini con le bolle in una delle zone italiane "vocate" (si dice così, no?) appunto per le bolle.
Bene. Mi offrono un calice. Bevo. Ci sta. Mi presentano il produttore (o almeno io ho capito fosse tale, ma forse ho compreso male la presentazione). Due parole e poi, giusto per conversare, chiedo: "Ma le uve da dove vengono?" Lui, quasi scandalizzato: "Ma da xxx!" (xxx sta per la zona). Al che, io: "Sì, ovvio, se è un xxx le uve vengono dalla zona del xxx, ma da quale parte della zona del xxx? Il posto Tale non è la stessa cosa del posto Talaltro" (in luogo di Tale e Talaltro immaginate due noti comuni dell'area di produzione). Lui: "Le uve da noi sono tutte buone". Io: "Ah, be', sì, capisco". Esatto: ho capito.
[Angelo Peretti]
Eccoci qua, fine anno. Momento di riflessione, su quello che è stato, su quello che sarà. Riflessione anche per me, per il mio essere in qualche modo parte del grande circo del wine&food. Nulla di allarmante: non sono qui ad annunciare un nuovo stop alle pubblicazioni dopo quello di due anni e mezzo fa (qualcuno lo ricorda). Dico però che il mondo - anche quello del vino - non è più quello di prima, né potrà più esserlo, e dunque occorre cercare una nuova maniera di approcciare un contesto mutato.
Mauro Fermariello in marzo mi ha fatto uno dei più bei regali che io abbia mai ricevuto dacché mi occupo di vino. Introducendo una mia videointervista sul suo Winestories, mi ha presentato così: "Angelo ha un fare tranquillo, è un intellettuale del vino con basi rigorose, ma gli si legge dentro una vera passione, e un carattere impetuoso tenuto a freno dai modi sempre garbati". Ecco, non so se i miei modi siano davvero garbati - qualcuno sostiene il contrario -, però lo ammetto, a costo di sembrare presuntioso: mi sento un mezzo intellettuale, nell'approcciare il pianeta vino, e come tale so di apparire (e di essere) talvolta ingarbugliato e perfino criptico. Sono fatto così, e non posso rinunciare a pormi continuamente delle domande, e me le pongo a maggior ragione ora che tutto sta cambiando, anzi, che tutto è cambiato.
"Affari tuoi", si dirà. Be', sì, certo, affari miei. Ma a fine anno mi permetto di scriverlo, augurando a chi mi legge, ed anche a me, di trovare la strada giusta nel mondo che ci attende. Ah, e ovviamente un grazie a tutti coloro - sempre di più, per fortuna - che mi leggono.
Per intanto, sto lavorando a qualcosa di nuovo. Anche a un nuovo InternetGourmet. Prossimamente. Qui.

I miei vini dell'anno

30 dicembre 2013
[Angelo Peretti]
Fine anno, tempo di classifiche. Le fanno in tanti, e perché io non dovrei? E allora ecco la top 10 dei vini che ho bevuto nel 2013 che ci stiamo lasciando alle spalle. Scelte personalissime, ma se avrete la voglia - e in qualche caso la fortuna, visto che alcune annate non sono più in commercio - di provare queste bottiglie, be', penso che non ve ne pentirete. A me 'sti vini sono piaciuti. Tanto. Dunque, ecco la mia arbitraria, soggettiva, indipendente selezione.

Il Rosso 
Valpolicella Classico Superiore Sanperetto 2011 Mazzi
Mi ha sorpreso per l’eleganza, questo vino. L’ho definito il Valpolicella del futuro, del dopo Ripasso, perfino del dopo Amarone. Perfetta espressione della corvina fresca, fruttata, di grande beva, eppure anche di considerevole, austera complessità.

Il Bianco
Cinqueterre 2011 Forlini Cappellini
Il mare. Ecco, se si cerca un vino che esprima il mare, è questo qui. Sa di risacca, di alghe, di iodio, di vento che porta l'odore salmastro. Questo bianco è figlio del mare. Si può usare la parola capolavoro? Sì, in questo caso non ho dubbi che si può.

Il Rosé
Tavel La Dame Rousse 2012 Domaine de la Mordorée
Giù il cappello per uno dei più grandi rosé del mondo. Ne ho la conferma annata dopo annata, e il 2012 è ancora una volta splendido. Fiori, frutti, spezia raffinata. Da bere ora e nei prossimi cinque anni. Perché questo è un rosé che regge il tempo.

Il Vinino
Vigneti delle Dolomiti Schiava Nera 2008 Gino Pedrotti
La mia idea del vinino è quella di un vino semplice ma per nulla banale, capace anzi di esprimere insieme beva e territorio. Ecco, la Schiava Nera di Gino Pedrotti è esattamente questo. Un 2008, alla faccia di chi pensa che il vinino sia piccolo.

Il Rosso d’Antan
Graves 1978 Château Carbonnieux
Chi mi segue da più tempo lo sa: adoro i vecchi Bordeuax. Per esempio, ho avuto la fortuna di comprare un po' di bottiglie del '78 di Château Carbonnieux. Be', che dire, se non che si beve che è un piacere. Delicato, sottile, pulito, fresco, succoso.

Il Bianco d’Antan
Savennières-Coulée de Serrant Clos de la Coulée de Serrant 1976 Nicolas Joly
Signori, giù il cappello: ecco la Coulée de Serrant del '76. Si presenta ancora giovincella, e anzi quasi ritrosa a concedersi, aprendosi pian piano, con lentezza assoluta ma imperiosa, verso suggestioni sempre più intriganti e sinuose.

Le Bolle
Champagne Nec Plus Ultra 1995 Bruno Paillard
Paillard mi dice: "Ha un equilibrio un po' più perfetto del '96", e questo comparativo d'un superlativo rende l'idea di quanto valga questo vino. Sono d'accordo: vino splendido, ed esagero anch'io col super-superlativo, e dico splendidissimo.

Il Frizzante
Lambrusco di Sorbara Leclisse 2011 Gianfranco Paltrinieri
Mi piacciono i vinini e mi piacciono i vini con le bolle. Coniugare le passioni, l'ammetto, non è facilissimo. Epperò a volte ci si riesce, e allora si ha nel bicchiere il vino perfetto. Ecco, Leclisse 2011 è il vino perfetto. Bevetevelo (a secchiate).

Il Naturale
Vino Rosso 2011 Cascina Tavijn
Un rosso col tappo a corona. Ho contattato Nadia Verrua, la produttrice, e ho saputo che è una prova di Ruché 2011 senza solforosa. Appena petillant, ruvidamente tannico, morbidamente fruttuoso. Da bere con gusto spensierato.

Il Vino Dolce
Moscato d’Asti 2012 Paolo Saracco
Oh, tra i miei vini top non poteva mancare il Moscato di Paolo Saracco, che per me è una specie di ossessione. Questo 2012 lo adoro. L’ho bevuto parecchie volte in estate. Come aperitivo, sissignori. E poi in autunno coi dolci di frutta secca.

Una trattoria vintage a Roma

29 dicembre 2013
[Angelo Peretti]
Questo posto l'ho trovato su Tripadvisor. Anzi, me l'ha trovato mia figlia, ché stavo a Roma, era tardi, avevo fame ed ero vicino alla stazione Termini e cercavo un posto da quelle parti dove mangiare. Allora lei ha guardato su Tripadvisor e ha visto che lì vicino, in via Vicenza, traversa di via Marsala, pochi passi da Termini, aveva valutazioni alte la trattoria Dell'Omo, e così ci sono andato. In verità, ci sono passato davanti e non me ne sono neppure accorto, perché insegna e ingresso non sono certo appariscenti. Non lo è nemmeno l'interno, anzi: spoglie tovaglie bianche, fiori di plastica dappertutto, arredo che tradisce i cinquant'anni d'onorato servizio, casse di acqua minerale per terra. Scrive un frequentatore di Tripadvisor: "Devo dire che se una pers deve valutarlo da fuori non entrerebbe..." Esatto. Però poi ti siedi e vieni accolto in maniera familiare (ti danno immediatamente del tu) e magari ti capita di trovare - com'è capitato a me - dei peperoni ripieni (ripieni "di vitella", come dicono a Roma) che sono sostanziosi, sapidi, rusticamente ghiotti, e cominci a stare bene, e capisci che stai facendo un tuffo indietro nel tempo, in una trattoria ferma dov'era quando la sua storia è iniziata, con una cucina che sa di casa, di pranzo festivo, di famiglia. "Una cucina casareccia autentica" la definisce un altro recensore di Tripadvisor. Porzioni abbondanti, aggiungo, com'è tipico delle trattorie di una volta. Magari la volta prossima - conto di tornarci - invece dei tonnarelli cacio e pepe, un po' semplicini, ordino la carbonara, di cui ho letto un gran bene.
A proposito: un primo e un secondo vanno sulla ventina di euro.
Trattoria Dell'Omo - via Vicenza, 18 - Roma - tel. 06 490411