[Angelo Peretti]
Ambra e Franco Tiraboschi sono i titolari di Cà Lojera, a mio avviso uno dei simboli del Lugana. Qualche giorno fa, Ambra mi ha inviato la newsletter che indirizza ai clienti: l'ha fatto perché vi si citava un articolo di InternetGourmet di qualche settimana fa, quello in cui dicevo che oggi per il mondo del vino è probabilmente un po' come per il jazz negli anni Cinquanta, quando nasceva qualcosa di totalmente nuovo. Però sulla newsletter ci ho trovato qualcosa di meglio. Questo annuncio: "A testimonianza di un progetto che ci accompagna dall'inizio di Ca' Lojera apriamo ora la vendita del nostro Lugana Superiore 2002. Recenti degustazioni fatte in azienda e fuori lo descrivono all'inizio di una giovane maturità".
Avete letto bene: a Cà Lojera rimettono in vendita un Lugana del 2002, ed è una notizia. Solo loro se lo possono permettere. Perché in cantina hanno, dormienti, bottiglie luganiste a partire dal '99. È rarissimo che un'azienda italiana possieda un così ampio archivio storico dei propri vini, e ancora più raro è che si tratti di vini bianchi. Ma alcuni bianchi possono sfidare il tempo tranquillamente, e il Lugana è uno di questi.
Sono stato a Cà Lojera e ho stappato, dunque, questo Lugana Superiore più che decenne.
Colore giallo lievissimamente tendente al dorato. Naso austero, che si apre lentamente sul frutto e sulla spezia dolce. Bocca fresca, a tratti quasi salata. Frutta tropicale, ananas, papaja. Ancora spezia. Leggerissima la traccia di idrocarburi.
Una bella espressione del connubio fra il trebbiano e le argille luganiste. Ancora in grande forma.
Ambra mi dice che dopo aver spedito la newsletter è arrivato, immediatamente, un ordine di sessanta bottiglie dal Giappone. In Italia, invece, non si è ancora mosso nulla. Non mi stupisce. Qui da noi un bianco di undici vendemmie sembra quasi un'eresia. Ma dico allora: evviva il bianco eretico.
Lugana Superiore 2002 Cà Lojera
Due lieti faccini e quasi tre :) :-)
[Angelo Peretti]
Visto oggi su Facebook, la pagina è quella di Pier Paolo Antolini, produttore di Marano di Valpolicella. Dice: "Si! Dal prossimo anno per la nuova annata di Valpolicella useremo il tappo a vite (stelvin) cosa ne pensate?" Per chi mi legge con maggiore frequenza è quasi inutile che io dica quel che ne penso: bravi, era ora! Credo che la capsula a vite - lo screwcap dice chi mastica l'inglese - sia un'ottima soluzione almeno per due motivi. Il primo è che si elimina il problema dell'odore di tappo, o comunque le molte aberrazioni che derivano dal sughero, soprattutto quello ricomposto. Il secondo è che se non si finisce la bottiglia, basta riavvitare e per un paio di giorni il vino resta integro, e non mi pare una cosa da poco.
Insomma, il fronte della capsula a vite si allarga, anche tra i piccoli produttori. Resta il fatto che i commenti degli italiani e degli stranieri sono molto differenti. Ne prendo, a titolo d'esempio, due dalla pagina di Pier Paolo.
Un italiano: "Dal punto di vista del risultato... Credo garantirà un'ottima chiusura... Perde però un po' di romanticismo... Il gesto antico dello stappare... E quasi per me un momento religioso..."
Uno straniero: "no problems with bad corks and easy to save the bottle till next day. Many exellent wines have screw cups and it does not make a less god wine. It's mostly tradition" (credo di non dover tradurre).
Ecco, qui da noi, in Italia, viviamo di tradizione. Anche quella più deteriore. Poi non stupiamoci se arretriamo giorno dopo giorno. 
[Angelo Peretti]
Il nome è “Les Gouttes de Dieu”. È un manga, sì, un racconto a fumetti. Giapponese. Con edizione francese. Il vino ci fa la parte del leone. È scritto da Tadashi Agi e disegnato da Shu Okimoto. Lo pubblicano in Giappone dal novembre del 2004: mi pare sia un allegato del giornale Weekly Morning, o qualcosa del genere. Ogni tanto in copertina compare qualche bottiglia con tanto di etichetta in bella vista. Sul numero 26 ci sono tre fanciulle in rosso che sfoggiano una boccia di Champagne Salon. Ecco, su La Revue du Vin de France leggo che questa copertina è uno dei tanti segni del successo che i marchi Salon e Delamotte, tutt’e due nella gamma della Laurent-Perrier, stanno raccogliendo in Giappone. Che è diventato il primo mercato di riferimento del gruppo champagnista: è lì, nel paese del sol levante, che si concentra il 25 per cento delle vendite totali di Salon e Delamotte. Accidenti, è tanto. E il trend di crescita è ancora impressionante: nel 2013 c’è stata un’altra impennata del 20 per cento. Non credo sia solo merito di un fumetto, ma ad ogni modo - ammettiamolo - i francesi son proprio bravi a fare marketing dei loro vini.


[Angelo Peretti]
L'appuntamento è per il 25 e 26 gennaio. Sono le date dell'Anteprima dell'annata 2010 dell'Amarone della Valpolicella. Le ha rese note il Consorzio di tutela valpolicellese. L'appuntamento è a Verona: confermata la sede, il palazzo della Gran Guardia, in piazza Brà, di fronte all'Arena. Sono cinquantacinque le aziende che proporranno i loro vini. È ovvio che qualche Amarone sarà già in bottiglia (qualcuno è addirittura in commercio), mentre altri saranno ancora in botte, ben lontani dal momento di passare all'imbottigliamento. Mica facile, per chi assaggia, districarsi tra vini in vetro e vini in vasca: vanno tastati tenendo conto di parametri ben diversi, chiaro, ma non è da tutti farlo, ché serve notevole esperienza, e spesso non basta neppure quella. Tra i partecipanti, alcuni nomi famosi del panorama amaronista, come, per fare qualche esempio, Stefano Accordini, Bertani, Corte Sant'Alda, Guerrieri Rizzardi, Viviani e altri ancora, accanto alle grandi cooperative (Negrar, Valpantena, Soave) ed a piccole realtà che si affacciano sul mercato. Mancano - ed era scontato - i brand delle Famiglie dell'Amarone, assenti da quando si è costituito il gruppo (quelli che partecipavano, intendo, perché alcuni non hanno mai aderito all'Anteprima). Mai stati presenti big come Quintarelli e Romano Dal Forno. C'è invece l'azienda del presidente dei Vignaioli indipendenti della Valpolicella, Cà La Bionda. Come sia l'annata non lo so, e mi riservo di farmi un'idea ai banchi di degustazione.
Qui sotto l'elenco delle aziende che partecipano all'Anteprima.
Stefano Accordini
Albino Armani
Benedetti Corte Antica
Cav. G.B. Bertani
Bolla
Bottega
Buglioni
Cà dei Frati
Cà La Bionda
Cà Rugate
Cantina di Soave
Cantina Valpantena
Cantina Valpolicella Negrar
Cesari
Corte Adami
Corte Archi
Corte Figaretto
Corte Rugolin
Corte Sant’Alda
Valentina Cubi
Giulietta Dal Bosco
Falezze
Gino Fasoli
Flatio
Gamba
Guerrieri Rizzardi
La Collina dei Ciliegi
La Dama
Latium
Le Bignele
Le Marognole
Manara
Massimago
Monte del Frà
Monte Zovo
Montecariano
Monteci
Giacomo Montresor
Novaia
Pasqua
San Cassiano
San Felice
Santa Sofia
Santi
Sartori
Scriani
Secondo Marco
Tenuta Chiccheri
Tenuta Vignega
Terre di Leone
Tezza
Tinazzi
Viviani
Pietro Zanoni
Zonin
[Angelo Peretti]
Les Vins de Vienne è il marchio, l'insegna, il logo sotto il quale si celano tre celebri vigneron della Rhône: Cuilleron, Villard e Gaillard. Ho comprato on line un loro bianco, un Saint-Peray. Per curiosità. È fatto - leggo in etichetta - con uva di marsanne nata sui terreni granitici e argillo-calcarei dell’Ardèche. Naso minerale e senapato e poi, con l'aprirsi, graduale, eccolo su toni floreali, di fiori essiccati. Bocca fitta, asciuttissima, ma anche fresca, piacevole. Vino di carattere, che magari avrei potuto far profittevolmente affinare anche un po' in cantina. Pagato on line 13,50 euro.
Saint-Peray 2011 Les Vins de Vienne
Due lieti faccini :-) :-)

L'Inflorescence, che bolla!

7 dicembre 2013
[Angelo Peretti]
Yummy, che buona questa bolla champagnista! Ottenuta - da quanto ho capito leggendo qui e là - da una piccola parcella piantata a pinot noir, l'Inflorescence di Cèdric Bouchard me lo sono bevuta con grande piacere, accompagnandola a un delicato piatto marinaro. A dire il vero, al primissimo impatto son rimasto un po' così, ché mi sembrava dolcino questo Champagne. Ma è stata giusto questione di un attimo - un attimo solo -, ché mi sono subito avveduto che era invece il frutto maturo e polposo che mi dava quest'impressione: frutta gialla, pesca, e poi tanti agrumi, dall'arancia rossa al mandarino al kumquat. E una freschezza salina che allunga la beva e fa in modo che al primo bicchiere ne segua subito un secondo e poi un terzo. Un vino appagante.
Champagne Blanc de Noirs Brut Inflorescence Cédric Bouchard
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

Maledette spugnette

6 dicembre 2013
[Angelo Peretti]
Mi ha sempre fatto abbastanza schifo vedere in certi locali pubblici che passano la spugnetta sul tavolino sporco quando sbarazzano il posto dopo che se n'è andato l'avventore precedente. Non so da dove nascesse (e nasca) il mio ribrezzo. Sta di fatto che quel passaggio di spugnetta m'ha sempre messo a disagio. Ed ora capisco che ce n'era motivo.
Lo comprendo leggendo un numero di Bargiornale di qualche mese fa. L'articolo che m'ha colpito, a firma di Riccardo Oldani, titolava: "Come evitare problemi coi Nas" e dava una serie di consigli pratici - roba di buon senso - sull'attuazione delle norme sulla sicurezza e sulla pulizia (la cosiddetta normativa Haccp). Diceva a un certo punto: "Attenzione alle spugnette che possono diventare ricettacoli di microrganismi patogeni. Vanno cambiate spesso, fatte asciugare e non tenute umide e vanno lavate, in lavastoviglie, con frequenza". Ma troppo spesso non pare proprio, a me avventore, che queste regolette di buona salute (la mia) vengano rispettate. Maledette spugnette: invece di pulirmi il posto, me lo riempiono di batteri. Ma la spugnetta, in sé, colpa non ha. Quel che difetta troppo spesso è la professionalità.
[Angelo Peretti]
Non è facile, quando si ha a che fare con i rossi da appassimento. Intendo vini, non passiti. Tipo l'Amarone. O lo Sfursat. Non è facile perché hai l'alcol e l'opulenza del frutto surmaturo che tendono a prendere il sopravvento, e dunque devi concentrarti su altri aspetti, e sono la freschezza, essenziale, e anche la finezza, che va però interpretata, come concetto, alla luce di quella diversità d'interpretazione che è tipica, appunto, dei rossi tratti da uve appassite. Insomma, devi trovare un equilibrio che corre lungo la lama del rasoio. Una sfida.
Ecco, fare vini da appassimento è sfidante, e ancora di più - permettetemelo - se lo fai in territori di viticoltura estrema, come è la Valtellina. Lì c'è un uomo, Casimiro Maule, che ha reinventato una tradizione, e l'ha portata a notorietà nazionale e internazionale. Lui è il direttore ed enologo della Nino Negri, che fa parte della galassia del Gruppo Italiano Vini. E fa lo Sfursat 5 Stelle. Rosso celebre e discusso, come fanno discutere sempre i vini che hanno personalità.
Ho avuto la possibilità di mettere nel bicchiere una mini verticale di questo strapremiato Sfursat valtellinese, fatto con l'uva chiavennasca, come chiamano il nebbiolo da quelle parti. Tre annate, dal 2004 al 2006. Tre vini che mi hanno costretto a riflettere, a concentrarmi. Ecco, è quel che dicevo qui sopra: questione di personalità, e qui ce n'è.
Sfursat 5 Stelle 2006 Nino Negri
Terra bagnata, china, tamarindo, noci. Escono man mano, lentissimi, e accompagnano un frutto che gioca a rimpiattino. Il vino chiede pazienza, occorre aspettarlo nel calice, ti sembra quasi una sfinge. E finisce che ti dispiace averlo aperto, perché comprendi che è troppo presto, che l'attesa non è solo quella che ti richiede ora, mentre lo annusi e lo tasti e aspetti che evolva. Percepisci, intendo, che dovresti averne altre bottiglie in cantina, e aprirle magari fra cinque o dieci anni, ché è un rosso che promette tanto.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Sfursat 5 Stelle 2005 Nino Negri
Confesso, non l'ho capito. Da dove nasce tutto quel calore? Quella morbidezza così - come dire - sfrontata? Frutta appassita, fruttini sotto spirito, amarene, composta di bacche rosse. Oh, sì, frutto ce n'è tanto, ed è frutto davvero stramaturo, e chi ama l'opulenza ci va a nozze. Ma io vado in crisi, quando nel calice ho vini di questo genere. Mi distrae, quella rotondità marcata.
Due faccini :-) :-)
Sfursat 5 Stelle 2004 Nino Negri
Ecco, questo è uno di quei vini che lasciano il segno. Quando dico che si può conciliare l'appassimento con l'eleganza, la complessità con la finezza, la ricchezza con la snellezza, be', penso a vini come questo. Spezie, terra, fiori appassiti, frutto: c'è un mondo di aromi che si raccoglie dentro al calice. Ma soprattutto c'è straordinario equilibrio. E scatto nervoso. E sale. Ed ha una bella vita ancora davanti a sé. Grande vino.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
[Angelo Peretti] 
Vabbé, sarà che c'è la crisi economica e che è pressoché planetaria, però le barriere stanno davvero crollando, e in giro per il mondo non ci si vergogna più a dire che un vino poco caro può piacere ed essere proprio buono. Ieri rammentavo di un articolo di Harpers che spiegava questo concetto. Ora ecco che, passando dall'Inghilterra all'America, ho trovato un pezzo di Wine Enthusiast che dice la stessa cosa: l'articolo è di Paul Gregutt e titola "I miti del vino smascherati". Spiega: "Succede a tutti, anche quelli di noi che assaggiano vini da una vita. Certi luoghi comuni - sbagliati - sul vino finiscono per diventare verità indiscusse. E una volta che si solidificano in credenze, ecco che diventano inevitabilmente degli steccati che condizionano la capacità di chiunque di ampliare la propria capacità di conoscere ed esplorare il vino. Non c'è assolutamente niente di male a preferire certe uve, certi produttori, certe regioni. Ma limitarti ai soli vini che si sa che ti piacciono, ti chiude la porta verso la scoperta di quel vasto territorio inesplorato che è occupato da tutti i vini di cui non sai nulla. Non lasciare che i tuoi pregiudizi nascosti ti rinchiudano dentro a uno steccato!"
Ecco, e di pregiudizi ce n'è più d'uno. Gregutt ne cita una decina, e lascio che chi è interessato vada a scoprirli leggendo il pezzo originale. Però mi piace sottolineare il primo, proprio il numero uno. Il pregiudizio dei pregiudizi è che "i vini costosi sono i vini migliori". "Certo - dice Gregutt -, questo è spesso vero. Ma a differenza di altre tipologie di acquisti, i prezzi del vino sono influenzati da fattori diversi dalla qualità. La location, l'immagine, i punteggi delle guide, la celebrità possono far lievitare i prezzi senza che vi sia effettiva pertinenza con la qualità. Il rovescio della medaglia è che certi vini che provengono da vitigni, da luoghi e da produttori meno conosciuti - soprattutto tra i vini importati - possono sorprendentemente proporsi di impressionante qualità per il vostro budget ridotto all'osso". Sissignori, la penso anch'io così (e dico, "viva il vinino").
[Angelo Peretti]
Ecco, ci siamo. Se ne accorgono anche all’estero. L’era del vinone non è ancora finita, certo, ma il cambiamento è in atto e il vinino, la sua naturale antitesi, torna a piacere. Lo dico dopo aver letto un bell’articolo di Carol Emmas su Harpers, Regno Unito. Titolo: “Why I sometimes prefer cheap wine”, ossia “Perché a volte preferisco il vino più a buon mercato”. Dice: “Io preferisco il vino a buon mercato. Eccoci qua, l’ho detto. È come se fossi a testa bassa a mormorare parole di vergogna in un confessionale”. Già, perché ancora oggi sembra una bestemmia dire che invece dei vini più strutturati, potenti, palestrati e costosi si preferiscono i vini più snelli, diretti, immediati ed economici. E invece, signori miei, quelli che chiamo i vinini, ossia i vini semplici ma per nulla banali, ecco che sono qui che rimettono fuori la testa, dopo la collettiva ubriacatura planetaria per i vinoni.
Il fatto è, ricorda Carola Emmas, che alla London Wine Academy hanno organizzato una degustazione comparativa alla cieca per i loro studenti alle prime armi, e ben otto su dieci hanno preferito una bottiglia di vino da 4,99 sterline ad una – stessa uva - da 19.99. L’obiezione è: ma questi erano, appunto, alle prime armi. “Pero – dice lei – io non sono alle prime armi e so apprezzare un buon vino, ma qui sta il punto, non sempre, ma molto spesso, preferisco le versioni più economiche alle più costose”. Perché i vini – buoni – meno costosi, in genere sono “giovani, freschi, innovativi”. E più facili da bere. E poi l’altro tipo di vino, il vinone, “a volte è così sovra-elaborato che mi sento quasi depressa a berlo”.
Tutto questo, secondo la wine writer britannica, perché “con il netto miglioramento realizzato in vigna e nei metodi di produzione, molti produttori stanno puntando commercialmente sul loro vino più semplice, dal buon frutto, perché non hanno più nulla da dimostrare, se non i risultati delle loro vendite”. Anche se c’è tuttora chi si illude che “più il vino ha sapore e peso e più è di spaventosa intensità, più si giustifica il prezzo”. Invece no, si sbagliano. “Quello che personalmente preferisco – dice Carol Emmas - è un vino che ricordi un buon frutto succoso, che abbia un equilibrio di sapori, e un'espressione chiara e naturale dell'uva (delle uve), cose che nel mercato di oggi è più facile che vengano da un vino entry-level, piuttosto che da un vino costoso”.
Opperbacco, ecco: io la penso proprio così quando parlo di vinino. Anch'io preferisco i vini meno costosi.
[Angelo Peretti]
Oh, che noiosa che è quell'obiezione che un vino non può essere "minerale" perché i minerali non hanno odore, perché non possono entrare nel vino, perché perché perché. Vero, c'è gente che oggi ritiene "minerale" qualunque vino, dato che la definizione è diventata di moda. Però passare da un estremo all'altro è altrettanto sbagliato.
Dice: ma allora come la si può definire scientificamente questa presunta mineralità del vino? Dico: ma bisogna proprio definire tutto scientificamente? L'assaggio d'un vino ricade nella sfera della soggettività, dell'opinabile, del piacere personale. Mica tutto può essere assoggettato ai dogmi della tecnologia, no?
In ogni caso, una bella definizione di mineralità l'ho trovata sul sito di Wine Spectator. Nella rubrica di Dr. Vinny, che propone risposte semplici a domande talvolta altrettanto semplici, e proprio per queste imbarazzanti per gli espertoni. "La mineralità - leggo (e traduco) - è una faccenda difficile da spiegare, ma si riferisce ad un gruppo che sensazioni che non sono fruttate, non sono erbacee, non sono speziate. Le note minerali possono descrivere il profumo o il gusto o entrambi. Pensate al sentore di mare che provate quando avete in bocca un grano di sale marino o un'ostrica. All'odore di un marciapiedi dopo la pioggia. A volte è come l'odore del gesso, e se siete stati vicino a una lavagna sapete di cosa sto parlando. A volte è come quando si schiacciano delle rocce o della ghiaia. La salinità e l'odore della pietra focaia sono altri segnali di mineralità."
Perfetto.
[Angelo Peretti]
L'edizione italiana del folder che illustra il Blue Gin dice che è "limpido e fresco, ma contemporaneamente molto elegante e vigoroso". Sul limpido e sul vigoroso non ho dubbi, ma proprio nessuno: è esattamente così. Sul fresco direi che un po' dissento: avverto parecchio l'alcol, e anzi la sensazione "calda" mi farebbe pensare persino a qualcosa di più dei 43 gradi dichiarati in etichetta. Per quanto riguarda l'eleganza, in fatto di gin confesso di avere parametri diversi: semmai questo a mio avviso è rusticamente rude, il che non va confuso con un difetto, sia chiaro.
Poi, leggo anche che si utilizzano ventisette diversi "botanicals", ossia erbe e spezie, ma è il ginepro a prevalere, nettamente. Anzi, in fatto di presenza del ginepro userei l'avverbio che richiama l'aggettivo di cui sopra: vigorosamente. Sul fondo, noto la liquirizia e il coriandolo.
Il Blue Gin è austriaco. Adatto a chi ama il gin che sappia, appunto, esattamente di ginepro, e anche a chi vuole distillati secchissimi, perché questo è proprio un gin secchissimo.
Il prezzo non lo so: è un regalo che mi hanno fatto.
Blue Gin
Un faccino :-)
[Angelo Peretti]
Il raperonzolo dalle mie parti lo chiamiamo rampónsol. È una di quelle erbette che si mangiano, ed anzi è tra le mie preferite in assoluto. O meglio, si mangiano le foglie e anche (e soprattutto) la radice, che è bianca e croccantina e ricorda un po' nel sapore la noce: ci si fa l'insalata: sale, olio, aceto e basta. Quando dico "e basta" intendo che non ci va altro condimento e - possibilmente - neppure altra erba o verdura, ché è buonissimo da solo, il raperonzolo.
Il nome scientifico è campanula rapunculus, e quando è in fiore - ma allora non è più buono - fa delle campanelle tra l'azzurro e il violaceo. Si trova, ma sempre più raramente, ai margini dei campi, negli àlzeri, le piccole scarpate a lato delle strade. Ma che si coltivasse non lo sapevo. E invece ho scoperto che a Lonato, in provincia di Brescia, a poca distanza dal Garda, c'è un'azienda agricola, quella di Paola Bompieri, che lo coltiva. Ha anche un sito, che si chiama ilraperonzolo.it. E adesso non dovrò più andare in giro a cercarne poche piantine, di raperonzolo. Adesso so che mi basta fare un salto a Lonato, via Prè, 9. Unica avvertenza, che leggo in un loro depliantino: telefonare almeno un giorno prima (il telefono, per i maniaci del rampónsol, è 030 9131356).
[Angelo Peretti]
In Inghilterra la vendite del Prosecco hanno preso il volo. Leggo sul sito internet di Decanter che nel semestre che va da marzo a settembre la Majestic, leader nelle vendite di vino al dettaglio nel Regno Unito, ha registrato un'impennata del 39 per cento nella vendita, appunto, di Prosecco, e non è cosa da poco, con l'aria che tira sul fronte economico. Un portavoce della Majestic ha confidato alla rivista britannica che in sei mesi le bottiglie di Prosecco collocate sul mercato inglese sono state ben 625 mila, "perché che i consumatori continuano ad accogliere con favore la sua immagine informale - e il suo prezzo più contenuto - rispetto allo Champagne". Eggià, di questi tempi il Prosecco è la bollicina per eccellenza anche fra i sudditi di Sua Maestà, e non solo per loro. "È un vino che non è solo per un'occasione speciale, è una bevanda da socializzazione, per godersi un venerdì o un sabato sera, e ci aspettiamo che questo trend continui" dicono quelli di Majestic. God save Prosecco.
as drinkers continued to embrace its more informal image - and lower price tag - versus Champagne.
'It is not just for celebrating, it is a social drink for enjoying on a Friday and Saturday night, and we expect this trend to continue,' the spokesperson said.

Read more at http://www.decanter.com/news/wine-news/584578/majestic-sees-no-end-to-uk-prosecco-trend#eYqkgjEkzWOGZZ5v.9
as drinkers continued to embrace its more informal image - and lower price tag - versus Champagne.
'It is not just for celebrating, it is a social drink for enjoying on a Friday and Saturday night, and we expect this trend to continue,' the spokesperson said.

Read more at http://www.decanter.com/news/wine-news/584578/majestic-sees-no-end-to-uk-prosecco-trend#eYqkgjEkzWOGZZ5v.99
as drinkers continued to embrace its more informal image - and lower price tag - versus Champagne.
'It is not just for celebrating, it is a social drink for enjoying on a Friday and Saturday night, and we expect this trend to continue,' the spokesperson said.

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as drinkers continued to embrace its more informal image - and lower price tag - versus Champagne.
'It is not just for celebrating, it is a social drink for enjoying on a Friday and Saturday night, and we expect this trend to continue,' the spokesperson said.

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[Angelo Peretti]
La prima volta che ebbi nel bicchiere il Duca Enrico fu una folgorazione. Accadde un bel po' di anni fa. Ricordo che ero al ristorante Vecchia Lugana, mito della gastronomia d'allora in riva al lago di Garda. Pierantonio Ambrosi, patron del locale, mi versò un bicchiere di quel rosso siciliano, di cui avevo letto grandi elogi, ma che non avevo ancora assaggiato. Ne rimasi affascinato, mi si aprì uno scenario di velluti e di fiori e di frutti morbidamente maturi. Lo rammento come fosse ora, uno di quei vini che ti si stampano nella memoria.
Tre o quattro anni fa comprai su eBay, da un'enoteca tedesca - pensa un po' - a prezzi più che accettabili (era una sorta di svendita) tre bottiglie di Duca Enrico di annate passate, ed erano un 1993, un '95 e un '96. Una sorta di mini verticale. Le ho stappate da poco. Hanno raccontato di un cambio di passo, nel vino e nell'enologia italiana, avvenuto a cavallo proprio di quelle annate, e quasi simbolicamente confermato, quel cambio, anche dalla diversa etichetta, esordendo la nuova, dal fondo grigio e non più avoriato, proprio con l'annata del '96 (e anche fino al '95 era un rosso "da tavola", mentre dal '96 è diventato un igt Sicilia).
Gli è che il '95 entusiasma per finezza, per eleganza, per uno stile che vorrei dire "classico", mentre il '96, più che apprezzabile comunque, sembra andare in un'altra direzione, quella della maggiore concentrazione, dello stile più orientato a quell'opulenza che è stata portata al successo dagli americani.
Aggiungo una nota riguardo al vitigno. Nessuno dei presenti ricordava quale fosse esattamente, né avevamo guide o manuali, né nella mia cantina c'è linea sufficiente per attivare gli smartphone. Ebbene, tutti noi - proprio tutti, ed eravamo un buon manipolo - per via di quella prugna tanto nitidamente espressa abbiamo pensato - lo confesso - al cabernet sauvignon, e ad un cabernet davvero in stile bordolese pre e post Parker. Invece ho poi visto che è nero d'Avola. E dunque abbiamo preso lucciole per lanterne. Il sito internet "dedicato" al Duca Enrico racconta così: "La nascita di questo Nero d'Avola, la cui prima vendemmia risale al 1984, ha rappresentato, per l'enologia, un vero e proprio punto di svolta. All'inizio degli anni '80, la Duca di Salaparuta maturato il proposito di studiare un nuovo prodotto, capace di raggiungere le più alte espressioni qualitative, decise di investire in ricerca e sperimentazione per individuare le zone ed i sistemi di coltivazione di viti e vitigni, e per sviluppare e affinare metodi di vinificazione che potessero condurre la Casa Vinicola al traguardo prefissato. Fu allora subito evidente che i migliori risultati venivano espressi dalle potenzialità del Nero d'Avola, principe di vini e vitigni siciliani, coltivato nella tradizionale forma ad alberello, in un territorio particolare: la piana di Gela". Ecco, prendo per buono questo testo, e passo a qualche breve nota aggiuntiva sulle tre bottiglie.
Duca Enrico 1993 Duca di Salaparuta
Poco s'è potuto capire, ché evidentemente il tappo non aveva tenuto e il vino era ormai in stato ossidativo, peggiorato poi via via nel bicchiere. In ogni caso, quel poco di frutto che s'è salvato a bottiglia appena aperta ti fa pensare che fosse un bel vino. Peccato.
Duca Enrico 1995 Duca di Salaparuta
Uno di quei rossi che bevi e che poi, a bottiglia finita, ti fanno venire nostalgia, e vorresti ritrovare prima o poi. Austero e mediterraneo. Frutto maturo e tannino ben saldo. Beva spettacolare, eleganza avvincente. Fiori secchi, spezie, capperi. Chiusura "acida" tipica dei grandi vini.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Duca Enrico 1996 Duca di Salaparuta
Più carico del predecessore già nel colore, e poi anche nel frutto e nella polpa. All'olfatto conferma l'eleganza della precedente annata. Il palato coglie invece una maggiore morbidezza, una più accentuata dolcezza di frutto. Lo stile appare diverso. Bel vino, ma preferisco il '95.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
[Angelo Peretti]
Uno degli obiettivi dell'euro era tenere sotto controllo l'inflazione in Europa. Il problema è che oggi, mettendo insieme gli effetti della duplice crisi - prima finanziaria e poi economica - con l'eccessivo rigore nordico e l'endemica inefficienza mediterranea, il muro contro cui rischiamo di andare a sbattere è la deflazione. Per deflazione s'intende il calo generalizzato dei prezzi. Se questo calo è dovuto a fattori "stagionali", legati a un temporaneo aumento dell'offerta o alla contrazione del costo delle materie prime, be', la cosa è positiva per i consumatori. Se invece il calo è costante e deriva dal fatto che la gente non consuma più, magari perché ha meno soldi in tasca, allora è un bel guaio, perché la crisi economica rischia di farsi ancora più seria. Con l'aggravio che chi i soldi ce li ha non li spende comunque: perché mai dovrei comprare oggi una casa, una macchina, una fornitura di vino se la mia aspettativa è che da qui a due o tre mesi i prezzi siano scesi ancora?
Ecco, il vino. Mi pare che il rischio deflazione lo stia correndo anche il vino, a livello globale. I buyer mi sembrano attendisti, e mica solo perché in alcune parti d'Europa e del mondo sono calati i consumi. No, credo che siano attendisti anche perché si aspettano che i prezzi calino ancora, e la mia sensazione è che ci sia chi lavora in questa direzione. C'è chi parla apertamente di un obiettivo di prezzo globale all'ingrosso - per grandi volumi, ovvio - intorno all'euro a bottiglia, a prescindere da dove provenga il vino, e se sia bianco o rosso. Ovvio, vino da consumo, da scaffale. Mica le griffe. Ma le griffe sono un'assoluta minoranza, rispetto alla massa del vino in commercio.
[Angelo Peretti]
Allora, è andata così: in un'azienda di Tregnago, nell'Est Veronese, i militari dei Nas hanno sequestrato uva destinata a diventare Amarone e vino destinato a diventare Valpolicella. Secondo l'accusa quell'uva verrebbe da altre zone, e dunque niente Amarone. Ma i produttori coinvolti dicono che è tutta roba loro: lo si legge nelle dichiarazioni riportate oggi dal quotidiano L'Arena di Verona. Niente acquisti da terzi, addirittura un volume di prodotto "inferiore alla potenzialità del vigneto di proprietà dei nostri clienti", dicono i legali della cantina coinvolta. "La difesa - scrive il giornale veronese nell'occhiello - ruota sulla perizia di un agronomo che sostiene la regolarità della produzione". L'accusa, invece, dice, nella sostanza, che i vigneti erano "trascurati", e dunque non avrebbero potuto dare quella quantità d'uva.
Staremo a vedere come andrà a finire.
[Angelo Peretti]
Secondo quanto leggo qui e là, per quel che riguarda l'Italia la novità della Top 100 di Wine Spectator sarebbe l'ingresso in graduatoria di un vino di un'azienda di Oscar Farinetti, il patron di Eataly. Alla posizione 86 vi è infatti quella che Wine News definisce "una new entry eccellente", ossia il Barolo La Rosa 2008 di Fontanafredda, azienda di Farinetti, appunto. Sarà: evidentemente, qualunque cosa faccia o dica Mr. Eataly è fondamentale.
A mio avviso, di novità, oltre a questa, ce n'è in realtà più d'una. Quella che mi piace meno, trattandosi della mia terra, è che stavolta il Veneto, portaerei della produzione enoica tricolore in termini quantitativi, è totalmente escluso. La Top 100, infatti, di bottiglie italiane ne benedice sedici, ma nessuna è della regione dell'Amarone, del Soave, del Prosecco: sette sono toscane, cinque piemontesi, una a testa per la Sicilia, la Campania, la Basilicata e la Lombardia (nota bene, con un Sassella, e se non è una notizia questa...). Manca il Veneto, dicevo, ed è un continuo arretramento: lo scorso anno la regione era rappresentata appena da un bianco igt, l'anno prima da tre rossi valpolicellesi (un Amarone, un Valpolicella, un igt). Mah.
Per quel che riguarda la Top 100 ci sarebbe altro ancora da dire. Per esempio, che al numero uno c'è un rosso spagnolo, il Rioja Imperial Gran Reserva di Cune (l'anno scorso al vertice c'era un americano). Ma ognuno potrebbe ampiamente dire la sua, perché ogni graduatoria troverà sempre fan e detrattori, così come succede per le guide. Dico solo che se finisci nella Top 100 di Wine Spectator svuoti la cantina, e non è poco.
Aggiungo, per chi non l'avesse visto, anche l'elenco degli italiani in classifica, con la relativa posizione.
6 Giuseppe Mascarello & Figlio Barolo Monprivato 2008
16 G.D. Vajra Barolo Albe 2008
18 Poggerino Chianti Classico 2010
21 Le Macchiole Bolgheri 2011
24 Livio Sassetti Brunello di Montalcino Pertimali 2008
50 COS Cerasuolo di Vittoria Classico 2010
58 Avignonesi Vino Nobile di Montepulciano 2010
61 Produttori del Barbaresco Barbaresco 2007
66 Macarico Aglianico del Vulture Macarì 2007
80 Querciabella Maremma Toscana Mongrana 2010
82 Mamete Prevostini Valtellina Superiore Sassella 2009
86 Fontanafredda Barolo La Rosa 2008
91 Mastroberardino Taurasi Radici Riserva 2006
94 Schiavenza Barolo Prapò 2009
96 Altesino Brunello di Montalcino Montosoli 2008
100 Badia a Coltibuono Toscana Cancelli 2011
[Angelo Peretti]
Stavolta di patatine fritte ne abbiamo assaggiate (mangiate) ben dodici. Il primo round del chips tasting aveva visto me e la mia congrega affrontare nove diverse tipologie di chips, ma stavolta abbiamo esagerato: dodici, appunto. Come nel primo round, la degustazione è avvenuta alla cieca, trasferendo le patatine dalla confezione originale ad altri sacchetti anonimi. Abbiamo tenuto conto della croccantezza, dell’untuosità, della salagione, ma soprattutto della piacevolezza personale, attribuendo un voto da 1 a 10, incluso il mezzo voto. Ad assaggiare eravamo in undici. Ovviamente, anche stavolta niente patatine aromatizzate: sono fritte e salate.
Ecco com’è andata, in ordine di assaggio.
Naturals Lorenz
Prodotte in Germania dalla Lorenz Bahlsen. Busta da 100 grammi. Olio di semi di girasole. Da consumare entro il 14 gennaio. Colore molto chiaro, qualcuno l’ha definito pallido. Notevole croccantezza. Sale corretto. Sapore un po’ coperto dall’olio, ma senza eccessi. Patatina standard. Per me 6,5, in media 6,72.
Classiche Carrefour
Busta da 200, olio di girasole. Prodotte per Carrefour in viale dell’industria 57 a Castiglione delle Stiviere, che è la sede della Amica Chips. Scadenza 15 gennaio. La sensazione è quella della friabilità. Sono friabili, non croccanti. Sanno di patata e di arachide. Sale moderato. Per me 8, per il gruppo 6,63: non siamo andati d’accordo.
Jeden Tag
La Jeden Tag ha sede a Vienna. Comprate in Austria, busta da 250, olio di semi di girasole, scadenza 26 marzo. Dorate. Bordo nocciola. Sale nel complesso a posto. Dal sapore pare più una patata al forno che una patata fritta. Ma sa proprio di patata, ed ha una sapore familiare, dunque. Per me 7, in media 6,81.
Eldorada Amica Chips
Sulla busta da 130 grammi (data limite 19 febbraio) è scritto “con olio di oliva” e “patate cotte a mano”. Gli ingredienti dicono che si utilizza olio vegetale e anche il 5% di olio di oliva. Croccantissime, consistenti sotto i denti, ed è l’aspetto più convincente. Salagione alta. Per me sono da 7,5, il team ha detto 6,09.
Potatischips Saltade Ikea Food
Le patatine dell’Ikea, tagliate spesse, molto croccanti, dorate, salate. Busta da 150 grammi, scadenza 19 febbraio, prodotte in Svezia, olio vegetale. Sanno di arachide, di pane tostato in padella, da frittelle del luna park, quelle zuccherate in superficie. Non ci hanno esaltato, soprattutto il sapore dell’olio. Si fermano a 5,5.
Mambo Kids Classiche Eurospin
Insisto: i buyer dell’Eurospin sanno il fatto loro, perché propongono a prezzi bassi cose che hanno il loro perché. Busta da 300 (10 marzo), olio di girasole, fatte a Castiglione in via Maestri del Lavoro 48, sede della Pata. Pezzatura larga, sale. L’aggettivo “classiche” è appropriato. Per me 7,5, per il gruppo 7,36: concordi.
Classica San Carlo
Eggià, la San Carlo in busta da 180 grammi (10 febbraio), cotta in “oli vegetali” (il metodo Sanoil, si legge). Che dire se non che sono ghiotte? Sanno di patata, proprio di patata. Fragranti, piacevoli, salate con moderazione. Le abbiamo definite “gastronomiche”. Per me meritano 9, in media 8,27. Hanno stravinto la sfida.
Patatine Classiche Break
Fatte a San Nicola di Melfi, in provincia di Potenza. Busta da 135 grammi, da consumare entro il 12 marzo. Olio di girasole. Un po’ untuosette, a nostro avviso, e anche salatine. L’impressione è quella delle tipiche patatine che ti mettono in coppetta sul bancone del bar quando bevi un analcolico. Per me 6, in media 6,5.
Tyrrells Lightly Sea Salted
La busta (150 grammi, data consigliata 19 febbraio) dice: delicious at the seaside, deliziose in riva al mare. Sono della Tyrrels Crisps, Inghilterra. Olio di girasole. Tagliate grosse, qualcuna arricciata (non spianate come accade di solito, insomma). Croccanti e stranamente un po’ dolci. Per me sono da 7,5, per il gruppo da 6,45.
Iper Chips Classiche
La busta da 300 grammi è quella dell’Iper. Sono fatte in via Maestri del Lavoro 48 a Castiglione, e dunque dalla Pata. Olio di girasole, da consumare entro il 22 febbraio. Una patatina proprio classicissima, magari un po’ salata, ma croccante il giusto. E sa di patata. Affidabile. Io ho dato 8, ma il gruppo d’assaggio meno: 6,95.
Kelly’s
Altra patatina austriaca, quella della Kelly’s. Classic salted, dice la busta da 175 grammi (6 marzo). Olio di girasole. L’aspetto positivo è la croccantezza, quello meno buono è un po' di sentore di fritto misto. Il sale si avverte, ma ci sta. Patatine standard, per me da 7, in media da 6,95: siamo stati concordi.
Le Contadine Crik Crok
Prodotte dalla Ica Foods a Pomezia, nel Lazio, sono in busta da 130 grammi e vengono cotte – un’eccezione – in olio extravergine d’oliva. Data massima di consumo: 22 gennaio. A me sono piaciute: molto croccanti, non untuose, anche se tendenzialmente dorate, e sapore di patata. Per me 8, in media 7.
[Angelo Peretti]
A proposito della vicenda del sequestro, ad opera dei Nas di Padova, di uva e vino che, stando alle accuse, sarebbero stati destinati a far sì che andasse sul mercato falso Amarone e falso Valpolicella, leggo sul quotidiano veronese L'Arena che "gli indagati hanno già fatto sapere ai carabinieri di poter dimostrare che l'origine dell'uva rossa, sequestrata dai Nas, è in regola con il disciplinare Docg". Insomma, secondo l'azienda che si è vista sequestrare 80 tonnellate di uva rossa in appassimento, sarebbe tutto a posto, visto che - leggo sempre nell'articolo di Giampaolo Chavan - "hanno già annunciato di poter provare quanto prima che la produzione di uva e 35 mila bottiglie, rientrano nei confini stabiliti dal disciplinare della Docg per la produzione dei vini in Valpolicella". Il giornale veronese aggiunge che "i carabinieri ora stanno verificando da dove provenisse quell'uva che, a loro parere, sarebbe stata acquistata in nero e in altre province".
[Angelo Peretti]
Quando dici, insieme, le parole magiche Francia e pinot noir, subito pensi o alla Borgogna se sei un rossista o allo Champagne se sei uno che ritiene che le bollicine vengano prima di tutto. Vero, tutto vero. Giusto, tutto giusto. Solo che adesso io ho nel bicchiere un Pinot Noir (nel senso di vino: scrivo minuscolo il vitigno e maiuscolo il vino) che viene dalla Loira, che ha grandi uve, ma che certo non è da annoverare tra le patrie elettive del pinot nero (nel senso di uva: capito come funziona, no?). Di più, questo è un vino igp (indicazione geografica protetta) di una famiglia di vigneron récoltant (così si autodescrive in etichetta) che non fa vini dentro le denominazioni di origine della zona. Loro di cognome fanno Cogné.
L'ho comprato, il vino (6 euro on line su Vinatis) perché ho visto che ha avuto le due stelle e il coup de coeur dalla guida Hachette edizione 2014, ed ero dunque curioso di assaggiarlo.
Be', ricordate la mia definizione del vinino, ossia dei vini semplici ma per nulla banali? Ecco, questo è tipicamente un vinino. Fruttato, un che di spezia, succoso: si beve che è un piacere, ma trasmette anche un'idea di forte territorialità. Nel senso che i tratti distintivi del vitigno, dell'uva d'origine, sono assolutamente in secondo piano rispetto al carattere, alla personalità del vino. Che è gioviale, certo, ma che non tende a scappare via al primo sorso. Anzi.
Mi domando solo: una guida italiana l'avrebbe mai premiato un vino così?
Val de Loire Pinot Noir 2012 Claude Cogné
Due lieti faccini :-) :-)
[Angelo Peretti]
Invece dal Consorzio di tutela del Valpolicella non ho ricevuto comunicati stampa via email, ma ho visto che la propria versione dei fatti, in relazione alla vicenda del sequestro, da parte del Nas di Padova, di uva e vino che sarebbero stati destinati a mettere sul mercato falso Amarone, l'ha affidata alla pagina Facebook consortile. Vi leggo infatti che "in relazione alla notizia di oggi sul sequestro a Tregnago, da parte dei Carabinieri del Nas di Padova, di 80 tonnellate di uva rossa acquistata da aziende non appartenenti al territorio della Valpolicella e destinate, senza averne i requisiti previsti dai disciplinari di produzione, alla produzione di vini della denominazione Valpolicella, il Consorzio Tutela Vino Valpolicella precisa che l'imprenditore agricolo accusato di frode in commercio non è annoverato tra i soci e, in quanto tale, al di fuori del circuito di informazione e formazione che il Consorzio attua con i propri associati sulle politiche di qualità della denominazione. A tal proposito il Consorzio era a conoscenza dell'attenzione di cui il medesimo era oggetto da parte dell'ente di controllo Siquria spa".
Di seguito il comunicato affidato al social network riporta una dichiarazione del presidente del Consorzio valpolicellese, Christian Marchesini: “Interventi come quello odierno effettuato dai Nas su input del nostro ente di controllo Siquria spa - afferma - sono necessari e assolutamente in linea con le politiche del Consorzio di tutela del consumatore e dei propri associati. Paradossalmente, molti dei problemi legati alla contraffazione della denominazione Valpolicella sono figli proprio della qualità e dell'eccellenza espresse da questo territorio, che spinge anche chi non ne ha diritto a cercare di entrarvi illecitamente. Mai come in questo caso risulta evidente che l'attività di controllo in vigneto e in fruttaio effettuata dall'ente preposto è indispensabile e di supporto alle azioni istituzionali di promozione, valorizzazione e tutela delle denominazioni protette portate avanti dal Consorzio nel proprio ruolo”.
[Angelo Peretti]
Non c'è che dire, alle Famiglie dell'Amarone, gruppo che raccoglie un certo numero di aziende produttrici del rosso valpolicellese, non manca certo la tempestività e la capacità di stare sulla notizia. Poco dopo che le agenzie hanno battuto la notizia del sequestro, da parte del Nas di Padova, di uva e vino destinati, pare, a diventare falsi Amarone e Valpolicella, ecco che nelle caselle email di chi scrive del settore è arrivato, puntuale, il commento di Marilisa Allegrini, che delle Famiglie è il presidente. "I Nas di Padova e gli esperti di Siquria SpA - dice - hanno sventato una frode ai danni dei consumatori e dei veri produttori di vino della Valpolicella. Per questo va il nostro plauso agli organismi di controllo, in un periodo in cui le logiche di massificazione di un prodotto unico al mondo possono anche portare a degenerazioni e truffe come quella di oggi".
"Sebbene il caso sia isolato e il quantitativo minimo, benché da condannare, - ha proseguito Allegrini - occorre oggi più che mai tenere alta la guardia a difesa di un patrimonio di Verona e del Paese intero. Quanto accaduto è l'esatto contrario rispetto ai valori secolari custoditi dai produttori onesti e dai rappresentanti delle Famiglie dell'Amarone, che da tempo denunciano una controproducente e soffusa tendenza verso politiche al ribasso, nel prezzo e nella qualità, del prodotto di punta della Valpolicella. Occorre ribadire - ha concluso la presidente - che l'Amarone non può essere in alcun modo un vino a buon mercato, in quanto esige scelte di vigneto e di uva e una qualità senza compromessi e fraintendimenti, a partire dai costi di mantenimento dei vigneti sino al calo ponderale della produzione, ai costi di lavorazione, e tanto altro".
Così dicono le Famiglie dell'Amarone. Che in quanto a comunicazione ammetto abbiano pochi rivali.
[Angelo Peretti]
La notizia è questa: "Nell’ambito dei servizi di controllo nel settore vitivinicolo per la campagna vendemmiale 2013, i Carabinieri del Nas di Padova, nel corso di un’ispezione presso una cantina veronese, hanno sequestrato circa 80 tonnellate di uva rossa destinate all’appassimento per produrre il pregiato vino Recioto o Amarone della Valpolicella Docg, e 35.000 litri di vino destinati a divenire Valpolicella Doc, già pronti per la commercializzazione che avrebbero consentito un guadagno presunto di circa 600.000,00 euro". L'ho presa dal quotidiano veronese L'Arena, ma vedo che è riportata anche da altri, per cui ritengo si tratti di un comunicato.
Viene specificato che "nell’ambito delle indagini e dalle stime eseguite, i militari del Nucleo - con l’ausilio di agronomi della Siquria spa di Soave (Organismo di certificazione autorizzato dal Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali) - hanno calcolato che i 14 ettari di vigneto di proprietà dell’imprenditore agricolo e di due familiari compiacenti – titolari di altrettante aziende agricole - potevano produrre circa 40.000 chilogrammi di uva, in quanto i vigneti si presentavano trascurati, non avendo subito le dovute operazioni di potatura, diraspamento, diserbo e gli adeguati trattamenti per la difesa fitosanitaria". Ritengo che il termine "diraspamento" sia un semplice errore di battitura: penso proprio ci si riferisse al mancato "diradamento".
Detto questo, annoto che la notizia è, insieme, cattiva e buona.
Cattiva, perché, qualora la truffa venga provata, vorrebbe dire che c'è effettivamente chi prova a mettere in giro falsi vini a denominazione, con grave danno per intere filiere vitivinicole.
Buona, perché vuol dire che i Nas, la cosiddetta Repressione frodi e le società di certificazione - in questo caso Siquria, che ha competenza su Verona e Vicenza - i controlli li fanno, e li fanno bene, a vantaggio di tutti: dei consumatori, certo, e prima ancora dei produttori corretti.
[Angelo Peretti]
Se vi trovate in zona Parioli, a Roma, nei pressi di piazza Ungheria, sappiate che lì vicino, in viale Liegi, c'è una botteguccia aperta da non molto presso la quale potete risolvere egregiamente un pranzo. Si chiama Il Vialetto del Pane ed è seminascosta dentro al cortiletto di un'abitazione: si fa fatica a scorgerla passando. È una sorta di panetteria piccina picciò che fa però soprattutto pizze - attenzione, mica quelle tonde alla napolentana, bensì quelle romane, tagliate a riquadri e farcite: me ne hanno imbottita una al momento con prosciutto crudo e mozzarella, buonissima -, supllì - spettacolare, per chi ama il piaccente, quello al cacio e pepe - e qualche altra proposta gastronomica del giorno. Un paio di tavolini in cortile.
Gradevole scoperta delle mie frequentazioni romane.
Il Vialetto del Pane - Viale Liegi, 35 - Roma - tel. 06 97602241
[Angelo Peretti]
Che io sia tra i fautori dei confezionamenti "alternativi" (quelli seri) del vino, è noto, e che veda con estremo favore il tappo a vite e il bag-in-box altrettanto. E dunque non può che farmi piacere leggere sulla rubrica Terra&Gusto del sito dell'Ansa che finalmente il bag-in-box è stato - è proprio il caso di dirlo - "sdoganato". Nel senso che l'Organizzazione mondiale delle Dogane (Wco) ha deciso "di rivedere la definizione doganale di vino sfuso, non considerando tale il prodotto confezionato in contenitori da 2 a 10 litri". Che sono, appunto, soprattutto i bag-in-box.
Leggo anche che secondo Federico Castellucci, il direttore generale dell'Oiv, l'Organizzazione internazionale del vino, le esportazioni di vino sfuso sono notevolmente cresciute negli ultimi anni e nel 2012 hanno raggiunto i 37 milioni di ettolitri, cioè quasi il 40% del commercio globale di vino. "Da qui la necessità di distinguere in maniera più puntuale il vero vino sfuso da quello commercializzato in contenitori di capacità compresa tra i 2 e i 10 litri, ossia i cosiddetti bag in box".
Era ora. Perché mai il bag-in-box non doveva avere la dignità di essere considerato per quel che è, cioè una forma alternativa, ma efficacissima, di confezionamento del vino? Che sia un passo concreto lungo la strada che porti anche l'Italia a comprendere che non necessariamente sono il sughero o il vetro a garantire la qualità? Sarebbe ora.
[Angelo Peretti]
Più ho la fortuna di assaggiarli, e più mi faccio convinto che gli Champagne del '95 siano spettacolari. Hanno un sale, un frutto, un'eleganza che lasciano stupiti. E sono pressoché inconfondibili in questa loro tuttora giovanile grazia. Ne ho avuta ulteriore riprova bevendo l'Œnotèque 1995. Difficile trovare le parole per descriverne la verve scattante, eppure anche l'incedere aggraziato. Bisognerebbe berlo. Attenzione: berlo, non degustarlo, ché ha davvero una beva strepitosa. Peccato che non sia una delle bolle più che economiche in circolazione...
Champagne Cuvée Dom Pérignon Œnotèque 1995 Moët et Chandon
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
[Angelo Peretti]
Già, a volte chi scrive di vino dà per scontato che chi legge ne sappia come lui. Ma molto spesso non è così. Dunque è una bella idea quella delle "tasting notes decoded", delle "note di degustazione decodificate", che ho visto sviluppata sul numero di dicembre di Decanter. Tutto prende avvio dal fatto che nella recensione di un rosso di Bandol, appellation della Provenza, si diceva che ha un "beautiful garrigue character". Però probabilmente a tutti non è chiaro cosa sia questo benedetto splendido carattere di garrigue. Che sarà mai 'sta garrigue?
Spiega dunque Decanter che nel Sud della Francia viene chiamata garrigue quel mix di erbe e di arbusti che crescono sui suoli calcarei della zona. Ci sono essenze quali il timo, la lavanda, il mirto, il ginepro. Ecco, quando si dice che un vino sa di garrigue s'intende che ricorda queste sensazioni vegetali. Sappiatelo.
Come dire, per l'Italia, che ha profumi di macchia mediterranea.
[Angelo Peretti]
Il trenta per cento del vino venduto dalla grande distribuzione francese è confezionato in bag-in-box. Sì, in Francia, nella terra dei grandi château, un terzo del vino portato a casa dai consumatori è nelle scatole col rubinetto. E loro, i cugini d'Oltralpe, non si vergognano affatto di mettere in tavola il bag-in-box. Mica come noi italiani, che siamo schizzinosi verso ogni forma d'innovazione nel settore vinicolo. Tant'è che nei supermercati francesi si trovano interi scaffali dedicati alle scatole da vino, e gli scaffali "dedicati" sono proprio di fronte a quelli delle bottiglie in vetro. E ci sono, in bag-in-box, vini di pressoché tutte le appellation, tranne quelle - poche, vedi l'Alsazia, se non sbaglio - che si ostinano a rifiutare questa forma di confezionamento.
Attenzione, può essere che la quota sia addirittura maggiore di quel trenta di cui parlavo sopra, perché il dato che ho sottomano si riferisce solo al 2011, anche se è il più aggiornato a disposizione. L'ho letto sul rapporto di FranceAgriMer, istituto specializzato nella regolazione del mercato agroalimentare francese, che collabora con il ministero transalpino delle politiche agricole. Vedo che nell'ultimo decennio la crescita dei bag-in-box nella gdo francese è stata esponenziale. Nel 2002 rappresentavano appena il 5,5% in volume e il 3,3% in fatturato. Nel 2006 erano già il 14,8% in quantità e il 9,5% per incassi. A fine 2011 si era saliti al 29,9% nei volumi e al 18,6% per ricavi, e non sono cifre da poco.
E da noi, in Italia, quand'è che si comincerà a prendere in seria considerazione il bag-in-box?
[Angelo Peretti]
Il nome è simpatico: si chiama "Sotto le Fresche Frasche". È il Valpolicella di Villa Bellini, aziendina - "naturale" ante litteram - di Castelrotto, che è un paesino che sta su una collinetta che sbuca quasi inaspettata là dove la Valpolicella sembrerebbe farsi pianura. Ebbene, se mi si chiedesse qual è il Valpolicella che vorrei avere sempre sulla tavola risponderei che è questo.
Che poi, se non sbaglio, è in produzione da poco: mi pare che la prima annata sia stata il 2011, e dunque il 2012 che ho bevuto dovrebbe essere la seconda prova. Ma il 2011 era buonissimo e il 2012 gli è compagno.
La corvina, ecco che cosa mi rappresenta questo vino. Di più: la corvina della Valpolicella classica. Con quella ciliegia mora matura che ti fa dire subito: Valpolicella, appunto. E quell'acidità che è tipicamente valpolicellese. E una beva avvincente, succosa di frutto. Nel suo genere, un capolavoro. E il suo genere è la rappresentazione del terroir, è la voglia di assecondare la tavola, la compagnia, lo stare bene tra amici a raccontarsi le cose quotidiane.
Sta in acciaio prima di passare in vetro. Fermentazione spontanea con lieviti autoctoni.
Valpolicella Classico Sotto le Fresche Frasche 2012 Villa Bellini
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
[Angelo Peretti]
Replicando ad un mio articolo di qualche giorno fa, Stefano Menti, vignaiolo a Gambellara, mi diceva di essere stato a un convegno nel corso del quale “si è esordito dicendo – quelle virgolettate sono parole sue - che soprattutto in Italia si dovrebbero fare vini di territorio legati alle tradizioni. Tutto vero ma... le nostre istituzioni cosa stanno facendo? Piantare prosecco a Gambellara e merlot in Toscana non sono di certo le giuste manovre per un vino di territorio”. Annotazione utile e interessante e condivisibile. Guarda caso, proprio pochi giorni fa, scrivendo ad un docente universitario che sta ideando un progetto dedicato al mondo del vino, gli parlavo di un problema tipico del settore. MI riferivo a quella che definirei “la disgrazia del fattore politico”. Si estrinseca talvolta nell’orientamento appunto “politico” delle diverse forme associative (consorzi di tutela, strade del vino, consigli di amministrazione delle realtà cooperative), oppure nell’abitudine alla produzione assistita finanziariamente (e dunque anch'essa orientata), e ancora, - e soprattutto - nel sostanziale gap strategico fra l’ente pubblico, mirato al medio-breve periodo del mandato elettorale, e il produttore, che ha a che fare con una realtà, quella di un vigneto che ha una vita media di venticinque anni.
Ecco, c’è grande differenza tra i tempi della politica e quelli della vigna. La questione sta in quest’evidenza.
[Angelo Peretti]
Scorrendo l'elenco degli espositori del Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti che la Fivi organizza a Piacenza il 30 novembre e il primo dicembre prossimi, vedo che gli ospiti esteri sono ridotti al lumicino. Solo tre francesi, tra i quali ad ogni modo - non posso esimermi dal segnalarlo - figura l'eccellente Gerard Simonnot, produttore di fascinosi Pineau des Charentes, che suggerisco, per chi andrà, di comprare a occhi chiusi. Vero che la rassegna piacentina è dedicata ai vignaioli italici, ma la presenza transalpina, ammettiamolo, donava un plus all'evento. Il motivo della sostanziale assenza dei vigneron francesi? Be', credo di averlo scoperto sfogliando la Revue du Vin de France, che m'è appena arrivata: dentro c'è il biglietto d'ingresso gratuito al Salon des Vignerons Indépendants francesi, che è in programma a Parigi, alle Porte de Versailles, dal 28 novembre al 2 dicembre. Acciperbacco, ma il Mercato di Piacenza e il Salone di Parigi sono concomitanti! Ohi, ohi, mi sa che la Fivi ha proprio sbagliato data, stavolta, se voleva i colleghi francesi.
Poi, devo dire che il confronto dei numeri è impietoso, anche se capisco che la Fivi è nata da non moltissimi anni, mentre i Vigneron d'Oltralpe sono attivi da un bel po'. Comunque, a Piacenza ci saranno 240 vignaioli (così leggo nel comunicato che mi hanno inviato), mentre a Parigi i vigneron che esporranno le loro bottiglie saranno mille. Cavoli!
La formula, peraltro, è uguale: il vignaiolo presente alla propria postazione, i vini in vendita. Però in Francia la Revue - oltre a regalare il biglietto agli abbonati - dedica un ampio servizio al Salon, e Raoul Salama, che reputo un degustatore straordinario e un grande professionista, recensisce i migliori 132 vini presenti alla kermesse parigina. Da noi temo sia impensabile non solo che una rivista recensisca in anteprima i vini dei vignaioli, ma anche che gli stessi vignaioli accettino di mandare le loro bottiglie a un giornalista perché ne stili una graduatoria - indipendente, ci mancherebbe! - prima del Mercato. Sbaglio?
A proposito, giusto per la cronaca: Salama ha scelto 132 vini sui 626 campioni che gli sono stanti sottoposti dai partecipanti al Salon des Vignerons Indépendants.
Eh, ce n'è della strada da fare dalle nostre parti...

Le vin de Léo Ferré

16 novembre 2013
[Angelo Peretti]
Si tratta solo di una coincidenza, ma visto che ci sono la segnalo. Qualche giorno fa ho recensito il succoso Chianti di San Donatino, la fattoria toscana voluta da Léo Ferré. Ora ecco che trovo nella cassetta della posta il numero di novembre de La Revue du Vin de France (sono abbonato) e in copertina vedo questo rimando a un servizio interno: "Le vin de Léo Ferré".
Già, la Revue ha mandato in terra toscana due inviati per presentare, in un servizio di quattro pagine ricco di foto, il sogno vitivinicolo del grande poeta e cantautore francese, a vent'anni dalla morte. Oggi il "domaine" chiantigiano di Ferré è mandato avanti dalla famiglia. E la casa in collina è diventata, dice la Revue, "un santuario dedicato al poeta scomparso". Un santuario dove si fa vino, e proprio buono, per quel che è stata la mia esperienza. E ci si fa anche la birra (artigianale), perché Mathieu Ferré, figlio di Léo, ha questa passione: quest'anno l'ha prodotta in 50mila bottiglie.
Cin cin, Léo.
[Angelo Peretti]
È un articolino di una colonna appena, ma l'ho trovato interessante e voglio rilanciarne i contenuti. La rivista è "Internazionale", la rubrica "Ethical living", il titolo "Che cos'è un alimento". Parla di regime alimentare vegetariano. Dice che che Tania Lombrozo, insegnante di psicologia a Berkeley, è convinta che "la conversione da onnivoro a erbivoro comporta una trasformazione psicologica". Lei stessa "dopo quindici anni di vegetarianismo" s'è accorta che, per lei, la carne "non rientra più nella categoria cibo, e che anche un boccone di pollo nell'insalata le appare digustoso". Di fatto, è il lato psicologico, dunque, a prevalere nelle scelte alimentari. Tant'è che "uno studio che ha confrontato vegetariani per motivi etici e per motivi di salute rivela che i primi trovano l'idea della carne più disgustosa rispetto agli altri". Ecco, si tratta di convincersi.

Un Franciacorta "naturale"

15 novembre 2013
[Angelo Peretti]
Cà del Vent, nel Bresciano, è una di quelle aziende ai cui vini si usa attribuire la definizione di "naturale", e loro dicono infatti - lo leggo ora su internet - che le uve le fanno venire mature "seguendo i principi nostri e della biodinamica steineriana". Insomma, a modo loro. Ma non è di questo che voglio dire, quanto piuttosto di un loro Franciacorta che ho avuto abbondantemente nel bicchiere (due bottiglie in tre commensali sono una buona media) e che mi è piaciuto per certe sue "anomalie" - chiamiamole così - che mi hanno raccontato una personalità di tutto rispetto.
Ordunque, il vino è un brut pas operé, che significa - grosso modo - che al momento della sboccatura la bottiglia viene colmata con un po' dello stesso vino che ha dentro. L'annata - pardon, per i vini con le bolle si dice il millesimo - è quella del 2009. È un blanc de blanc: insomma, chardonnay, e chi mi conosce sa che faccio un po' fatica ad esaltarmi per uno chardonnay, ancorché bollicinoso.
Ebbene, il vino è affumicato - sì, offre proprio quest'impressione - e speziato e agrumato. Il mandarino, il mango. Propone memorie sottili di brandy e di Sherry secchissimo. Ed ha una freschzza notevole e una polpa di tutto rispetto.
Una bollicina? No, un vino, con le bolle.
Franciacorta Brut Pas Operé Blanc de Blanc 2009 Cà del Vent
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
[Angelo Peretti]
L'impressione è che per il vino sia come per la musica negli anni Cinquanta. L'impressione non è mia, è di Matt Kramer, editorialista di Wine Spectator. La sua è un'ipotesi affascinante, che mi piacerebbe poter fare mia. Dice, nella sostanza, che in America la fascia più interessante degli appassionati di vino che bevono bottiglie d'importazione ormai è diventata quella compresa fra i 25 e i 34 anni: rappresentano un quarto del mercato. E tra di loro c'è parecchia gente che va alla continua ricerca di qualcosa di nuovo. D'accordo, è una minoranza, non fa massa critica, ma c'è, ed è inesauribile nell'attenzione verso nuovi vitigni, nuovi terroir, nuove esperienze. Un po' come accadeva, appunto, nel mondo della musica negli anni Cinquanta, quando si stava preparando quella rivoluzione che ha avuto il proprio manifesto in "Kind of Blue", il capolavoro di Miles Davis, la stella polare del nuovo jazz, destinato a cambiare per sempre il panorama musicale. E in quello stesso anno, il "mio" '59, aggiungo che uscivano anche altri gioielli come "Mingus Ah Um" di Charles Mingus e "Time Out" del Dave Brubeck Quartet e "The Shape of Jazz to Come" di Ornette Coleman.
Ecco, parafrasando il titolo del disco di Coleman, dico che forse sta maturando "la forma del vino che verrà". Ed è affascinante pensare di vivere questo momento di trasformazione. Che maturerà col contributo di gente incuriosita dai vini che raccontano terre e persone. Senza pregiudizi, senza preconcetti. Agli altri, a quelli che hanno menti meno aperte, resterà in eredità la laccata, levigata, svenevole piacevolezza dei vini che somigliano alle orchestre da ballo che andavano in voga, appunto, negli anni Cinquanta.
[Angelo Peretti]
Era lì, praticamente dietro l'angolo di casa, e non lo conoscevo. Sarà perché in genere da un po' di tempo preferisco cercare i luoghi della cucina di territorio, e questo ristorante, il Quanto Basta, a Sirmione, non fa piatti territoriali. Però mi era proprio sfuggito, e ora sono contento di esserci incappato. Minimalista nell'impostazione e anche abbastanza informale, propone una cucina che loro, i due gestori, italiani entrambi (lei Silvia, in sala, è ligure, lui, Matteo, il cuoco, non ricordo di dove sia originario) ma conosciutisi negli Stati Uniti (guarda te i casi della vita) definiscono "mediterranea". In realtà, c'è soprattutto misurata, calibrata fantasia, applicata a materie prime freschissime. Per esempio, io ho trovato notevole la tartare a coltello di fassone piemontese con foie gras (il fegato grasso sta sopra), ma altrettanto appaganti - e anzi direi perfino di più - erano le linguine con vongole, zucchine e bottarga, e così pure certi sfiziosi mini hamburger con delle patatine fritte a bastoncini fini fini. Insomma: avete capito il genere, credo.
La carta dei vini non è enorme, ma è anche piuttosto personale: insieme a certe etichette magari un po' più convenzionali ci si possono trovare cose di ricerca sia italiane che estere (a Silvia, per esempio, piace il Riesling, ergo ci trovate un po' di Germania, un po' di Austria, un po' di Alsazia).
Un paio di bei piatti e una buona bottiglia in due portano il conto sui 40-45 euro, ma garantisco che un paio di piatti saziano.
Spero di tornare.
Lo trovate appena oltre la complessa rotonda (rotonda?) che dalla strada Gardesana porta in centro a Sirmione.
Quanto Basta Ristorante - Via Colombare, 96 - Sirmione (Brescia) - tel. 030 9905037
[Angelo Peretti]
Mi piace il panettone, sissignori, e ha ragione Davide Paolini: bisognerebbe mangiarselo tutto l'anno. Ecco, un panettone di quelli che meritano per davvero l'ho trovato proprio "a casa" di Paolini: insomma, a Milano Golosa, la sua manifestazione. Lo fa un pasticcere piemontese: si chiama Marco Vacchieri, è da Rivalta di Torino. Il suo panettone ha struttura ma non prevarica il palato, è burroso ma non si avverte grassezza, è avvolgente ma non c'è accenno di stucchevolezza. Uvetta e canditi sono calibratissimi e il fondo vanigliato ne esalta l'aroma. Tutta roba naturale, niente aromi di sintesi per capirci, e si sente. E la persistenza dei sapori è infinita, appagante. Gran bell'opera di arte pasticcera.
Parlo del panettone tradizionale, che in genere è il prodotto che cerco io. Ma in pasticceria, lì a Rivalta, ce ne trovate anche uno con una glassa che aggiunge un che di croccantezza. Ed è strepitoso anche questo.
Quale il migliore? Un bel match, difficile scegliere, l'avrete capito. L'unica soluzione è fare come ho fatto io: comprarli tutt'e due.
Ah, e se ci fate un salto, in pasticceria, non perdetevi la crema gianduja. In barattolo. Fatta con le nocciole di Langa, la tonda gentile a igp. Una delizia.
Pasticceria Vacchieri - Via Roma, 2 - Rivalta di Torino (Torino) - tel. 011 9090249